30/06/2026, 15.11
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Armeni contro l’uso del genocidio come ‘arma’ nella guerra fra Netanyahu ed Erdogan

di Dario Salvi

Nei giorni scorsi il governo israeliano ha approvato una misura per il riconoscimento formale, ora la palla passa al Parlamento per il voto finale. Critiche di Turchia e Azerbaijan. Per gli armeni è una mossa politica che si inquadra in tensioni e conflitti attuali. Kegham Balian di “Save The ArQ” parla di “insulto alla memoria” degli 1,5 milioni di assassinati dall’impero ottomano. 

Milano (AsiaNews) - Un “insulto alla memoria” dei circa 1,5 milioni di armeni assassinati dall’impero ottomano e che vengono usati oggi, a distanza di oltre un secolo dal genocidio, come “merce di scambio” per soffiare sul fuoco della tensione con la Turchia e alimentare le ire della sua leadership. È un attacco frontale al governo israeliano e ai vertici dello Stato ebraico quello dello scrittore, ceramista e direttore comunicazione di “Save The ArQ” Kegham Balian, autorevole esponente della comunità armena di Gerusalemme. Membro di primo piano del movimento a difesa del quartiere armeno della città santa, si è speso in numerose battaglie per i diritti dei cristiani e a difesa delle sue proprietà, come accaduto nell’annosa vicenda riguardante il cosiddetto “Giardino delle Vacche” (Goveroun Bardez). “Nel 2020, durante la Guerra dei 44 Giorni Israele, al fianco della Turchia - ricorda l’attivista sul proprio profilo X - ha fornito all’Azerbaijan intelligence e armamenti all’avanguardia. Ciò ha portato all’uccisione di 5mila soldati armeni, culminando nella pulizia etnica di Artsakh (Nagorno-Karabakh) e nell’esodo di massa di 150mila armeni dalla loro patria millenaria di duemila anni”. Ecco perché, avverte, “non permetteremo che la sofferenza del nostro popolo venga usata per scopi di politicizzazione bellica”.

Israele e il genocidio (armeno)

Il 28 giugno scorso l’esecutivo del premier Benjamin Netanyahu ha approvato all’unanimità una proposta di legge finalizzata al riconoscimento formale del genocidio armeno, inviando la misura, introdotta dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, alla Knesset per un voto finale. “Non è mai troppo tardi per fare la cosa giusta” ha detto il titolare della diplomazia israeliana dopo il voto, definendo il riconoscimento del genocidio armeno “un dovere sia morale che storico”. Egli ha poi condannato gli sforzi per negare o distorcerne la documentazione. In caso di approvazione del Parlamento, l’ufficialità del riconoscimento porrà fine a decenni di omertà e disinteresse sulla questione, anche per le relazioni strategiche - almeno in passato - con Turchia e Azerbaigian.

La questione è stata discussa in Israele per anni con singoli deputati, membri di governo e commissioni parlamentari che hanno espresso un timido sostegno al riconoscimento. Un gruppo relativamente minoritario di politici, accademici e intellettuali israeliani ha sostenuto a lungo che il Paese aveva l’obbligo morale di fare un passo verso il riconoscimento. Tuttavia, nessun esecutivo aveva sinora approvato una proposta ufficiale in tal senso, e che coinvolgesse anche parte delle istituzioni statali. Di contro, la Turchia continua a negare che le sistematiche uccisioni di massa, deportazioni e persecuzione degli armeni dell’impero ottomano costituiscano un “genocidio”. Un termine coniato nel 1944 dall’avvocato ebreo polacco Raphael Lemkin, che ha citato la questione del massacro come uno degli eventi determinanti che lo hanno portato a sviluppare il concetto.

Fra quanti si sono spesi per un vero riconoscimento oltre le scelte di comodo o della contingenza politica vi è Israel Charny, fondatore dell’Istituto di Gerusalemme sull’Olocausto e il genocidio, che ha criticato con forza la politica pubblica ufficiale definendola una forma di “negazione”. Nel 2001 egli ha rimproverato pubblicamente l’allora ministro israeliano degli Esteri Shimon Peres per essersi riferito ai tragici eventi del 1915 come “accuse armene”, aggiungendo che non costituivano un genocidio e non dovevano essere paragonate all’Olocausto. Nel 2000 Yair Auron, un altro dei principali studiosi, ha pubblicato il libro “The Banality of Denial”, in cui ha esaminato il rifiuto dei governi israeliani per preservare le relazioni con la Turchia. Da oltre 20 anni alla Knesset si è cercato (invano) di riconoscere il genocidio armeno, col partito di sinistra Meretz che ha giocato un ruolo di primo piano. A partire dal 2008, l’allora leader Haim Oron è riuscito a mettere per la prima volta la questione all’ordine del giorno in commissione, ma anni di audizioni non hanno sortito alcun risultato. Nel 2016 il suo successore Zehava Galon ha ricordato come “anno dopo anno, diamo false speranze a coloro che sono qui riuniti”. Nell’occasione la Commissione per l’istruzione ha approvato un riconoscimento non vincolante del genocidio, anche se la misura non è stata assunta da tutte le componenti della Knesset.

