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» 13/01/2012 11:26
INDIA
Corte islamica del Kashmir incrimina il rev. Khanna e p. Jim Borst di proselitismo
di Nirmala Carvalho
A giorni la condanna definitiva. Per il Gran muftì della regione i due religiosi sono colpevoli di conversioni forzate. Rev. Khanna: “Ho paura per la mia vita”. John Dayal, dell’All Indian Christian Council (Aicc): “Tribunale islamico non ha alcuna autorità, l’India è uno Stato laico e democratico”.

Srinagar (AsiaNews) – “Temo per la mia vita. Sono in pericolo”. È il grido d’allarme lanciato su AsiaNews dal rev. CM Khanna nella foto), pastore anglicano della All Saints Church, che il tribunale islamico del Kashmir ha incriminato per proselitismo e conversioni forzate al cristianesimo. Con lui, la corte shariatica (che non ha alcuna autorità legale nello Stato, ndr) ha incriminato anche p. Jim Borst, il missionario cattolico olandese di Mill Hill per le stesse accuse. Il Gran muftì della regione Muhammad Nasir-ul-Islam ha dichiarato che il tribunale annuncerà la condanna “al più presto”.

Nel novembre 2011 il tribunale islamico aveva convocato il rev. Khanna, affermando di aver spinto al battesimo 7 giovani musulmani in cambio di soldi. Per queste accuse – sempre rinnegate dal pastore e dagli stessi convertiti – l’uomo è stato arrestato e rilasciato solo dopo una settimana. Simile sorte anche per p. Jim Borst: il missionario ha dovuto rispondere di accuse di proselitismo dinanzi alla corte shariatica del Kashmir, Stato in cui vive da 49 anni.

Secondo il Gran muftì, il rev. Khanna avrebbe confessato di aver “adescato” delle persone per spingerle a convertirsi al cristianesimo. “La situazione del Kashmir – ha affermato il leader islamico – sta attraversando una fase critica. Se non fermiamo subito elementi come questi, avremo un impatto negativo sulla società. È scioccante e sorprendente che il governo tolleri attività del genere”.

“Quando mi hanno convocato – racconta il rev. Khanna ad AsiaNews – ero da solo, circondato da 30 persone. La tensione era alta e tutti gridavano accuse false e insulti contro di me. L’unica confessione che ho fatto, è stata ammettere il battesimo. Quei giovani adulti sono venuti nella mia chiesa, loro hanno espresso il desiderio di battezzarsi e seguire un cammino di catechesi. Poi, ho parlato loro del mio impegno dopo il terremoto del 2005. Avevo coordinato la ricostruzione di molte case e nessuna persona si è convertita al cristianesimo”. Al termine dell’interrogatorio, rivela il pastore, “mi hanno costretto a firmare un documento in urdu, non so cosa ci fosse scritto. Ero terrorizzato”.

“La Chiesa – ribadisce John Dayal, segretario generale dell’All Indian Christian Council (Aicc) – non accetta alcuna conversione ottenuta con la forza o per frode. In tutta la regione del Kashmir, la comunità cristiana conta appena 400 persone e ha sempre vissuto in pace con i suoi vicini musulmani. Non si può accettare un verdetto del tribunale islamico o di qualunque altra religione in India, perché siamo il più grande Stato laico e democratico al mondo”.


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