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  • » 13/05/2017, 08.50

    CINA

    Con 'One belt, one road', la Nuova Via della Seta, la Cina dimostra la sua forza. Ma ne è capace?

    Willy Wo-Lap Lam

    Xi Jinping porta avanti “dimostrazioni di forza” a livello economico e militare, ma molti dubitano che la Cina possa sostenere un simile carico finanziario. Per molti Paesi i grandi progetti in Asia centrale, in Asia del sud e nel Mar Cinese meridionale e orientale, nascondono sogni di egemonia molto pericolosa. Europa diffidente. Solo l'Italia partecipa all'incontro di "One belt, one road" a Pechino questo fine settimana. L’analisi dello studioso Willy Lam. Per gentile concessione di The Jamestown Foundation. Traduzione dall'inglese di AsiaNews.

     

    Hong Kong (AsiaNews) – A discapito delle dure sfide con cui si confronta l’economia cinese, il presidente e “cuore della leadership” Xi Jinping sta portando avanti i suoi piani ambiziosi di dimostrare la forza cinese al mondo, inclusa l’iniziativa epocale “One Belt One Road” (Obor). Si prevede che Xi annunci una nuova serie di progetti che collegano la Cina con l’Asia, l’Europa centrale e orientale e l’Africa a un forum internazionale Obor fissato per la metà di maggio a Pechino. Xi, che sta supervisionando di persona la strategia tramite il Central Leading Group on Obor Construction Work, sembra sperare di poter dare una spinta alla capacità cinese di stabilire l’ordine del giorno nel discorso economico globale. Xi e i suoi colleghi hanno tratto vantaggio dalla posizione nazionalista e anti-globalizzazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per enfatizzare la prontezza di Pechino a svolgere un ruolo guida nel combattere il protezionismo e promuovere il libero mercato.

    Mentre la Obor è l’attrazione principale nella gamma dei media statali, un limitato numero di accademici cinesi in certa misura liberali stanno sollevando dubbi sulla fattibilità e sostenibilità dell’impresa globale di Xi. Primo fra questi critici è lo specialista per gli affari internazionali della Renmin University, Shi Yinhong (时殷弘), che è anche un consigliere o consulente del Consiglio di Stato. In un precedente articolo del 2016 intitolato “La Cina deve guardarsi dai [conti] scoperti strategici,” Shi aveva osservato che la leadership del Partito comunista cinese deve esercitare cautela con la “armata strategica” (intimidazioni dell’Esercito popolare di liberazione) e le “economie strategiche” (dimostrazioni di forza con mezzi economici come la sottoscrizione di progetti come la Obor). Egli sosteneva che la Cina deve “evitare eccessivo espansionismo, che risulterebbe in uno ‘scoperto strategico’ (战略透支) (Phoenix TV, 4 ottobre 2016; Lianhe Zaobao [Singapore], 21 settembre 2016). [1]

    Sebbene il prof. Shi si riferisca alla politica estera in generale del presidente Xi -  che spazia dal costruire basi aeree e navali sui terreni bonificati nel mar Cinese meridionale al migliorare i rapporti con i Paesi in via di sviluppo condonando un debito di 60 miliardi di dollari -  la sfida della strategia Obor potrebbe essere il miglior esempio di quella che i critici occidentali chiamano “espansione imperialistica” (The American Interest, 1 marzo). La Obor consiste nella Silk Road Economic Belt, che si estende attraverso l’Asia centrale fino all’Europa orientale; e nella 21ma Central Maritime Silk-Road, che si estende dal Asia del sud-est attraverso il sub-continente indiano fino all’Africa orientale. Sotto il principio “grande è meglio”, comunque, c’è una tendenza della leadership di Xi ad inglobare la cooperazione economica per le infrastrutture con l’Europa, il Medio oriente e l’Africa sotto l’ombrello della Obor. Dall’inizio dell’anno, 80 conglomerati di imprese statali stanno negoziando infrastrutture e elementi relativi con i funzionari governativi di più di 65 Paesi (Sohu.com, 10 aprile; HKTDC.com [Hong Kong], 23 maggio 2016).

    Non c’è una stima ufficiale dei fondi coinvolti in questa gigantesca avventura. Tuttavia, esperti di McKinsey, una società di consulenza, stimano che il miglioramento comprensivo delle infrastrutture in Asia e Africa da soli potrebbero costare attorno a 2-3 mila miliardi di dollari – all’incirca 12 volte l’onere finanziario del Piano Marshall per ricostruire l’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale (Channel NewsAsia, 22 aprile; Fortune, 12 dicembre 2016). Al momento, un numero massiccio di progetti sono già stati avviati, inclusa l’impresa di 50 miliardi di dollari per la costruzione e il miglioramento delle strutture portuali e ferroviarie nel Pakistan orientale, sottoscritti da istituti finanziari cinesi. Considerando che il cosiddetto Miracolo economico cinese è giunto alla sua fine questo decennio, ci si chiede qualora Pechino abbia o meno gli strumenti per sostenere i suoi programmi ambiziosi. Le riserve in valuta estera della Cina, che hanno raggiunto il loro picco di 4mila miliardi di dollari nella metà del 2014, sono crollate a 3mila miliardi all’inizio di quest’anno. Con le banche statali della Cina già cariche di prestiti non-performativi, l’agenzia del rating creditizio Fitch ha avvisato che gli investimenti di questi istituti nella Obor potrebbero “creare nuovi rischi per la qualità degli attivi per il sistema bancario [Cinese]” (CNBC, 16 gennaio).