Il fronte turco-azero

Dall’inizio della guerra a Gaza nel 2023 e per le ripetute accuse mosse dalla Turchia secondo cui Israele sta commettendo un genocidio nella Striscia, alcuni funzionari israeliani hanno sempre più fatto riferimento alla questione armena per attaccare Ankara e il suo governo. Già nel gennaio 2024, dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva dichiarato che il Paese stava presentando prove legali a sostegno della causa di genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele alla Corte internazionale di giustizia (Icj), il ministro israeliano degli Esteri Israel Katz aveva risposto rovesciando le carte. Accusando la Turchia di ipocrisia essendo “un Paese responsabile del genocidio armeno in passato”, egli ha quindi attaccato duramente il rivale turco: “Ricordiamo gli armeni, i curdi. La tua storia parla da sola”.

Ciononostante, per gli armeni questo repentino cambiamento della retorica di ministri e alti funzionari dello Stato ebraico appare più come una mossa politica improntata al cinismo e all’interesse personale, più che una vera presa di coscienza. Al riguardo l’attivista armeno di Gerusalemme Setrag Balian, co-fondatore del movimento SaveTheArQ che sostiene la conservazione del quartiere, afferma che Israele sta semplicemente armando il genocidio armeno contro la Turchia in risposta alle sue accuse di genocidio israeliano a Gaza.

Fra quanti hanno criticato la scelta “interessata” della leadership israeliana vi è anche l’Azerbaijan, che negli ultimi anni ha stretto una profonda alleanza con i vertici dello Stato ebraico, parlando di “distorsione dei fatti storici” da parte del governo Netanyahu. Baku, che ha stretti rapporti con Israele e ha combattuto più volte con la vicina Armenia soprattutto per il controllo del Nagorno-Karabakh, ha assunto una posizione simile a quella di Ankara. “La decisione del governo israeliano in merito al cosiddetto 'genocidio armeno' è una questione di seria preoccupazione” ha sottolineato il ministero azero degli Esteri. “La distorsione dei fatti storici - prosegue la dichiarazione - che circondano gli eventi del 1915 e la riduzione di una complessa questione storica a una decisione politica senza una solida base giuridica o accademica, sono inaccettabili”. In conclusione, il governo azero avverte che “tali azioni non contribuiscono alla riconciliazione o alla comprensione reciproca. Invece, approfondiscono le divisioni esistenti e minano gli sforzi per raggiungere pace e stabilità durature nella regione. Inviamo il governo israeliano a riconsiderare questa decisione”.

Armeni: abusi e violazioni

Nel triangolo fra Israele, Turchia e Azerbaijan, quel che resta è il popolo armeno in Terra Santa e nella madrepatria, col governo di Erevan che ha accolto con il silenzio e la freddezza - per usare un eufemismo - la mossa dello Stato ebraico. In queste ore il primo ministro Nikol Pashinyan ha affermato di non sentire il bisogno di rispondere alla decisione israeliana e alle reazioni dei Paesi della regione, aggiungendo che non intende “trasformare il genocidio in arma politica” perché non è “nell’interesse della nazione”.  I cristiani armeni di Terra Santa ricordano invece il lungo elenco di persecuzioni e violazioni alla libertà religiosa che hanno caratterizzato la vita recente della comunità, con un’escalation di attacchi confermata anche dai numeri. Anche il leader della comunità armena di Gerusalemme Hagop Djernazian ha ricordato che Israele “abbia avuto l’opportunità di riconoscere il genocidio armeno per motivi morali, ma ha perso quell'opportunità”.

Secondo il Religious Freedom Data Center è evidente una crescita dell’intolleranza, con un centinaio di episodi registrati solo nei primi sei mesi di quest’anno e un computo complessivo destinato a superare i 181 casi del 2025. Gli incidenti includono sputi, abusi verbali, vandalismo, profanazioni di tombe e graffiti e si concentrano nella città vecchia di Gerusalemme, nei pressi del Monte Sion, e vicino al patriarcato armeno. Oggi, il quartiere armeno è il più piccolo dei quattro e comprende circa il 14% dell’area complessiva. Situato nell’angolo sud-occidentale delle mura della Città Vecchia, è accessibile tramite la Porta di Zion (Bab al-Nabi Dahoud) e la Porta di Jaffa (Bab al-Khalil). Fra i casi più emblematici di violazioni degli ultimi anni vi è la vicenda che ha riguardato il cosiddetto “Giardino delle Vacche”, un’area di proprietà del patriarcato e finita al centro di un tentativo di esproprio a favore di un insediamento di coloni. Analisti ed esperti sottolineano come anche gli armeni vivano sotto l’occupazione israeliana e debbano affrontare una lotta critica per la sopravvivenza dovuta non solo a fanatici ebraici, ma pure per scelte di ecclesiastici corrotti che guardano più ai loro interessi che al futuro della comunità. 

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