17/03/2020, 12.22
LIBANO
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Coronavirus, la Chiesa maronita attacca una minoranza contraria alla comunione in mano

di Fady Noun

Il Paese alle prese con l’emergenza Covid-19; il governo corre ai ripari con misure restrittive. La Chiesa ha reso obbligatoria la comunione in mano, in attesa della fine dell’epidemia. Un rito contemplato anche fra i primi cristiani, ma osteggiato da una corrente tradizionalista. L’incidente di Ajaltoun. 

Beirut (AsiaNews) - Nel mezzo della Quaresima, un periodo di intense preghiere liturgiche, le precauzioni e le misure di contenimento contro la diffusione dell’epidemia di coronavirus si imbattono contro abitudini ben radicate nelle chiese del Libano. 

La decisione della Chiesa maronita di rendere obbligatoria la comunione nella mano, presa il 4 marzo, ha sorpreso i fedeli, che si sono adattati, a volte rassegnati, e la prendono per quello che è, una misura provvisoria, nell’attesa della fine dell’epidemia. Tuttavia, la decisione è stata respinta con forza da una corrente tradizionalista perché “contraria alla vera fede”. I suoi sostenitori chiedono che non sia obbligatoria, contestando il fatto che alcune parrocchie, in risposta alle richieste del governo, hanno deciso di sospendere tutte le messe e le attività di gruppo come cori, le escursioni, le feste, le fiere, le mostre e i concorsi. 

I greco-cattolici hanno autorizzato la comunione nelle mani, pur lasciandola facoltativa. All’arcivescovado greco-cattolico di Beirut, domenica scorsa si sono formate due file di fedeli, con l’arcivescovo Georges Bacouni che al momento della comunione ha lasciato libera scelta fra la comunione tradizionale e quella nelle mani. “La maggior parte dei fedeli - ha precisato l’arcivescovo raggiunto al telefono - hanno scelto di ricevere la comunione come sempre”. Tuttavia, altri gesti liturgici come quello di abbracciare il Vangelo o le icone, e il gesto di pace, sono state saltate e i fedeli hanno cercato, per quanto possibile, di mantenere una certa distanza fra loro. 

Presso i greco-ortodossi, una comunità patriarcale legata a Damasco ha raccomandato ieri sera una collaborazione totale delle Chiese con le autorità civili nella lotta contro il coronavirus. All’atto pratico, risultano sospese tutte le attività ma non le messe, alle quali i fedeli possono partecipare in modo libero. In ogni caso sono previsti momenti determinati e prestabiliti per la comunione. In altre parole, questa comunione sarà concessa in modo indipendente rispetto alla funzione religiosa, o sarà separata da essa, ma su questo punto il testo resta assai vago. 

Scandalo ad Ajaltoun

In seno alla Chiesa maronita, si è verificato un incidente durante la messa domenicale dell’8 marzo scorso nella chiesa di Mar Zakhia (san Nicola) ad Ajaltoun (Kesrouan). Insensibili alle raccomandazioni del sacerdote, e in nome di una devozione scrupolosa del Santissimo sacramento, i fedeli si sono opposti in modo deciso al carattere obbligatorio della comunione in mano. “Noi siamo la Chiesa” hanno gridato i contestatori, in risposta al prete che reclamava obbedienza alla Chiesa. L’alterco con il celebrante ha portato alla sospensione della funzione religiosa. 

In un messaggio rivolto ai fedeli della diocesi all’indomani dell’episodio, il vescovo di Jbeil mons. Michel Aoun ha chiesto che la comunione nelle mani sia “accolta in spirito di obbedienza” e che essa “non è una novità, quanto piuttosto una delle consuetudini più antiche della Chiesa”. 

Il vescovo ha citato a questo proposito due testi di san Cirillo di Gerusalemme e di Teodoro di Mopsuestia. “Sul modo in cui viene assunta la santa eucaristia durante la messa - ha osservato il vescovo - san Cirillo di Gerusalemme (387 d.C.) ha scritto: 'Quando ti avvicini (all’altare), fai della tua mano sinistra un trono per la tua destra, perché è lei che deve ricevere il Re, e ricevete il corpo di Cristo nel palmo della mano dicendo, Amen. Dopo aver toccato i tuoi occhi per santificarli con il corpo santo, ricevi la comunione'”. Ed è in termini molto simili che si esprime Teodoro di Mopsuestia (428 d.C.) per spiegare come accostarsi all’ostia consacrata. 

