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» 02/04/2009 16:03
CAMBOGIA
Duch: da Khmer rosso a cristiano. Il solo a chiedere perdono
La presa di coscienza è frutto della sua conversione al cristianesimo. Missionario del Pime: la richiesta di perdono rappresenta un “elemento nuovo” per la storia cambogiana, che è alla ricerca di “rapporti umani sui quali ricostruire il tessuto sociale”.

Phnom Penh (AsiaNews) – Confessare al Tribunale internazionale i crimini commessi e chiedere “perdono di cuore” al popolo cambogiano per le proprie colpe: il gesto compiuto dal compagno Duch rappresenta una svolta epocale per un Paese in cui vi sono, ancora oggi, divisioni e reticenze nell’analisi dei massacri compiuti dai khmer rossi. Kaing Guek Eay, l’aguzzino della famigerata prigione S-21 all’interno della quale sono stati massacrati circa 17mila cambogiani fra il 1975 e il 1979, è l’unico leader del movimento maoista ad aver ammesso “le torture e le uccisioni ai danni della popolazione civile”. Una presa di coscienza individuale che è anche frutto della conversione al cristianesimo, avvenuta nel 1996, grazie al rapporto di amicizia nato con un pastore protestante cambogiano.
 
Pol Pot, il fanatico ideologo e capo del regime, è morto impunito e gli altri quattro imputati in attesa di processo – Kaing Guek Eay, Khieu Samphan, Ieng Sary, Ieng Thirith e Nuon Chea – non hanno voluto ammettere i crimini del passato. Hun Sen, attuale primo ministro della Cambogia ed ex funzionario del regime, ha respinto con sdegno la richiesta di comparire in aula, dichiarando che preferisce piuttosto “vedere morto il Tribunale per mancanza di fondi”. L’udienza di Kaing Guek Eay è stata seguita in televisione da tutto il Paese e ha generato reazioni contrastanti. Molti giustificano le colpe del passato affermando che ognuno “obbediva agli ordini dei superiori”.
 
Per Duch la presa di coscienza dei crimini commessi e la richiesta di perdono sono il frutto di un lungo cammino iniziato nel 1996, quando egli ha abbracciato il cristianesimo avendo come amico un pastore protestante in un villaggio vicino a Battambang. Dopo aver ascoltato i sermoni del reverendo Christopher Lapel, l’ex capo della prigione S-21 – che aveva tenuto nascosta la sua vera identità, facendosi chiamare Hang Pin – ha chiesto di essere battezzato. “È cambiato totalmente dopo aver abbracciato Cristo – racconta il rev. Christopher in una intervista rilasciata al Time nel 1999 – passando dall’odio profondo all’amore. Diceva di non aver mai ricevuto amore da bambino e negli anni giovanili. Convertendosi a Cristo, l’amore ha riempito il suo cuore”. Il pastore afferma che si “intuivano dei segni rivelatori della sua vera identità”: prima di ricevere la comunione il leader khmer rosso “ha ammesso di aver fatto cose molto cattive in vita sua” e non sapeva se “i suoi fratelli o sorelle avrebbero potuto perdonarlo”. Anche P. Lapel ha perso diversi amici e parenti nella prigione S-21, ma non nutre sentimenti di odio “per l’unica persona che ha confessato di aver avuto un ruolo nella macchina della morte” ideata dai fanatici rivoluzionari maoisti.
 
Padre Alberto Caccaro, missionario del Pime da oltre dieci anni in Cambogia, conferma che la “confessione” del compagno Duch assume oggi un significato ancora più profondo. “Il riconoscimento della propria colpa – sottolinea – è il modo in cui ciascuno si percepisce davanti a Dio. Una gran parte dell’opinione pubblica è rimasta stupita in maniera positiva dalla sua confessione, che appare come una voce fuori dal coro”. La Cambogia non ha ancora avviato un serio percorso di revisione storica dei fatti avvenuti negli anni ’70 (il massacro di quasi due milioni di persone), fino alla cacciata del regime e alla spinta verso una nuova modernità “che guarda solo agli interessi materiali e al benessere individuale”. “La gente – racconta il missionario – fatica a concepirsi come parte di un tessuto sociale e anche attraverso l’uso del linguaggio tende a dissimulare le colpe commesse. Non esiste il concetto di assunzione di responsabilità e si tende all’auto-indulgenza”. Il processo ai Khmer rossi, continua, non servirà “a restituire un nuovo volto alla società” cambogiana, ma “gesti individuali” come quello compiuto dal compagno Duch possono essere invece “un punto di partenza per una analisi più profonda della storia”.
 
“Non bisogna trasformare il compagno Duch in un santo – conclude il missionario – ma la sua storia personale, il momento della confessione e la presa di coscienza dei crimini commessi sono un elemento nuovo per la Cambogia”.

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