    C’è anche il dubbio sulla possibilità, in risposta al suo magnanimo impegno nell’aiutare lo sviluppo dei Paesi dell’Asia del sud est, dell’Asia del sud, e dell’Asia centrale, che la Cina ottenga un commisurato livello di buona volontà. Come notato dal prof. Shi, gli ipotetici beneficiari delle elargizioni cinesi hanno tutti i propri “interessi a lungo termine in ambito di sovranità, autonomia e sicurezza”. Egli ha avvisato che se le strategie relative alla Obor non terranno in piena considerazione questi argomenti sensibili, gli investimenti di Pechino potrebbero “accendere controversie politiche di orientamento nazionalista nella politica interna dei Paesi [beneficiari]”. È degno di nota che Paesi come lo Sri Lanka e il Myanmar hanno richiesto negoziati per gli investimenti infrastrutturali cinesi in gran parte a causa dell’opposizione sollevata dai nazionalisti in entrambi i due Stati (Times of India, 16 febbraio; Transnational Institute [Amsterdam], 18 luglio 2016).

    Oltre ad usare mezzi economici per legare la Cina con un gran numero di Paesi sviluppati e in via di sviluppo, Pechino è anche fiduciosa che la Obor farebbe mostra non solo della tecnologia cinese, ma anche della conformità delle compagnie cinesi con gli standard globali. In ogni modo, un certo numero di progetti finanziati dalla Cina potrebbero venire colpiti da problemi simili a quelli che hanno pregiudicato precedenti mega-investimenti fatti da conglomerati statali nell’Asia del sud-est e in Africa, vale a dire: questi progetti sono costruiti su guanxi (“legami politici”) piuttosto che su condizioni accettate a livello globale in ambiti che includono la concorrenza leale, la libera offerta, l’auditing in stile occidentale e generale trasparenza.

    All’inizio di quest’anno, la Commissione europea ha annunciato un'inchiesta sulla ferrovia ad alta velocità che collega la capitale serba di Belgrado con Budapest in Ungheria. Il gigante statale, China Railway Corporation sarà il principale contraente e fornitore di tecnologia. La Commissione sta studiando la sostenibilità finanziaria a lungo termine della ferrovia da 2,89 miliardi di dollari, e più importante ancora, se questo progetto sia stato sottoposto alla procedura di appalto pubblico stabilita dalle leggi dell’Unione europea (Ue) (Asia Times, 4 aprile; First Financial News (Shanghai), 1 marzo; Ming Pao (Hong Kong), 2 febbraio). La ferrovia Belgrado-Budapest fa parte di un’ambiziosa linea di trasporti veloci Cina-Europa Terra-Mare che collegherà le città cinesi occidentali fino al porto greco del Pireo, in parte proprietà di interessi cinesi (English.Gov.cn, 8 febbraio; China Daily, 8 febbraio). Cui Hongjian, un esperto d’Europa per l’Istituto cinese di studi internazionali gestito dal Ministero degli affari esteri, ha in maniera indiretta attribuito le indagini alla mancanza di fiducia politica di Brussel verso la Cina. Cui sosteneva che la Commissione europea “nutre una mentalità piuttosto contraddittoria verso la partecipazione cinese” in progetti infrastrutturali in larga scala nella Ue (Ta Kung Pao [Hong Kong], , 22 febbraio; Global Times, 21 febbraio).

    Secondo un commento di Zhou Hanmin (周汉民) nel  People’s Daily, la Obor non è solo lo sforzo per “raccontare bene la storia della Cina e diffondere in modo appropriato il messaggio della Cina”, ma anche per tentare di costruire una “comunanza di destino” con le Nazioni, in particolare quelle nel mondo in via di sviluppo. Il commentatore ha anche sottolineato che la Obor è connessa in profondità con il sogno del presidente cinese Xi, che ha fra gli obiettivi-chiave quello che il Paese emerga come una superpotenza entro il 2049, il centenario dallo stabilimento della Repubblica popolare cinese (People’s Daily, 6 aprile). Non si può negare, tuttavia, che l’ambizione di espansione evidenziata dal progetto Obor abbia sollevato nei Paesi ricchi e poveri il sospetto che esso sia per lo più un esercizio di auto-esaltazione cinese di proporzioni senza precedenti. Mosca si è dichiarata scontenta del fatto che grazie all’aiuto generoso finanziario e tecnologico di Pechino, la Cina è sul punto di sostituirsi alla Russia come influenza predominante su diversi ex-Stati satellite dell’Unione Sovietica. Negli occhi di Nuova Delhi, gli investimenti di Pechino nei porti militari e civili in Sri Lanka, Bangladesh, Pakistan, Myanmar e nelle Maldive costituiscono una politica di contenimento a “collana di perle”  contro l’India (South China Morning Post, 6 marzo; Asia Times, 2 febbraio, The Asan Forum [Korea], 16 dicembre). Politici dell’Europea occidentale hanno espresso dubbi sull’apparente tattica “divide et impera” verso la Ue, che potrebbe essere realizzata con la sua forte stretta sui 16 Paesi dell’Europa centrale e orientale (European Council on Foreign Relations, 14 dicembre 2016; European Institute for Asian Affairs, gennaio 2014).

