Venezuela e Ucraina, il nuovo mondo di Putin e Trump
La “dottrina Donroe”, enunciata da Trump, ormai corrisponde perfettamente ai principi del Russkij Mir di Putin: gli Usa come la Russia valutano quanto i Paesi del proprio spazio di competenza, sia esso il doppio continente americano o lo spazio eurasiatico ex-sovietico, siano da controllare, conquistare, invadere e sfruttare.
L’operazione americana a Caracas ha suscitato reazioni contrastanti in Russia, a cominciare dall’invidia di Putin nei confronti di Trump, per essere riuscito in due ore a fare quello che a lui non riesce da quattro anni, e cioè catturare e annientare il leader “ucronazista” Zelenskyj ed esibirlo al mondo come è accaduto con il dittatore “narcotrafficante” Maduro. L’ex-presidente Dmitrij Medvedev ha invece espresso, con il suo solito gergo esagitato, un avvertimento ai “compagni del Pindostan”, come venivano chiamati sprezzantemente gli americani ai tempi sovietici: “adesso non potrete più rimproverarci di nulla, neanche formalmente”, visto che “la squadra di Trump si cura soltanto dei propri interessi, in modo cinico e violento”.
Insomma, la “dottrina Donroe”, enunciata da Trump per difendere gli ideali Maga, ormai corrisponde perfettamente ai principi del Russkij Mir di Putin: gli Usa come la Russia valutano quanto i Paesi del proprio spazio di competenza, sia esso il doppio continente americano o lo spazio eurasiatico ex-sovietico, siano da controllare, conquistare, invadere e sfruttare, e nessuno si deve intromettere, soprattutto i debosciati dell’Europa. I pindosy americani dei tempi sovietici erano ancora prima i greci dei tempi zaristi, accusati di “degradazione morale” già nell’Ottocento, essendo anche gli avversari per la difesa della vera fede ortodossa, e non a caso la guerra russa in Ucraina è stata provocata anche dallo scisma con il patriarcato di Costantinopoli. Nella lingua neogreca pindos vuol dire in effetti “stagno puzzolente”, tutto ciò di cui ci si deve liberare e ripulire.
Nella greve ironia di Medvedev traspare peraltro anche un certo senso di soddisfazione, del tipo “avete visto che adesso ci imitano tutti”, dando alla Russia la convinzione di essere riusciti a tornare a dirigere il mondo come ai bei tempi della guerra fredda. Tra Ucraina e Venezuela si consuma quindi la fine del globalismo del trentennio post-sovietico, dal 1992 delle riforme liberali di Eltsin al 2022 dell’operazione speciale di Putin; col 2026 delle conquiste di Trump, inizierebbe una nuova era di divisione del mondo tra i vari imperatori, da Trump a Putin fino a Xi Jinping. Ora si capisce meglio perché sia stata vietata ufficialmente la parola “guerra” nel linguaggio pubblico della Russia, tanto che nei testi voina si deve scrivere v***na con gli asterischi, altrimenti si rischiano forti multe: la guerra è soltanto un “ideale religioso” che viene proclamato dal patriarca di Mosca Kirill, che a Natale ha proclamato i soldati “uomini santi che agiscono per conto di Dio”, mentre quello che sta avvenendo è un’operazione davvero “speciale”, di cui la conquista militare è solo la facciata, mentre il vero fine è una nuova definizione dei rapporti tra gli uomini e gli Stati, un nuovo mondo tutto ancora da risistemare.
Siamo davvero soltanto all’inizio, e le farsesche trattative per la pace in Ucraina perdono sempre più di significato, lasciando tutto lo spazio alle compravendite del petrolio, dei territori e dei ghiacci eterni che ormai si sciolgono, come quelli della tanto ambita Groenlandia, la nuova “ucraina” che segna il confine artico degli imperi. Trump ha imposto alla presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez, sottoposta al suo pieno controllo, di tagliare ogni rapporto commerciale e finanziario con la Russia e la Cina, che hanno quindi elevato la loro protesta nelle stanze ormai ammuffite del Consiglio di sicurezza dell’Onu. I loro rappresentanti hanno chiesto di liberare Maduro, mentre gli americani rispondono che “non stiamo facendo la guerra in Venezuela, e non lo abbiamo occupato”, proprio mentre si aprivano le sedute di tribunale per presentare le accuse contro il deposto leader in catene.
Il russo Vasilij Nebenzja ha aggiunto alla seduta dell’Onu che “l’incidente” del 3 gennaio a Caracas è “un presagio del ritorno all’epoca dell’illegalità e del dominio americano imposto con la forza, del caos e dell’immoralità”, toni aggressivi della guerra fredda novecentesca, e della “guerra ibrida” del terzo millennio, ma anche un annuncio del ristabilimento dei ruoli. Dopo aver più volte giustificato l’operazione russa in Ucraina, Nebenzja ha lamentato che “una serie di Stati” negli ultimi anni applicano le norme del diritto internazionale “in modo selettivo, a seconda delle congiunture politiche”, in pratica ognuno faccia un po’ come gli pare. Il rappresentante cinese Fu Cong ha aggiunto che Pechino “è scioccata da quanto è successo a Caracas”, condannando le “azioni unilaterali degli Usa”, anch’egli quindi rispolverando linguaggi antichi con prospettive nuove.
