06/05/2009, 00.00
TURCHIA
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Fethullah Gulen: il sogno neo-ottomano dell’islam turco

di Geries Othman
In pochi decenni, l’intellettuale, figlio di un imam, ha creato un revival culturale, religioso e d economico dell’islam. È appoggiato da Erdogan, ma malvisto dai laicisti. Predica il dialogo con i cristiani per contrastare l’ateismo e sogna un ruolo centrale della Turchia, dai Balcani fino all’Asia centrale.

Ankara (AsiaNews) - Il laicismo di Ataturk e l’ordine sociale garantito dal secolarismo dei militari sembrano traballare sempre più in Turchia. Ciò è dovuto al fatto che il governo di Erdogan è retto da un partito che si dichiara di stampo islamico moderato, ma soprattutto al fatto che la religione, nonostante quanto dichiari la Costituzione, pare prendere sempre più piede nella vita sociale della popolazione. Ad appoggiare tale sviluppo, vi è una delle personalità meno note e più controverse di questo scorcio di secolo: Fethullah Gulen, ritenuto il più importante teologo islamico moderno e scienziato politico della Turchia.

Nato nel 1938 a Erzurum, nel sud-est del Paese, figlio di un imam, Gulen è grande discepolo di Said Nursi, un mistico di origine curda morto nel 1960, che, pur sostenendo l’islam ortodosso e conservatore, dichiarava che non potendo rinnegare la modernità bisognava trovare il modo per affrontarla.

Già negli anni ’70 a Smirne, Gulen organizza campi estivi dove si insegnano i principi dell’Islam, dando vita alle prime reti di case per studenti, le “case della luce”. Da qui, ancora tollerato dallo Stato, passa alla costruzione delle prime scuole, e poi via via università, mass media, gruppi e associazioni che coinvolgono la società per concretizzare un “islam moderno turco”, in cui religione e nazionalismo si fondano in modo inestricabile.

Nel 1998, a causa delle sue affermazioni, il Consiglio di sicurezza nazionale condanna questo predicatore islamico per “il tentativo di minare il sistema laico del Paese, cercando di nascondere i suoi metodi dietro la parvenza di un’immagine democratica e moderata”.

Condannato in contumacia, da 10 anni vive in esilio volontario negli Stati Uniti. Da Filadelfia (Pennsylvania) continua a tessere una rete che lo ha reso proprietario di oltre 300 scuole private (islamiche) in Turchia, 200 all’estero (dalla Tanzania alla Cina, dal Marocco alle Filippine, alle ex repubbliche sovietiche dove sono forti le minoranza turcofone), di una banca, di diverse televisioni e giornali, di un sito web in ben 12 lingue, ed enti di beneficenza: un vero e proprio impero finanziario che secondo alcune stime si aggira intorno a miliardi di dollari. Il segreto di tanto successo è che il suo movimento si basa sul volontariato di migliaia di persone, disposte a promuovere l’istruzione anche e soprattutto dove mancano strutture e possibilità economiche.

Intellettuali e diplomatici nel mondo promuovono le idee di Gulen perché lo ritengono un promotore della pace e del dialogo interreligioso.

Negli anni ’50, Said Nursi predicava ai musulmani di unirsi ai cristiani per contrapporsi all’ateismo e lui stesso cercò contatti sia con Pio XII che con il patriarca Atenagora. Fethullah Gulen, seguendo lo stesso esempio, ha preso posizioni ufficiali a favore del dialogo interreligioso in Turchia. Affermando di non avere altro obiettivo se non quello di “servire onestamente l’umanità”, ha intessuto legami con tutte le Chiese cristiane in Turchia, intrattenendo rapporti con il Patriarca greco-ortodosso Bartolomeo I e il patriarca armeno Mesrob Mutafyan. Ha sollecitato l’incontro con papa Giovanni Paolo II, avvenuto a Roma nel 1998 e ha incontrato il Gran rabbino sefardita di Gerusalemme, Eliyahu Baksi Doron.

Le cifre ufficiali parlano di un milione di adepti in Turchia, tra cui, sotto la protezione del primo ministro Recep Tayyip Erdogan (uno dei più noti simpatizzanti di Gulen) decine di migliaia che lavorano nella pubblica amministrazione.

Nel 2006 la Corte penale di Ankara lo ha assolto dall’accusa di aver dato il vita ad una organizzazione illegale, allo scopo di rovesciare lo Stato laico per rimpiazzarlo con uno basato sulla Sharia. Ma  nonostante ciò e il largo numero di suoi seguaci, egli è tuttora criticato da una consistente fetta di secolaristi, i quali sostengono che dietro le false spoglie di una filosofia umanista, Gulen vuole trasformare il sistema laico in una teocrazia. I laici kemalisti  lo paragonano a Khomeini e temono il suo ritorno in patria che rischierebbe di trasformare Ankara in una nuova Teheran. Anche i governi di Turkmenistan, Tajikistan e Uzbekistan guardano queste “scuole turche, promosse da missionari islamici” con sospetto.

Alla base dei discorsi e degli insegnamenti di Gulen c’è l’idea di restaurare i legami tra Stato e religione in Turchia, come erano all’epoca dell’impero Ottomano e quella di dare alla Turchia un ruolo accentratore attorno ai Balcani e alle repubbliche caucasiche. Insomma vi è una filosofia “neo-Nur” su cui si innesta, un nazionalismo turco, o meglio, grande-turco, che ne spiega il successo in tutte le popolazioni che si considerano etnicamente affini ai turchi nell’Asia Centrale post-sovietica. Attraverso le sue centinaia di scuole private operanti in tutte le repubbliche dell’Asia centrali, questo movimento sta ridando un ruolo strategico culturale ed economico alla Turchia, e spinge quelle popolazioni, prive di una propria identità dopo la caduta del comunismo, a trovare le radici culturali e religiose più profonde nella cultura turca e nella religione islamica.

Su questa linea, nel 1993, ad Ankara è nata la “Direzione comune della cultura e delle arti turche” (Turksoy), un organismo interstatale voluto dal ministero turco della Cultura per stimolare e coordinare le iniziative del "mondo turco". La Turksoy sorge grazie ad un accordo di cooperazione culturale siglato dai ministri della Cultura di Turchia, Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan e della Repubblica turca di Cipro del Nord, nonché dai ministri delle Repubbliche autonome dei Tatari e di Baskiriae. Il suo statuto afferma che essa è pensata “in previsione dei nuovi equilibri emergenti nelle relazioni internazionali, per sostenere le ristrutturazioni culturali in tutta la regione Transcaucasia e nel mondo; per stabilire relazioni amichevoli tra i popoli di lingua turca e le nazioni; per esplorare, comunicare, sviluppare e proteggere la comune cultura turca, la lingua, la storia, l'arte, i costumi, e tradizioni, nonché trasmetterli alle generazioni future; per creare il clima necessario a consentire l'uso di un linguaggio e un alfabeto comune nelle terre del mondo turco”.

La Turchia di oggi appare sempre più divisa tra laicismo e islamismo; un paese che da un lato guarda all’Europa, e dall’altro sogna di diventare una potenza regionale, in un’ottica pan-turca.

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