    Espansione del controllo

    Oltre alla Obor, la più ovvia area di controllo dove Pechino potrebbe aver superato i limiti nel dimostrare la sua forza è la sua postura pugilistica nel mar Cinese meridionale e nel mar Cinese orientale. La costruzione di basi aree e navali sui terreni ricuperati degli isolotti del mar Cinese meridionale, la cui sovranità è contestata da diversi membri Asean, ha sollevato la possibilità almeno di schermaglie su scala ridotta fra le forze armate cinesi da una parte, e quelle degli Stati Uniti e i suoi alleati asiatici dall’altra. Secondo Shi Yinhong, un equilibrio va trovato fra il rispetto dei diritti di sovranità e il mantenimento della stabilità. Lo stimato accademico argomenta che fra il 2012 e il tardo 2014, Pechino si è focalizzata con successo nel proiettare potere militare in focolari regionali. “Se [l’Esercito popolare di liberazione] ha fatto molto per difendere i diritti [di sovranità] nel suo primo periodo, dovremmo nel prossimo periodo fare di più nel mantenere la stabilità,” ha sottolineato Shi. “[Pechino] ha bisogno di prevenire il rapido sviluppo della competizione strategica e del confronto fra Cina e Stati Uniti,” ha avvisato, aggiungendo che la leadership cinese dovrebbe continuare a potenziare i rapporti con i membri dell’Asean che hanno interessi oceanici.

    Non c’è tuttavia alcun segnale che la leadership del Partito comunista cinese attenui il suo atteggiamento militare aggressivo. Durante un incontro dei comandanti delle nuove 84 unità dell’Esercito popolare di liberazione ricostruite nella metà d’aprile, Xi, che è capo della decisionista Commissione militare centrale, ha chiesto agli ufficiali e ai soldati di “prepararsi per il combattimento in qualsiasi momento” e di “mantenere [alti] standard di forza di combattimento”. Che il comandante-in-capo Xi sia determinato ad usufruire mezzi militari per sostenere il golpe geopolitico globale del Paese è stato dimostrato quando è andato in tardo aprile a ispezionare un cantiere navale a Dalian che stava costruendo la seconda portaerei della Cina (Ming Pao, 23 aprile; Ministry of Defense, 18 aprile).

    Conclusioni

    Che l’affidamento della Cina alla dimostrazione di forza militare ed economica senza esclusione di colpi non porterà a niente di buono con le potenze consolidate, in particolare nel mondo occidentale, è provato dal fatto che solo un leader governativo d’Europa – il Primo ministro italiano Paolo Gentiloni – parteciperà al forum internazionale Obor. Questo a discapito del fatto che Pechino ha invitato i leader di più di 100 Paesi a partecipare a quello che i media cinesi chiamano il più grande show della Cina per il 2017 (Zhejiang Economic Net, 19 aprile; VOA news, 18 aprile). Dall’ascesa al potere alla fine del 2012, Xi si è più volte fatto sfuggire visioni audaci e onnicomprensive e strategie come il Sogno cinese, il piano della Obor, come anche la direttiva in 65 punti di “riforme approfondite in modo globale”. Mentre queste grandi strategie hanno permesso a Xi di accumulare potere con una velocità senza precedenti, è del “leader fondamentale” l’onere di dimostrare di poter davvero mantenere i propri impegni sia nazionali che internazionali. Dopo tutto, uno “scoperto strategico” potrebbe significare non solo l’indebitamento delle casse e banche governative ma anche attizzare le fiamme della teoria della “minaccia cinese” in Paesi che vanno dall’India al Giappone fino ai membri Asean con questioni territoriali con la Cina.

    Willy Wo-Lap Lam è un ricercatore esperto a The Jamestown Foundation. È un professore aggiunto al Centro per gli studi cinesi, il Dipartimento di storia e il programma di master in Economia politica globale all’Università cinese di Hong Kong. È l’autore di cinque libri in Cina, incluso “Chinese Politics in the Hu Jintao Era: New Leaders, New Challenges.”

    Note

    1. Vedi anche Shi Yinhong, “Prudence Crucial for the One-Belt-One-Road Initiative,” in Shao Binhong, ed. Looking for a Road: China Debates Its and the World’s Future, Brill Books, 2016, pp 203-210.
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