Una riscoperta del Vaticano II

“È la riscoperta di questi testi dei patriarchi, ai tempi del Concilio Vaticano II, che ha spinto i padri conciliari a far rivivere questa modalità antica di prendere la comunione nella Chiesa occidentale” ha spiegato il vescovo di Jbeil. Noi chiediamo ai fedeli di attenersi a questa misura […] tanto più che essa può beneficiare di una base teorica confermata anche dalle nostre tradizioni maronite, nelle quali troviamo una chiara traccia nell’inno d’azione di grazia cantato dopo la comunione: 

“Ecco che ho ricevuto il tuo Corpo Santo, 

Che il fuoco non mi divori; 

Possano i miei occhi che l’hanno toccato, 

Contemplare il tuo amore”.

Sebbene il patriarca maronita, il card. Bechara Raï, abbia tenuto un incontro con i suoi vicari per esaminare le conseguenze pastorali di questo incidente, il vescovo di Sarba, mons. Paul Rouhana, non si è fermato. In un messaggio piuttosto lungo, si è detto sorpreso del fatto che “questa semplice misura di prevenzione […] possa causare un disordine così grande e sia sfruttata come manifesto da un gruppo di oppositori alla sua applicazione, che comprendono fra gli altri religiosi e laici fautori di una campagna in nome della difesa del dogma e della purezza della fede”.

“Rinnovo dunque - ha proseguito il vescovo nel suo messaggio - il carattere obbligatorio di questa misura, che non consente alcuna eccezione per qualsivoglia pretesto, fino a che non vi sarà un vaccino contro questo virus”. Renderlo facoltativo “sarebbe in contraddizione con le misure di prevenzione che lo hanno reso necessario”. 

Proseguendo nella sua esortazione, il vescovo di Sarba si è detto anche “inquieto, sul piano ecclesiale, nel vedere sacerdoti e laici, in particolare quelli che gravitano nell’orbita del movimento sacerdotale mariano (fondato dal sacerdote italiano don Stefano Gobbi nel 1972) far circolare in modo pubblico testi secondo cui la comunione nelle mani è per sua natura contraria alla vera fede”. E che, aggiunge, “queste misure […] manifestino una mancanza di fede e sminuiscano la potenza del Dio presente nel sacramento della comunione, nel guarire l’anima e il corpo”. 

Fede e ragione

“In un’epoca - afferma indignato il vescovo - in cui il Paese è precipitato in una crisi economica e finanziaria, e deve affrontare le conseguenze della pestilenza chiamata coronavirus, queste persone che si oppongono alla comunione in mano […] non hanno esitato a dire che l’obbedienza alla Chiesa in materia è ‘una obbedienza al peccato’ e una ‘caduta nelle reti del diavolo’”. E spiegare che, con tali propositi, i fedeli si stanno allontanando dall’insegnamento della Chiesa sul rapporto fra fede e ragione. Agli occhi della fede cattolica, ha proseguito, “per riuscire a dominare la Creazione sotto lo sguardo di Dio, è essenziale che l’uomo cerchi assiduamente, per mezzo di una ragione illuminata dalla fede, le leggi che governano la vita umana e il mondo in cui vive”. 

Illustrando un po’ meglio la propria posizione, il vescovo Paul Rouhana ci esorta a rifiutare che “un piccolo gruppo con una visione di parte e parziale detti la sua legge alla grande Chiesa”. Per il vescovo di Sarba, la “Chiesa affronta una corrente integralista, o fondamentalista e molto attiva sui social network, sapendo che il fondamentalismo si aggrappa a un elemento della fede e lo amplifica al punto da soffocare la totalità”. Mons. Rouhanna conclude in modo categorico che questa corrente minoritaria “deve essere allineata e compiere un gesto di fedeltà alla grande Chiesa, che deve assicurare l’unità del suo insegnamento”.

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