Del resto, le dichiarazioni minacciose abbondano da parte russa, come quella del capo della commissione della Duma per la politica informativa Aleksej Puškov, che parla delle possibili “conseguenze catastrofiche” in seguito ai proclami trionfali di Trump, “in analogia con i disastrosi interventi di Washington nel passato, attribuendosi il diritto di decidere tutto nel proprio emisfero senza riguardo per niente e per nessuno”. Il vice-capo del comitato parlamentare per la difesa, Aleksej Žuravlev, ha proposto di rispondere all’arresto delle petroliere russe “affondando le navi americane”, e poi di colpire in Europa con i missili ipersonici Oreškin, considerando le azioni degli occidentali “equivalenti ad attacchi sul territorio russo” e vista l’euforia degli impuniti americani per l’operazione in Venezuela, l’unica risposta adeguata per fermarli è “prenderli a calci in faccia”.
Il capo degli analisti del Fondo per la sicurezza energetica della Russia, Jurij Juškov, esprime invece la preoccupazione che l’operazione speciale in Venezuela sconvolga il mercato mondiale del petrolio, “togliendo dal mercato” 500-600 mila barili al giorno, ciò che potrebbe far lievitare il prezzo fino a 65-70 dollari al barile, ma senza aggiungere che questo andrebbe del tutto a favore della Russia, costretta finora a fare sconti a tutti pur di vendere qualche barile in più, dove vengono accettati. I primi a soffrire di questa “guerra energetica” sono peraltro gli abitanti di Cuba, che senza il petrolio venezuelano rimangono senza luce e riscaldamento, e Trump attende di aprire all’Avana la sua più grande agenzia turistica, magari insieme a quella di Gaza, nell’unione edonistica di Oriente e Occidente.
Come in effetti ricorda Ivan Preobraženskij, politologo di Radio Svoboda, “la Russia e il Venezuela si occupano insieme da anni di contrabbando del petrolio a livello mondiale”, e la Russia interviene per condannare le ingerenze negli affari interni di altri Stati “solo quando non è la Russia stessa ad interferire”. Di solito le petroliere russe escono dai porti venezuelani con la bandiera del Ghana o di altri Stati, e ora vengono esposte le bandiere della Russia chiedendo agli americani di non toccarle, ma gli Usa ne hanno già fermate un paio nonostante la presenza di un sottomarino russo a protezione, come nei migliori film delle guerre navali. L’estrazione di petrolio in Venezuela è da tempo limitata dalle sanzioni, e quello che riesce a produrre è appannaggio delle compagnie alleate di Russia, Iran e Cina, che ora gli Usa vogliono cacciare, magari per poi mettersi d’accordo con loro alle proprie condizioni, come già era accaduto a Panama, dove l’influsso cinese è stato allontanato senza bisogno di alcuna azione militare, ma soltanto attraverso accordi di investimenti finanziari.
La partita è aperta, anche perché per rilanciare le produzioni petrolifere venezuelane serviranno enormi investimenti a lungo termine, considerando che il petrolio di quei pozzi è di scarsa qualità, molto denso e pesante, e necessita di aggiunte di altro petrolio americano. Il sogno di Trump è il controllo della produzione a livello mondiale, ma non è detto che questo interessi veramente alle compagnie petrolifere americane, che Trump non può costringere con metodi dittatoriali alla maniera di Putin, o degli eredi di Maduro. Neppure sarà così semplice smontare il regime di Caracas, al di là dell’incarcerazione del presidente e di sua moglie, visti gli stretti rapporti anche familiari dei Rodríguez con il clan Maduro. La sostituta del capo in catene potrebbe giocare su due fronti, mettendosi d’accordo con gli americani e mantenendo i rapporti con russi e cinesi, tenendo conto che Delcy è anche la ministra del petrolio in Venezuela.
Alla fine le mosse di Trump possono risultare favorevoli a Putin, visto che intanto hanno congelato tutte le trattative per la pace in Ucraina, che al Cremlino chiaramente non interessano. L’esclusione dagli sporchi affari con il petrolio venezuelano delle compagnie russe, a partire dalla Rosneft di Igor Sečin, il vero capo della casta economica al potere in Russia sulla vasta scala della corruzione a tutti i livelli, potrebbe finire per essere a sua volta conveniente, attribuendo alle perdite di investimenti tutto ciò che è stato rubato per anni in Venezuela.
La Russia ha comunque dimostrato di non essere in grado di aiutare i propri alleati, e la Cina si limita alle condanne formali, dimostrando che il “Sud globale” non ha alcuna reale consistenza sul palcoscenico della geopolitica mondiale, come già accaduto con il crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria o le azioni militari di Israele e Usa in Iran. Ora si sta preparando una villa dorata per mettere a riposo l’ayatollah Khamenei vicino a quella di Assad, e non si può escludere che si chieda la consegna di Maduro per farlo riposare vicino all’ex-presidente dell’Ucraina Janukovič, facendo della periferia di Mosca il cimitero degli elefanti dei tempi passati, trofei degli imperatori del tempo attuale e della nuova divisione del mondo.
"MONDO RUSSO" È LA NEWSLETTER DI ASIANEWS DEDICATA ALLA RUSSIA
VUOI RICEVERLA OGNI SABATO SULLA TUA MAIL? ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER A QUESTO LINK
26/02/2022 09:00





