11/01/2013, 00.00
CINA
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Dissidente scomparso e "prigioni nere": la Cina delle riforme è sempre la stessa

Zhu Chengzhi è stato sequestrato dalla polizia in un luogo sconosciuto alla famiglia e al suo avvocato. È accusato di "minare la sicurezza dello Stato". Ma Zhu sta solo investigando sulla morte sospetta di un dissidente democratico di Tiananmen, Li Wangyang. Anche la tanto sbandierata "riforma" dei laojiao rischia di essere solo una cosmesi: cambia il nome, ma la gente viene comunque internata. A Pechino "prigioni nere" per 70-80mila detenuti.

Pechino (AsiaNews) - Zhu Chengzhi, un attivista dell'Hunan che indaga sulla morte di un dissidente di Tiananmen è stato messo in residenza sorvegliata e segreta per sei mesi. Amici, parenti, avvocati non possono andare a trovarlo. Eppure dal 1mo gennaio, Pechino ha messo in atto la riforma del codice penale con cui si stabilisce che la polizia deve avvertire la famiglia del sospettato e entro 48 ore deve permettere all'avvocato di incontrare il suo cliente. Nulla di tutto questo: dal 4 gennaio, Zhu Chengzhi è in una "residenza sorvegliata" e segreta grazie a un cavillo del codice riformato che dà alla polizia il potere di "far sparire in modo forzato", tutti coloro che "minano la sicurezza dello Stato", così che la famiglia "non interferisca con l'inchiesta". Così, né la famiglia, né il suo avvocato, Liu Xiaoyuan, hanno possibilità di incontrare Zhu. La polizia ha solo comunicato loro che Zhu si trova in "residenza sorvegliata" con l'accusa di "incitamento a rovesciare il potere dello Stato".

La "pericolosità per lo Stato " di Zhu Chengzhi è presto detta: egli continua a investigare sulla morte del sindacalista Li Wangyang, dissidente democratico di Tiananmen nel 1989 e morto in circostanze sospette mentre era nelle mani della polizia.

Nel mondo della dissidenza vi è scetticismo anche verso la riforma dei campi di lavoro forzato. Nei giorni scorsi, Meng Jianzhu, segretario del Comitato legale e politico del Partito comunista cinese, ha comunicato che entro la fine del 2013 la Cina avrebbe "fermato" i laojiao, la "rieducazione attraverso il lavoro", un metodo di detenzione e di lavoro forzato che dura dai tempi di Mao Zedong.

Secondo il Chrd (China Human Rights Defenders), la cosiddetta "riforma" è solo una cosmesi perché si sta solo cambiando il nome al laojiao, chiamandolo "Correzione per comportamento illegale". Allo stesso modo, anche le "stazioni di custodia", dove tenere prigionieri coloro che presentano delle petizioni, dal 2003 hanno cambiato nome e si chiamano "custodia e rimpatrio", le famigerate "prigioni nere" dove la gente sparisce per mesi, moltiplicate a dismisura negli ultimi anni. Secondo alcuni testimoni, solo a Pechino, le "prigioni nere" possono contenere fino a 70-80mila detenuti.

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