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  • » 03/04/2017, 13.38

    BANGLADESH

    Confessione di un adolescente militante: Cristiani uccisi per “esercitarsi” alla strage di Dhaka

    Sumon Corraya

    Taharem Kaderi racconta la sua guerra santa. Il ragazzo ha 14 anni ed era uno studente brillante dell’ottava classe. Nel 2014 i genitori sono andati in pellegrinaggio islamico e sono cambiati. Egli ha cambiato casa e vita, radicalizzandosi insieme ad altri militanti. Ha gioito alla notizia della strage di Dhaka in cui sono morti anche nove italiani. Per un periodo ha vissuto con gli attentatori del bar per stranieri.

    Dhaka (AsiaNews) – Taharem Kaderi è un adolescente militante. Egli doveva andare a scuola, poteva trascorrere il tempo facendo i compiti, poteva divertirsi con gli amici dopo la scuola nel cortile dell’istituto. Invece è diventato un adolescente militante. Ora si trova nel centro di correzione per adolescenti del Bangladesh per la sua attività terroristica. Ha saputo dell’attacco al caffè di Gulshan dove estremisti islamici hanno ucciso 22 persone innocenti, tra cui nove italiani. Ad ogni modo, Taharem davanti al magistrato nella sezione 164 ha dichiarato di essere entusiasta dell’attacco al bar della capitale, così come di altre azioni compiute dai militanti. Ora la questione più discussa nel Paese sono proprio le attività dei terroristi. Da tre settimane la polizia sta effettuando raid quotidiani in diverse abitazioni dove si nascondono gli estremisti e ne ha uccisi più di 10, oltre a diversi civili.

    Lo scorso luglio lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità dell’assalto all’Holey Artisan Bakery Cafè di Dhaka. Nella sua testimonianza, Taharem, che ha studiato fino all’ottava classe ed era un alunno brillante di una scuola famosa, ha raccontato come egli, suo fratello gemello, il padre e la madre siano diventati attentatori suicidi. Per evitare l’arresto, il padre si è tolto la vita quando la polizia ha fatto irruzione nella loro casa. La madre è sotto custodia, mentre il fratello è disperso. Egli non sa dove sia. Ma la famiglia aveva avuto un vita felice prima di aderire al terrorismo.

    Lo scorso anno in Bangladesh si è verificata la peggior ondata di violenze estremiste cui il Paese abbia mai assistito. In seguito la polizia ha iniziato a ricercare gli affiliati a gruppi terroristi. Il 10 ottobre 2016 la polizia ha condotto una retata ad un edificio di quattro piani nell’area di Azimpur, a Dhaka. In quella retata Taharem Kaderi è stato arrestato insieme a sua madre ed altri militanti. Qui di seguito riportiamo la confessione che egli ha rilasciato davanti al giudice (traduzione a cura di AsiaNews).

    Il mio vero nome è Taharem Kaderi e ho 14 anni. Il mio nome da combattente è Anik alias Muaz, alias Ismial. Ho studiato all’Uttara Milestone School and College fino all’ottava classe. Ho un fratello gemello di nome Afiq Kaderi. Anche lui è coinvolto nel terrorismo. Il suo nome di battaglia è Nabil. Anche lui studiava nella mia stessa scuola. Vivevamo in una casa nel settore 13 di Uttara, a Dhaka.

    Mio padre si chiama Tanvir Kaderi ed è un membro di un gruppo islamico. Il suo nome operativo è Jamshad alias Abdul Karim, alias Toushif Ahmad, alias Shiper. Egli si è laureato presso il Dhaka College e lavorava nella Dutch Bangla Mobile Banking. Mio padre ha lavorato anche per altre due aziende, la Robi e il Kallol Group. In seguito ha lasciato il lavoro e ha intrapreso un proprio commercio di consegne a domicilio nel quartiere di Uttara.

    Mia madre si chiama Fatima alias Abadatul, alias Asha. Fa parte di un gruppo terrorista. Il suo nome operativo è Khadiza. Si è laureata presso la Dhaka University, l’ottava università del Paese per importanza. Lavorava per la Ong internazionale Save the Children Muslim Aid. Eravamo una famiglia davvero felice.

    Nel 2014 mio padre e mia madre si sono recati al pellegrinaggio Hojj. Al ritorno, ho notato che il loro comportamento era iniziato a cambiare. Di solito stavamo nel quartiere di Uttara a Dhaka. Major Jahid (ucciso in un combattimento) e Mouinal Hassan alias Musa (fuggitivo dell’attacco di Gulshan) erano amici di mio padre da molto tempo. Insieme si recavano nella moschea del settore 13 di Uttara per il namaj (la preghiera). Poi andavano a fare delle passeggiate.

    Mio padre mi ha presentato Major Jahid e Musa. Noi li chiamavamo zii. Io e mio fratello gemello andavamo alla moschea, che è situata all’interno di una scuola per le preghiere, sempre nella zona di Uttara. Zio Musa era il nostro insegnante di matematica, inglese e scienze. La nostra casa era frequentata anche da Major Jahid Rashad alias Rajsh.

