Il ponte delle lingue tra Russia e Ucraina
La poetessa e traduttrice Irina Jurčuk, nativa della città di Kharkov sul confine tra i due Paesi, epicentro del conflitto in corso, ha pubblicato a Kiev il suo libro “Il passaggio sopraelevato”, un’antologia in cui unisce testi di autori russi e ucraini contemporanei, con le traduzioni e le sue stesse rime bilingue. Un modo per ritrovare la propria vera identità, senza farsi annientare dalle prevaricazioni e dalle rivendicazioni.
La questione di fondo nell’eterno conflitto tra Russia e Ucraina, che si prolunga sul campo da quattro anni e nelle coscienze da quattro secoli (si potrebbe dire da oltre un millennio fin dalla fondazione della Rus’ di Kiev), è il confronto tra due visioni del mondo, delle relazioni umane e dei rapporti tra i popoli, quella dell’Oriente collettivista e dell’Occidente personalista, nelle tante varianti in cui si possono definire. Il conflitto riguarda i territori sulle due sponde del fiume della storia europea, nella rappresentazione del Danubio, del Dnepr fino al Volga, si esalta nel confronto tra le diverse interpretazioni del cristianesimo latino e bizantino, ortodosso russo e ortodosso ucraino, cristianesimo e islam, fino alle molteplici flessioni linguistiche e culturali.
I russi non ritengono l’ucraino una vera lingua, ma il confronto si estende a quello con il polacco, il ceco o il bulgaro, il serbo e il croato e altre varianti delle lingue slave, ciascuna delle quali ritiene di essere “lingua-madre” a cui tutti devono fare riferimento. Tutti gli slavi ortodossi utilizzano la sacra dimensione dello slavo ecclesiastico, che richiama le comuni radici dello slavo antico, riuscendo a litigare perfino per la pronuncia variabile di formule ormai poco comprensibili per i fedeli durante le liturgie, che rimangono appannaggio del clero come strumento di affermazione della superiorità “istitutiva” della Chiesa sullo Stato.
La grande cultura russa dei secoli passati è oggi finita nel dimenticatoio della propaganda più insulsa, che si limita a sfruttare slogan e citazioni di Puškin, Gogol e Dostoevskij per dimostrare la grandezza artistica dell’artificioso “mondo russo”, mentre da parte ucraina questi grandi nomi del passato vengono demonizzati e accusati di aver ispirato le politiche imperiali degli zar, dei comunisti sovietici e dei sovranisti putiniani, imponendo la “lingua del nemico”. In questo modo si azzerano le possibilità di capirsi e dialogare, rifiutando di credere che “l’altro” abbia una sua dignità culturale, sociale e religiosa, e tutto si riduce ad affermazioni aggressive di identità sempre più artificiose, come avviene ormai nel mondo della comunicazione tecnologica che si riflette nelle relazioni sociali a tutti i livelli, fino alle operazioni militari, alle trattative diplomatiche e alle ideologie politiche dominanti.
Un tentativo di ristabilire dei ponti di comunicazione reale e profonda viene offerto da una poetessa e traduttrice bilingue russo-ucraina, Irina Jurčuk, nativa della città di Kharkov sul confine tra i due Paesi, epicentro del conflitto in corso. Da anni vive in Germania, lavora come medico e scrive poesie sia in ucraino sia in russo, per adulti e per bambini. Dopo aver vinto numerosi premi di concorsi letterari in Ucraina e a livello internazionale, di recente è stato pubblicato a Kiev il suo libro Nadzemnyj perekhid, “Il passaggio sopraelevato”, un’antologia in cui unisce testi di autori russi e ucraini contemporanei, con le traduzioni e le sue stesse rime bilingue.
Jurčuk afferma di essersi fatta ispirare dal “fascino poetico della lingua nativa insieme al desiderio di ampliare i limiti delle proprie capacità”, passando dal lavoro di traduzione all’espressione creativa. Mettere insieme le diverse dimensioni della cultura russa e ucraina ha anche “coinciso con la necessità di estraniarsi psicologicamente dalla spaventosa realtà della guerra”, usando l’immersione nelle traduzioni come meccanismo di fuga dalla tragedia. In questo modo si può cercare di “costruire un ponte tra le lingue e le epoche, tra le generazioni contemporanee e quelle future degli ucraini”, ritrovando nella lingua la propria vera identità, senza farsi annientare dalle prevaricazioni e dalle rivendicazioni.
Basterebbe ricordare un termine abusato ormai a tutte le latitudini, quello del “genocidio” di cui gli Stati in conflitto si accusano reciprocamente. La motivazione principale del “genocidio dei russi nel Donbass”, che per Mosca giustifica la “operazione militare speciale”, è proprio quella linguistica, imponendo ai russofoni della regione di usare solo la lingua ucraina, come del resto gli ucraini ritengono di essere stati sottoposti da secoli al “genocidio della russificazione” da cui bisogna liberarsi definitivamente, ricordando la proibizione della lingua ucraina da parte degli imperatori russi nell’Ottocento, e le successive ondate di cancellazione dell’identità ucraina da parte dei sovietici, anche con la soppressione della Chiesa greco-cattolica e il dominio russofono dell’ortodossia patriarcale.
