16/02/2009, 00.00
PAKISTAN
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Emarginazione, minacce e miseria per le famiglie colpite dalla blasfemia

di Qaiser Felix
Arresti, multe, licenziamenti, umiliazioni, insicurezza, possibili attentati sono comuni fra le famiglie i cui membri sono stati accusati di blasfemia contro il Corano. Il caso di James Masih e di Boota Masih, condannati a 10 anni senza alcuna prova.

Faisalabad (AsiaNews) – La blasfemia non colpisce solo chi è accusato, ma anche le loro famiglie riducendole in miseria e condannandole all’emarginazione. Naveed Walter, presidente dell’ong Human Rights Focus Pakistan (Hrfp), afferma che “le loro sofferenze rimangono nascoste e non raggiungono le orecchie e gli occhi del pubblico”.

Come esempio Walter racconta quanto è successo alle famiglie di James Masih, 70 anni, e Boota Masih, 66 anni, entrambi accusati da un vicino di casa, Arshad Mubarak, di aver bruciato una copia del Corano in strada.

Walter fa notare che spesso se gli accusati sono persone semplici, non molto istruite, essi non sanno nemmeno difendersi, non conoscono i loro diritti e rimangono bloccati dal terrore e dall’insicurezza, incapaci di convincere i giudici, che spesso emanano sentenze sotto la pressione degli estremisti islamici.

Anche la famiglia degli accusati subisce minacce e pressioni. E oltre a questo, anche danni economici. Boota Masih, padre di cinque figlie e un figlio, era l’unico sostegno economico del gruppo. Sabit Masih, il figlio 14enne, dall’arresto di suo papà avvenuto tre anni fa, è costretto a lavorare in una fabbrica e non può più andare a scuola. Egli non può nemmeno farsi degli amici fra i colleghi perché ha paura che qualcuno, sentendo dell’accusa di blasfemia di suo padre, possa fargli perdere il lavoro o attentare alla sua vita. Tutti gli altri membri della famiglia vivono nello stesso timore ed insicurezza. Una delle figlie, Nargis, lavorava come domestica nella casa di un musulmano e a causa dell’arresto del padre, è stata licenziata.

L’Hrfp cerca di venire incontro ai bisogni essenziali delle famiglie cristiane implicate in processi per blasfemia anche con l’offerta di avvocati difensori.

Nel 2006 Boota Masih e James Masih sono stati condannati a 10 anni di prigione ognuno e al pagamento di 25 mila rupie. Secondo testimoni del processo, la sentenza del giudice, Muhammad Islam, è stata prodotta solo per paura degli estremisti, non essendo stata presentata alcuna prova. L’Hrfp ha chiesto a Khalil Tahir, membro di una ong, di fare da avvocato difensore e presentare un appello contro la sentenza all’Alta corte di Lahore. In questi giorni si attende la conclusione.

Secondo la Commissione nazionale di Giustizia e pace, dal1986 ad oggi almeno 892 persone sono state accusate di blasfemia. Almeno 25 persone sono state uccise da estremisti, anche prima della sentenza. Da parte dello Stato, finora non è stata comminata nessuna pena di morte per i casi di blasfemia.

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