16/11/2013, 00.00
CINA
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Figlio unico e laojiao, speranze e timori nell'attesa del documento finale del Plenum

di Chen Weijun
Pur fra i proclami della stampa nazionale, manca ancora il sigillo ufficiale alle riforme che dovrebbero essere messe in pratica dalla leadership di Xi Jinping. Analisti ed esperti divisi fra scetticismo e ottimismo, mentre il numero 3 del Partito si appella affinché "tutti cooperino" per portare avanti il piano varato dal Plenum. Che comunque dovrà attendere il 2020 per essere attuato.

Pechino (AsiaNews) - Il terzo Plenum della Commissione centrale del Partito comunista cinese avrebbe deciso di "rilassare" la politica del figlio unico in vigore nel Paese e fermare le condanne ai lavori forzati contro dissidenti, attivisti e criminali comuni. Le decisioni sono però ancora tutte nell'aria, dato che le indiscrezioni fatte trapelare sugli organi di stampa ufficiali del Partito sottolineano che "bisogna comunque attendere" il testo finale del Plenum, che sarà pubblicato il prossimo 19 novembre. Il ritardo della pubblicazione del documento si spiegherebbe con una seria divisione interna alla leadership comunista.

Il titolo di apertura della Xinhua - agenzia di stampa del governo centrale - recita "La Cina decide di allentare la legge sul figlio unico". Nell'articolo si cita il presidente Xi Jinping, che nel corso della riunione dei dirigenti comunisti avrebbe detto: "Per mantenere uno sviluppo sostenibile dell'economia e della questione sociale, non c'è altra strada se non quella di riformarsi e aprirsi". Tuttavia non specifica in quali campi dovranno avvenire riforme e aperture.

Secondo Guo Zhenwei, demografo e funzionario della Commissione per la pianificazione familiare, la riforma "sarà portata avanti a fasi. Partiranno con ogni probabilità da quelle province che hanno una lunga storia di basso tasso di natalità, come quelle orientali, per poi espandersi all'intera nazione. Ma una liberalizzazione totale non potrà avvenire prima del 2020". Le ipotesi per ora sono ancora diverse: alcuni sostengono che sarà permesso un secondo figlio alle coppie formate da almeno un figlio unico; altri pensano che la riforma sarà valida solo per coloro che sono nati nella seconda metà degli anni Settanta. In ogni caso, come ammette Guo, "il tasso di natalità non dovrebbe superare l'1,8. Al momento siamo tra l'1,5 e l'1,6". Per ribaltare la proporzione fra decessi e nascite serve un tasso di natalità pari almeno a 2,1.

La riforma sulla politica di natalità è indicata come "fondamentale" da economisti e analisti sociali. Secondo gli esperti cinesi di demografia, in Cina nascono 117 neonati maschi ogni 100 femmine: una sproporzione che si scontra in maniera violenta con la media mondiale di 104 maschi ogni 100 femmine. Dal 1978 è consentito un solo figlio ai residenti urbani e due ai contadini. Il Paese è passato dai 5,83 figli per coppia negli anni '70 a 2,1 bambini nel 1990 per arrivare agli 1,3 attuali. Al momento, stimano gli esperti, ci sono circa 40 milioni di maschi "senza alcuna possibilità" di sposare una concittadina. Questo sta creando uno squilibrio sociale e rischia di frantumare le casse statali, dato che senza forza lavoro non ci sono pensioni. Problemi anche per il settore sanitario, costretto a prendersi cura di milioni di anziani che non hanno figli o famiglie in grado di mantenerli.

Dubbi e incertezze anche sull'abolizione del sistema del laojiao, una forma di prigionia che esiste dai tempi di Mao Zedong. Ad esso sono condannati molto spesso cristiani, dissidenti, membri del Falun Gong. Il China Daily, giornale statale, dice che vi sono circa 320 campi di lavoro per il laojiao, dove sono rinchiuse 500mila persone, in maggioranza criminali del mondo della droga. Nei campi di lavoro - organizzati come fattorie o industrie - i prigionieri hanno orari di lavoro massacranti, fino a 12-15 ore al giorno, e prendono una misera paga mensile.

L'abolizione del sistema è annunciata a fasi alterne da circa un anno, e le diverse conferme e smentite sembrano essere un modo per testare la risposta della popolazione e della dirigenza nazionale all'abolizione prima di metterla in pratica. Nicholas Bequelin, ricercatore di Human Rights Watch, sostiene che "la tigre non cambia le proprie strisce. Dato che 'mantenere la stabilità' è l'ossessione del governo, troveranno un'altra forma di detenzione extra-giudiziaria con cui rimpiazzare i campi di lavoro".

La terza e ultima riforma prevista riguarda l'economia. Secondo le indiscrezioni, il documento finale si prepara a permettere l'ingresso dei privati nei colossi economici fino a oggi in mano allo Stato: telecomunicazioni, trasporti e sistema bancario. Da un punto di vista tecnico, chi vorrà d'ora in avanti investire in progetti nazionali non avrà più bisogno del permesso del governo a meno che non si tratti di programmi legati alla sicurezza nazionale, all'ecologia, alla distribuzione strategica industriale e a quella delle risorse naturali. Secondo alcuni economisti si tratta di un'ottima novità, dato che di fatto apre il mercato a capitali freschi dall'estero; altri analisti sottolineano invece che un minor controllo governativo potrebbe portare a decisioni industriali che potrebbero peggiorare la situazione dei lavoratori e quindi creare maggiore instabilità sociale. Un altro passo per le riforme è la richiesta che le industrie di Stato versino al governo il 30% dei loro profitti. Finora essi dovevano dare dal 5 al 20%.

Che il piano di riforme non sia stato approvato all'unanimità dal Plenum è dimostrato anche dall'appello lanciato oggi da Zhang Dejiang, presidente della Commissione permanente dell'Assemblea nazionale del popolo e "numero 3" della nuova gerarchia comunista. Zhang ha chiesto oggi a "tutti i membri del Partito" di "comprendere in maniera completa l'importanza del Plenum". In un articolo apparso questa mattina sul Quotidiano del popolo, scrive: "Dobbiamo lavorare come un solo uomo per mettere in pratica le decisioni e i piani politici. Tutti dobbiamo assumerci la responsabilità di quanto sta avvenendo".Tuttavia, come ricordato dallo stesso Zhang, il presidente Xi Jinping e la sua squadra di lavoro conoscono i "problemi" e "le incognite" della situazione nazionale e si sono dati tempo fino al 2020 per "raggiungere risultati decisivi". Il riferimento è alle centinaia di variabili sociali che potrebbero mettere in discussione l'unico caposaldo della politica cinese, ovvero il monopolio del Partito comunista che deve essere salvaguardato sopra ogni cosa.

 

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