Il progetto dell’antologia è dunque quello di passare “al di sopra”, nadzemnyj, a tutte le diatribe e le battaglie, per cercare di limitare al massimo i danni e ritrovare la vera espressione di entrambe le lingue e le culture, grazie anche alla “diversa musicalità dei suoni nelle diverse formulazioni, usando gli strumenti poetici che scardinano le barricate”, afferma Jurčuk. La composizione dei versi è il modo migliore di usare le lingue, e la traduzione obbliga a guardare ogni parola molto attentamente, analizzandone il senso nel contesto della rima, più che riportarne semplicemente il corrispettivo formale. Anche conoscendo bene una lingua straniera, è inevitabile la continua ricerca sui vocabolari e la scelta di usare forme anche molto diverse da quelle convenzionali, tanto più quando si tratta di lingue molto vicine tra loro come il russo e l’ucraino, come del resto era avvenuto in passato per le lingue greco-latine, romanze, anglosassoni e così via, col risultato di migliorare la propria stessa lingua nativa.
La traduzione è sempre a rischio di tradimento, ma solo in questo modo si compie il processo della tradizione, nelle diverse varianti dello stesso termine dal latino tradere. In tempi di “valori tradizionali” enunciati dall’alto degli amboni politico-religiosi, lo sforzo letterario e poetico può davvero far riscoprire il valore autentico delle tradizioni, di cui la lingua è un vettore imprescindibile. Come spiega la Jurčuk, “la traduzione è una piccola vita nello spazio e nel tempo della poesia, cercando di evitare gli scogli della perdita di significato o di portarlo dalla propria parte, diversa da quella dell’autore”. In tempi di traduttori automatici sempre più perfezionati, si apre uno spazio nuovo di comprensione reciproca, dimostrando che la tecnologia non risolve nulla senza il contributo della persona.
Non esiste attualmente alcun dialogo tra la cultura e la letteratura di Russia e Ucraina, e sarà difficile che si possa riconnettere per chissà quanto tempo, qualche decennio come minimo, ammesso che finiscano prima o poi le operazioni militari. Jurčuk cita un verso di un poeta ucraino in lingua russa, secondo cui in futuro la biblioteca / sarà un pericolo per gli uomini / e nel XXI secolo che acceca / sarà nel fuoco dei fenomeni, ovviamente in traduzione italiana che non rispetta l’originale russo e neppure la traduzione ucraina, sempre però rimarcando come i libri e le parole stanno diventando sempre meno delle certezze, e sempre di più delle armi di distruzione di massa.
La letteratura ucraina in generale, e la poesia in particolare, si stanno sviluppando come mai era successo nella storia, e la guerra ha ulteriormente accelerato i tempi della creatività, con grande presa di coscienza per la necessità di dissociarsi sempre più da quella russa. La lingua russa, che tutti gli ucraini conoscono e parlano correntemente, è diventata un fattore traumatico della quotidianità tragica da cui prendere le distanze in modo assoluto, e capita spesso che il russo parlato in casa per abitudine venga censurato in pubblico per la vergogna che provoca sentirlo, e non tutti hanno la possibilità di passare integralmente ad esprimersi in ucraino, lingua nativa a lungo repressa e oggi lingua espressiva di un desiderio di cambiamento radicale. Lo stesso presidente Volodymyr Zelenskyj, prima di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2019, aveva seguito un corso di ucraino, essendo russofono per eredità familiare.
La nuova cultura ucraina non vuole però essere determinata soltanto dalla reazione di protesta contro l’aggressore, ma cerca di definire una identità proiettata su un futuro ancora tutto da scrivere e declamare, ben sapendo che la pressione della Russia non si fermerà soltanto ai missili e alle conquiste territoriali, ma cercherà in tutti i modi di riconquistare l’autocoscienza di un popolo da cui gli stessi russi provengono, e con cui sono ancora strettamente imparentati. La lingua sarà sempre più la “difesa immunitaria in un organismo vivente”, afferma Irina Jurčuk, che cerca di mantenere un ponte sopra l’abisso dei due popoli, con una dedizione necessaria non soltanto ai russi e agli ucraini, ma come esempio per i popoli nemici di tutte le parti del mondo, usando la lingua degli uni e degli altri per riscoprire verità comuni e più grandi, come in questi versi da lei composti sotto il fragore delle bombe che distruggono le case:
...La scienza della fuga, l'esperienza della sopravvivenza,
il lenzuolo stretto come un cappio,
e io sogno: ogni colpo nell'universo è un colpo diretto su di me...
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