14/06/2018, 10.57
INDIA
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Gesuita indiano: la Chiesa ha diritto ad intervenire nella società

Seguendo papa Francesco, p. Cedric Prakash si augura che la Chiesa in India sia “accidentata, ferita e sporca” perché in uscita. Nazionalisti indù criticano le opinioni dei vescovi sulla politica del Paese. Il clamore suscitato dai fondamentalisti ha una sola spiegazione: “Essi sono o troppo spaventati o troppo vergognosi della realtà”.

New Delhi (AsiaNews) – “Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”. È con una citazione della prima Esortazione apostolica di papa Francesco, la Evangelii Gaudium, che p. Cedric Prakash, sacerdote indiano e responsabile della comunicazione del Jesuit Refugee Service della regione mediorientale, interviene sulla questione che più tiene banco in questo periodo nella Chiesa indiana: intervenire o meno nel dibattito politico, in vista delle elezioni del 2019. Di fronte a questo interrogativo, e a maggior ragione viste le critiche che hanno investito i vescovi che di recente sono intervenuti sul tema, p. Prakash non ha dubbi: la Chiesa non può essere muta spettatrice della società.

In una lettera inviata ad AsiaNews, il gesuita cita le polemiche scatenate dai nazionalisti indù contro tre arcivescovi della Chiesa indiana: mons. Thomas Macwan di Gandhinagar, mons. Anil JT Couto di Delhi, e mons. Filipe Neri Ferrao di Goa. Il primo è stato additato per aver espresso “legittime preoccupazioni e chiesto preghiere” per le elezioni del dicembre 2017 in Gujarat; mons. Couto sconta il fatto di aver chiesto di pregare e digiunare per le elezioni del 2019; infine la lettera pastorale di mons. Ferrao, sebbene incentrata sulla povertà da alleviare, è stata pubblicizzata soprattutto come una critica al governo di Narendra Modi.

P. Prakash ricorda che alcuni documenti precedenti, diffusi durante incontri ufficiali della Conferenza episcopale indiana (Cbci), contengono argomenti ben più delicati rispetto alle citate lettere pastorali degli arcivescovi. Nella relazione finale della 30ma assemblea generale della Cbci del 2012, le gerarchie ecclesiastiche sostengono che “i nostri cuori desiderano un’India migliore”. Poi parlano degli obiettivi mancati della Costituzione indiana: “Giustizia sociale, economica e politica; libertà di pensiero, espressione, credo, coscienza e fede; uguaglianza di status e opportunità; fratellanza che assicura la dignità dell’individuo, l’unità e l’integrità della nazione”. Al contrario, afferma il gesuita, tutti questi obiettivi mancati non fanno che “aumentare le disuguaglianze, approfondire il divario tra ricchi e poveri con conseguenti tensioni che si sono tradotte in violenza”.

L’assemblea del 2014, riporta p. Prakash, trattava temi ancora più eclatanti. In quell’occasione i vescovi sottolineavano “una tendenza al fondamentalismo che cerca di annacquare il carattere laico della nostra nazione”. Per questo la Cbci ribadiva la necessità di maggiore coinvolgimento a favore di “emarginati, sfruttati, coloro che soffrono a causa di disabilità, che vivono nelle periferie della sfera economica, culturale e sociale”. Poi lanciavano un appello: “Vogliamo una Chiesa che sia davvero una Chiesa per i poveri”.

Secondo il sacerdote, entrambe le dichiarazioni sono “molto critiche nei confronti del governo, evidenziano i mali che affliggono la società e soprattutto sfidano le autorità ad assicurare che i diritti e le libertà contenuti nella Costituzione dell’India siano davvero garantiti ad ogni cittadino del Paese”. Ma stranamente, osserva, in quelle occasioni “non c’è stato nessun presentatore che abbia gridato alla cospirazione internazionale, nessuna forza fascista e fondamentalista che sia andata per le città a dire che è una interferenza del Vaticano, nessuno che insisteva che i vescovi non devono impicciarsi di politica”.

A tal proposito egli si riferisce alle pesanti accuse lanciate da Surendra Jain, segretario generale congiunto del Vhp (Vishwa Hindu Parishad, gruppo ultranazionalista indù). La scorsa settimana egli ha dichiarato che le Chiese indiane “cospirano con il Vaticano per destabilizzare l’attuale governo eletto” del Bjp (Bharatiya Janata Party), e poi ha fatto riferimento ad una presunta “cospirazione per installare governi che possano essere alle dipendenze del Vaticano”.

“L’unica plausibile ragione – conclude – di tutto questo ‘clamore’ degli pseudo-nazionalisti, è che essi siano o troppo spaventati o troppo vergognosi della realtà”. Una realtà in cui tutti i cattolici sono chiamati ad essere “veri discepoli di Gesù e fare tutto ciò che possono per alleviare la povertà, le sofferenze e le ingiustizie”.

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