27/01/2017, 12.40
FILIPPINE - KUWAIT
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Dolore dei vescovi per la filippina condannata a morte in Kuwait

La donna, dichiaratasi innocente, è stata giustiziata insieme ad altre sei persone. Duterte spinge per l’imminente l’approvazione della pena capitale nelle Filippine. L’appello della Conferenza episcopale: “la morte di Jakatia dovrebbe renderci tutti contrari.”

Manila (AsiaNews/CbcpNews) - I vescovi cattolici hanno espresso dolore per l'esecuzione di una collaboratrice domestica filippina in Kuwait e hanno invitato i filippini a riconsiderare le loro posizioni sulla reintroduzione della pena di morte nel Paese, abolita nel 2006.

Jakatia Pawa, una migrante filippina, è stata giustiziata il 25 gennaio 2017. Insieme a lei sono state condannate a morte per impiccagione altre sei persone: tre donne e quattro uomini, tra cui un esponente della famiglia reale. Queste sono le prime condanne disposte nel ricco Paese del Golfo dal 2013, quando si pose fine ad una moratoria durata sei anni.

Un dichiarazione dell’ufficio del pubblico ministero del Kuwait ha reso note le nazionalità degli altri condannati: due kuwaitiani, un uomo e una donna, due egiziani, un bangladeshi ed una etiope che, al pari di Jakatia Pawa, era impiegata come collaboratrice domestica presso una famiglia locale. Entrambe le donne erano state accusate dell’omicidio di un componente della famiglia presso cui lavoravano. I due omicidi non erano correlati.

In Kuwait vivono e lavorano circa 240 mila cittadini filippini, molti dei quali impiegati come collaboratori domestici.

Ernesto Abella, portavoce della Presidenza delle Filippine, ha espresso profonda tristezza per l’esecuzione di Jakatia Pawa. Egli ha precisato che il governo filippino aveva fatto tutto il possibile per salvare Pawa, compresa l'assistenza legale al fine di garantire che i suoi diritti fossero rispettati e che tutte le procedure legali fossero seguite.

I vescovi filippini (Cbcp), esprimendo ieri il dolore per l'esecuzione di Jakatia Pawa, hanno dichiarato che ciò dovrebbe servire da monito ai filippini per rifiutare la pena capitale.

"La Cbcp esprime le più sincere condoglianze alla famiglia della defunta Jakatia Pawa, nostra connazionale filippina, che è stata giustiziata in Kuwait", ha detto Socrates Villegas, presidente della Conferenza episcopale e arcivescovo Lingayen-Dagupan.

Egli ha poi dichiarato: “Il fatto che Jakatia abbia professato la propria innocenza fino alla fine della sua vita, sottolinea solo l'avversione alla pena di morte e la tristezza che proviamo per la morte di Jakatia dovrebbe renderci tutti contrari alla pena di morte”.

Nel 2007 Pawa era stata accusata di aver ucciso la figlia 22enne del suo datore di lavoro.

Fino alla sua morte la filippina ha sostenuto la propria innocenza affermando di non aver mai avuto motivo alcuno per uccidere la ragazza.

"E' una notizia triste e deprimente. Una vita è stata persa. Un sogno si è infranto. Qualunque sia la ragione o la religione lei è una filippina. Lei è una di noi. Siamo toccati nel profondo", ha detto il vescovo Ruperto Santos, che presiede Commissione della Cbcp sui Migranti e gli Itineranti.

Egli ha affermato che il ripristino della pena di morte nel Paese mette a rischio i lavoratori filippini d’oltremare che si trovano nel braccio della morte all'estero. Lo scorso settembre il presidente Duterte aveva infatti dichiarato di voler reintrodurre la pena capitale, accendendo un forte dibattito tra i cittadini. Il provvedimento è ora in discussione in sede legislativa ma la sua approvazione sembra imminente.

"Il governo non dovrebbe far passare la pena di morte. Se ci sarà la pena nel nostro Paese, noi perderemo ogni autorità morale e legittimità nel chiedere clemenza per i nostri filippini che sono condannati a morte", ha detto Santos.

Il prelato ha anche invitato l'amministrazione Duterte a fornire assistenza ad altri lavoratori filippini d’oltremare che si trovano ad affrontare l’esecuzione all'estero.

"Ci sono ancora quelli imprigionati. Il governo non deve abbassare la guardia né fare affidamento sugli ultimi due minuti. Essi devono agire, con decisione e prontezza, per coloro che sono in carcere", ha aggiunto.

Secondo il Dipartimento degli affari esteri (Dfae), ci sono ancora 88 filippini nel braccio della morte all'estero.

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