16/10/2015, 00.00
PAKISTAN
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Contadino assassinato nel Punjab: rivendicava i suoi campi contro la “mafia delle terre”

di Silent Thinker
Razzaq era padre di sei figlie. Anche il padre e il fratello sono stati uccisi perché lottavano per i propri terreni. Nel 2000 il generale Musharraf ha confiscato 68mila acri nel distretto di Okara. Da quel momento sono stati uccisi 14 contadini, arrestati e feriti molti altri, tra cui attivisti cattolici. Il Movimento dei contadini senza terra del Punjab.

Islamabad (AsiaNews) – Un contadino pakistano di 35 anni è stato giustiziato da un plotone di esecuzione perché rivendicava il diritto di proprietà della sua terra, confiscata 15 anni fa dall’esercito dell’ex generale Pervez Musharraf. L’uomo si chiamava Razzaq ed era padre di sei figlie. È stato sequestrato mentre dormiva nella sua abitazione nel villaggio di Nolana (nel distretto di Okara, provincia del Punjab), condotto di fronte al muro della scuola femminile governativa del villaggio e assassinato con diversi colpi di pistola. Gli aggressori non si sono fermati nemmeno di fronte alle urla disperate della moglie, che implorava pietà per il padre delle sue bambine.

Badrul Nisa, una contadina che abita in un villaggio vicino, racconta ad AsiaNews che Razzaq aveva ricevuto minacce di morte, così come accaduto anche al padre e al fratello, entrambi assassinati. Il suo omicidio è avvenuto il 13 ottobre intorno alle 3 di mattina (ora locale), ma solo verso le 10 gli abitanti della comunità sono riusciti a portare il corpo del defunto all’ospedale di Okara per eseguire l’autopsia. Le autorità in un primo momento si sono opposte alla restituzione del corpo. Dopo animate proteste, lo hanno rilasciato verso le 5 del pomeriggio.

Le violenze contro i piccoli proprietari terrieri sono iniziate nel 2000, quando il generale Musharraf (allora capo di Stato maggiore delle forze armate) ha chiesto ai contadini di abbandonare il loro status di agricoltori indipendenti e diventare lavoratori a contratto sotto i militari, che avrebbero preso il possesso delle terre. Essi però si sono rifiutati di condividere i profitti agricoli con l’esercito e di pagare una tassa di proprietà all’amministrazione del Punjab.

Da quel momento, l’esercito ha confiscato in modo arbitrario i terreni, dando origine alla cosiddetta “mafia delle terre”, cioè un sistema di connivenza criminale tra autorità locali e ricchi proprietari terrieri che si appropriano con la forza delle aree agricole. Durante gli anni sono stati uccisi 14 contadini, feriti e arrestati molti altri, tra cui attivisti cattolici che ne difendevano i diritti. Nel 2000 è nato anche il Movimento dei contadini senza terra del Punjab (AMP, Anjuman Muzareen Punjab), che conta oggi 1 milione di iscritti.

Anche Badrul Nisa è una vittima delle violenze: nel 2005 la polizia ha assalito il suo villaggio e le ha fratturato la spalla destra e un ginocchio. La donna è stata medicata anche con 17 punti di sutura alla testa. Ieri ha partecipato ad un seminario dal titolo “Terreni agricoli, feudalesimo e sovranità alimentare”, organizzato in un hotel di Lahore dal Pakistan Kisan Rabita (Farmer Communication) Committee e dalla Alleanza per l’eliminazione della povertà in Asia del sud. I relatori hanno chiesto giustizia per i contadini assassinati – come Razzaq – che chiedono indietro le terre e le fattorie sequestrate dalle forze armate. L’esercito del Pakistan infatti rivendica la proprietà di sei aziende agricole che si estendono per 68mila acri nel distretto di Okara e che appartengono ai contadini locali da oltre 100 anni.

Il nepalese Balram Banskota, segretario generale della All Nepal Peasants, presente al seminario, ha condannato con durezza l’omicidio di Razzaq e ha chiesto “la fine di tutti i falsi processi contro gli agricoltori di Okara e il rilascio di quelli arrestati”. “La sovranità nella produzione alimentare – ha dichiarato – deve essere inserita nella Costituzione del Pakistan. Chiediamo la fine del sistema feudale e che tutte le aziende agricole del settore pubblico vengano date in gestione ai contadini. Dobbiamo lottare insieme per trasformare le multinazionali globali che sfruttano i diritti degli agricoltori poveri”.

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