09/04/2018, 16.14
EDITORIALE
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Gaudete et exsultate, un dialogo familiare e intimo per la santità e la missione

di Bernardo Cervellera

La nuova esortazione apostolica “sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo” ha un carattere spirituale e confidenziale. Essa fa superare le barriere fra eroismo e quotidiano, consacrati e laici, cattolici e altri cristiani.  Le beatitudini come la strada controcorrente per testimoniare la fede nel mondo moderno. Gnosticismo e neo-pelagianesimo presenti nella Chiesa. I tradizionalisti e i progressisti “bergogliani”. Il diavolo non è un mito, ma qualcuno che ci avvelena “con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi”.

 

 

 

Roma (AsiaNews) - È tutta da leggere e meditare la nuova esortazione apostolica di papa Francesco presentata oggi, “Gaudete et exsultate (GE)” che, spiega il sottotitolo, è “sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo”. È da meditare come in passato si faceva con i libri “di perfezione”, la “Imitazione di Cristo”, o la “Filotea” di san Francesco di Sales. Come questi, la GE ha un ritmo lento e analitico, spirituale e confidenziale: molto spesso il papa scrive dando del tu al lettore, come in un dialogo familiare e intimo.

Nello stesso tempo, la sua meditazione così personale, porta oltre ogni confine: la santità non è solo nei grandi modelli, ma è per tutti nella semplicità della vita di ogni giorno; non solo per preti e suore, ma anche per laici e (soprattutto) donne; non solo per i perfetti, ma anche per i peccatori; non solo per i cattolici, ma anche gli ortodossi e i protestanti, e per certi aspetti – come nel caso del “cercare la giustizia con fame e sete” (n. 79) – vi è anche una santità dei “cristiani anonimi”.

Con questo, la proposta non è per una santità annacquata, laica, secolarizzata, che va bene per tutti. Al contrario, chi vuole vivere non nella mediocrità, deve farsi infuocare dalla presenza di Dio, ricevere da Lui la missione e camminare nella strada che Egli stesso traccia nella nostra vita (nn19-24).

E dopo aver fatto cadere alcuni schemi come l’opposizione fra azione e contemplazione, silenzio e attività, Francesco propone la santità “ordinaria” delle beatitudini: povertà, mitezza, il piangere, l’essere pacifici,… fino alla persecuzione, che è martirio di sangue, ma anche sopportare l’essere ridicolizzati (n. 91).

La proposta delle beatitudini è geniale: da una parte riprende l’insegnamento tradizionale della Chiesa che in passato le insegnava ai suoi catecumeni; dall’altra esse sono quanto di più controcorrente vi sia rispetto alla mentalità contemporanea. Vivere le beatitudini nel mondo moderno significa andare contro la voglia di possesso, di apparire, di indifferenza verso gli altri, di violenza, o di oppressione degli altri.

Un punto su cui il pontefice si sofferma è quello sulle tentazioni dello gnosticismo e del neo-pelagianesimo. Questa sua riflessione riprende in parte il documento “Placuit Deo” della Congregazione per la Dottrina della fede. Ma il papa, più che applicarlo alla mentalità contemporanea del mondo, lo applica all’interno della Chiesa (n.39), sottolineando che anche fra i cattolici vi è “gnosticismo”, ossia un’ideologia che si accontenta di analisi e parole, senza considerare la “carne” del mondo e della Chiesa, che vede la salvezza nella comprensione razionale e onnicomprensiva della fede, fino a renderla “una dottrina monolitica… senza sfumature” (n. 43). In tal modo tale tentazione soffoca il mistero di Dio, che è sempre più grande delle nostre spiegazioni, ed è presente nel mondo e nella Chiesa oltre le nostre misure.

Il neo-pelagianesimo è invece la sottolineatura della volontà umana come capace di raggiungere la salvezza (nn. 47-segg). Tale “eresia” diventa senza misericordia per i peccatori, soprattutto perché dimentica che è la misericordia di Dio a donare la santità. In questo “autocompiacimento egocentrico” (n. 57), si dimentica la missione di “comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo”.

In queste due eresie è facile vedere le tentazioni dei due opposti estremismi che stanno soffocando la Chiesa: quella dei tradizionalisti, dei ritualisti, della dottrina chiara e distinta, e quella dei “progressisti” (che spesso si spacciano per “bergogliani”, manipolando frasi del papa) divenuti ormai dei nuovi inquisitori.

Il pontefice sottolinea spesso che i discorsi, le formule, i programmi sono sempre un tentativo di avvicinarsi all’esperienza di fede. Ma il cuore della fede è sempre (e solo) la carità verso Dio e verso il prossimo (nn. 60-61).

Colpisce poi la sottolineatura sul diavolo non come “un mito”, ma come una presenza che porta alla distruzione persone e comunità non con il “possedere” un po’ spettacolare, ma avvelenandoci (in modo lento) “con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi” (n. 161).

Davanti alla triste testimonianza di cristiani senza gioia, tiepidi, accidiosi, logori, distratti, individualisti, il papa spera che “che queste pagine siano utili perché tutta la Chiesa si dedichi a promuovere il desiderio della santità. Chiediamo che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito” (n. 177).

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