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  • » 24/06/2016, 11.48

    INDIA

    Donna uccisa per venderne gli ovuli. Medico cattolico: È solo un business, non un aiuto alla vita

    Nirmala Carvalho

    Nel Maharasthra la polizia ha scoperto un racket di ovuli. Le donne povere venivano convinte a donare i propri con la promessa di elevati guadagni. Ma una di loro si è ribellata ed è stata uccisa. Dott. Pascoal Carvalho: “Il bambino non è mai visto come un dono, ma come un articolo da procurare”.

    Mumbai (AsiaNews) – “La surrogazione di maternità non è mai stata a favore della vita. È solo un business”. Lo dice ad AsiaNews il dott. Pascoal Carvalho, medico cattolico e membro della Pontificia accademia per la vita, commentando l’omicidio di una giovane madre indiana, rapita e uccisa per poterne vendere il figlio e commerciarne gli ovuli. A proposito dell’industria dell’utero in affitto, di cui l’India è leader mondiale, il medico afferma: “È un mercato che fattura miliardi di dollari, in gran parte non regolamentato e privo di etica, ricco di avidità e pieno di potenziali pericoli”.

    La vicenda di Madhumati Thakur, 22 anni, è venuta alla luce questa settimana e ha acceso i riflettori sul traffico di ovuli in Maharashtra. La polizia di Hadapsar (vicino la città di Pune) ha arrestato quattro donne e un’altra persona colpevoli dell’omicidio della giovane madre, e della tentata vendita del suo bambino.

    La mente del racket era Nikita Sanjay Kangne, che avvicinava donne povere delle baraccopoli di Wanowrie e Hadapsar e le convinceva a donare i propri ovuli con la promessa di ingenti guadagni. Lo stesso è avvenuto con Madhumati, che però sembra si sia ribellata e per questo è stata uccisa.

    Kangne ha confessato che lei stessa ha donato i propri ovuli per la fecondazione artificiale ed è stata una madre surrogata. L’omicida aveva trovato lavoro presso un centro per la fertilità di Vimannagar specializzato in fecondazioni in vitro, al quale “forniva” donatrici di ovuli su commissione. La clinica sborsava 15mila rupie per ogni donna [198 euro]; di queste, 10mila erano per la donatrice e 5mila per il suo ingaggio.

    La polizia sta tentando di capire se il racket abbia coinvolto altre donne, e le probabilità sono molto elevate dato che il gruppo era attivo da sette mesi. Il dott. Carvalho, che è anche membro del Comitato diocesano per la vita umana, riferisce: “La vita non viene mai presa in considerazione nella pratica dell’utero in affitto. Strategie di marketing ingannevoli dipingono questo business in maniera diversa da quello che è: mercificazione della vita. Il bambino non è mai visto come un dono, ma come un articolo da procurare”.

    Secondo il medico, “le decine di migliaia di embrioni distrutti, i pericoli per le donne assoldate, e ora anche l’omicidio di una di loro a Pune, rivela l’amara verità della surrogazione: la sconfitta del valore intrinseco della vita umana”.

    Egli inoltre sottolinea la “mancanza di una legislazione adeguata e di trasparenza nell’intero sistema. La maternità surrogata appare come un’attraente alternativa per le madri povere, che così guadagnano qualche soldo, o per le coppie infertili, che possono soddisfare il desiderio di genitorialità a lungo atteso. Ma l’inadeguatezza delle leggi porta solo allo sfruttamento di entrambi, madri surrogate e genitori, in balia delle logiche di profitto di questi intermediari e delle agenzie commerciali”.

    In India il settore della fecondazione assistita fattura ogni anno circa 5 miliardi di dollari [4,4 miliardi di euro] e nel Paese ci sono più di 500 cliniche. Il settore dell’utero in affitto “produce” 6mila bambini all’anno, per un guadagno di circa un miliardo di dollari. Le coppie, soprattutto straniere, preferiscono i bambini indiani perché il costo di una gravidanza surrogata è di molto inferiore: tra i 18mila e i 30mila dollari (un terzo rispetto al prezzo negli Stati Uniti), di cui circa 8mila spettano alla donna che porta in grembo gli embrioni donati dalla coppia. 

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