    Una notte mio padre ha sognato di essere in un deserto con un’arma da fuoco. Egli poi ha discusso del suo sogno con un imam (un esperto islamico). L’imam gli ha detto di non parlare a nessun di ciò che aveva sognato. In seguito abbiamo sentito che Major Jahid incoraggiava mio padre al jihad (guerra santa islamica).

    Major Jahid, con sua moglie e sua figlia Pinky, e Musa, insieme a sua moglie, venivano spesso a casa nostra. La casa di Major Jahid era nel settore 13 di Uttara, a Dhaka. Anche noi facevamo visita a casa sua insieme ai membri della famiglia di Musa.

    Nell’aprile 2016 abbiamo iniziato il nostro viaggio per il jihad. All’inizio mio padre non era d’accordo con la guerra santa, ma alla fine ha acconsentito. Abbiamo detto a parenti e amici che andavamo in Malaysia e poi saremmo tornati a casa a Dhaka. Prima di iniziare il viaggio per il jihad, mio padre ripeteva quasi ogni giorno che ovunque noi fossimo andati, avremmo trovato una giungla o saremmo stati in una situazione forzata. Dalla nostra casa di Uttara ci siamo spostati a vivere nella zona di Pallabi, nella capitale. Prima di iniziare la guerra santa, noi figli abbiamo stretto le mani di mio madre e abbiamo giurato [fedeltà alla causa della] guerra santa.

    Quando stavamo a Pallabi, Basaruzaman Chocklet, Musa e Rashad alias Rash venivano a farci visita. Rash ci ha presentato a Basaruzaman e Akifuzaman, entrambi uccisi a Kalyanpur durante un’operazione antiterrorismo della Rab [Rapid Action Battalion, ndr]. Durante il raid di Kalyanpur, ho chiesto a mio padre: “Papà, loro sono nostri fratelli?”. E lui mi ha risposto: “Sì, sono nostri fratelli”.

    Zio Musa ha 38 anni, la barba e gode di discreta salute. Egli indossa camicie e pantaloni. Musa, Chocklet e Rash discutevano in modo regolare con mio padre sul jihad e sugli articoli della fede nell’islam. Essi venivano di frequente a casa nostra. Ci davano video sulla guerra in Siria e noi li guadavamo. Ci davano la rivista Dabiq. Ci sono alcuni giornali Dabiq anche in lingua bangladeshi.

    Durante il Ramadan Rash ha detto a mio padre di affittare un altro appartamento. Mio padre ha preso in affitto un’altra casa a Bashundhara, accanto all’Apollo Hospital. Quando ci siamo trasferiti in quella casa, dopo circa 8-10 giorni sono arrivati anche Chocklet e quattro uomini. I loro nomi da combattenti erano Sad, Mamun, Umor, Alif and Shuvo. Pochi giorni dopo nella nuova casa sono giunti Tamim Chowadhory e Marjan. Lo stesso giorno, Jahanger – con sua moglie e suo figlio Shuvo – e Ridoy sono venuti a farci visita insieme a Chocklet. Zio Jahanger ci ha informato che aveva rapinato due luoghi. Noi eravamo offesi dal fatto che egli avesse commesso un furto e avesse usato il denaro per le attività dell’organizzazione. Un giorno Tamim, Marjan e Chocklet hanno fatto visita alla sua casa portando delle armi in una borsa. La borsa era piena di armi. Essi non sono usciti dalla stanza, hanno discusso all’interno della camera dopo aver chiuso la porta.

    C’erano sette camere, compresi quattro bagni. Tamim e altri quattro uomini stavano in una stanza. Io, mio fratello Ador e nostro padre stavamo nel salotto. Mia madre e Shuvo in un’altra stanza. In quel periodo ho saputo, tramite voci, che Alif e Umor avevano condotto molte operazioni. Essi erano andati a Kusthia, a ovest di Dhaka, dove avevano ucciso un cristiano o un indù. Ci hanno che avevano fatto esercizio per la guerra santa.

    Gli zii ci hanno informato che essi avrebbero fatto una grande operazione, ma non sapevamo cosa sarebbe successo. Quando è avvenuto l’attacco all’Holey Artisan Bakery Cafe, quel giorno Sad, Mamun, Umor, Alif e Shuvo sono usciti di casa alle 5.30 di mattina con degli zaini in spalla. Si sono abbracciati l’un con l’altro dicendo: “Ci rincontreremo in paradiso, Inshallah”. Dopo loro cinque, sono usciti di casa anche Tamim e Chocklet. Mentre zio Chocklet stava uscendo, ha detto a mio padre di abbandonare la casa il più presto possibile, persino prima di sera. Due giorni prima anche zio Jahanger e la sua famiglia e Ridoy avevano lasciato quella casa.

    Abbiamo preso del cibo per l’iftar [durante il Ramadan, il momento dopo il tramonto in cui i fedeli islamici rompono il digiuno – ndr] e siamo andati in taxi a Pallabi. Quando mio padre è arrivato, era molto preoccupato. Poi ha detto: “È passato molto tempo, ma non ho ancora ricevuto notizie”. Ci ha detto di pregare in modo che essi non fossero acciuffati dalla polizia e potessero portare a termine bene l’operazione. Pochi istanti dopo, ho visto sulle notizie online di bdnews24.com che era in corso una sparatoria all’Holey Artisan Bakery. Così ho capito che l’operazione era al bar per stranieri. Ho guardato le notizie fino al mattino. All’alba la polizia ha diffuso le immagini di coloro che avevano condotto l’operazione all’Holey Artisan Bakery. Mio padre ci ha detto: “La grande operazione è conclusa. I vostri fratelli sono diventati dei martiri”. Poi tutti abbiamo detto “Alhamdulillah” [Allah sia lodato, ndr].

    Più tardi diversi media hanno pubblicato le immagini degli attentatori del bar di Gulshan. A quel punto sono venuto a sapere che Sad era Nirbash Islam, studente della Monash University della Malaysia; Mamun era Rohan Ibna Imtiaz, studente della Brac University; il vero nome di Umar era Khairul Islam Payal Badhan; quello di Alif era Safual Islam Ujjal, mentre Shuvo era Mir Salaho Mobashor.

    Dopo la strage all’Holey Artisan, tutti eravamo davvero felici. Alcuni giorni dopo Rash ci ha informato che Chocklet era disperso e ci ha detto di cambiare casa. Perciò ci siamo spostati da Pallabi ad un’altra abitazione a Rupnagor. Qualcuno ci ha detto di prendere in affitto un altro alloggio a Azimpur, sempre a Dhaka, e ci ha consigliato di stare in entrambe le case. Lo scorso anno ad agosto ci siamo traferiti nella nostra casa di Azimpur. Chocklet e sua moglie Marjan venivano a farci visita.

    Nel periodo in cui la polizia ha fatto una retata a Paikpara, nella città di Narayanganj, Major Jahid venne a casa nostra con una borsa. Tamim Ahmad Chowdhury e due suoi amici erano stati uccisi a Paikpara mentre lui, Major Jahid, era riuscito a scappare. In seguito egli e sua moglie Pinky sono andati abitare in una casa. Quando zio Jahid è stato ucciso a Rupnagor, lo stesso giorno egli era venuto a casa nostra.

    Il 10 ottobre alle 6.30 di mattina qualcuno ha bussato alla nostra porta. Ho provato a guardare attraverso lo spioncino sulla porta di casa. Anche mio padre ha guardato. Abbiamo visto tante persone fuori la porta. Mio padre mi ha dato una pistola e un’arma affilata e ha affermato: “Tienile con te”. Mio padre ha domandato chi fosse e loro hanno risposto che erano della polizia. Mio padre ha chiesto di vedere la loro carta di identità e loro gliel’hanno mostrata. A quel punto ha aperto la porta.

    La polizia ha chiesto perché avessimo aperto la porta in ritardo e ha chiesto di incontrare la famiglia. Essi hanno domandato il mio nome. Io ho risposto: “Sono Rasal”. Mio padre ha detto di chiamarsi Jamshad. La polizia poi ha preso il cellulare di mio padre e voleva anche sapere il nome di Pinky. Dopo gli agenti hanno iniziato a perquisire tutta la casa. In quel momento mio padre ha tentato di entrare in un’altra stanza ma la polizia lo ha preso. Io ho spinto il poliziotto e zia Piuty lo ha ferito con un coltello. Anche io l’ho attaccato con un coltello. In seguito la polizia mi ha preso e portato in una stanza. Quando sono usciti, mio padre ha chiuso la porta. In quel momento ho sentito la polizia che urlava “Hanno delle armi! Hanno delle armi!” e tentava di uscire dalla stanza. Mio padre ha mostrato loro le armi affilate, poi mi ha messo di fronte alla polizia e teneva un coltello affilato vicino alla mia gola. Io ho detto: “Papà mi stai facendo male”. E mio padre ha risposto: “Figlio, se tu morirai, diventerai un martire. Se tu non morirai, Allah ti darà la migliore ricompensa”.

    La polizia poi mi ha portato sul balcone. Nello stesso momento mia madre e le altre donne hanno attaccato gli agenti con della polvere di peperoncino. La polizia ha provato a difendersi coprendosi con il materasso. Poi ho sentito sparare molti colpi. Pochi istanti dopo, altri poliziotti si sono uniti all’assalto. Hanno sfondato la porta e salvato me e gli altri poliziotti. Quando la polizia mi ha raggiunto, ho visto il corpo morto di mio padre in una pozza di sangue. Egli si era tagliato la gola. Poi ho visto anche che mia zia Pioty era morta e che mia madre era in una pozza di sangue. Con ogni probabilità mio padre si è suicidato. Egli ci aveva detto che se fosse stato catturato dalla polizia, si sarebbe tolto la vita. La polizia ha sequestrato quattro pistole, proiettili e altre armi. Mio fratello con era con noi nell’appartamento di Azimpur. Mio padre lo aveva portato in un altro luogo, ma non so dove.

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