02/02/2016, 15.50
SIRIA - GIORDANIA
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Ginevra, l’Onu media la pace. In Siria si combatte e in Giordania è emergenza profughi

Secondo giorno di colloqui “indiretti” in Svizzera. Damasco dà il via libera all’ingresso di aiuti in tre città sotto assedio, fra cui Madaya. Ma gli sforzi diplomatici non sortiscono effetti sul campo. Ad Aleppo si intensificano i combattimenti. Il re di Giordania lancia l’allarme: il Paese al limite del collasso.  

Ginevra (AsiaNews/Agenzie) - Sono ripresi oggi a Ginevra (Svizzera) i colloqui di pace Onu sulla Siria, dopo un primo incontro avvenuto ieri fra diplomatici delle Nazioni Unite e rappresentanti dell’opposizione. Si tratta di negoziati “indiretti”, che non prevedono un incontro faccia a faccia fra i due fronti. In mattinata la delegazione diplomatica Onu ha incontrato i rappresentanti del governo; questo pomeriggio è previsto un colloquio con l’opposizione, che solo all’ultimo ha accettato di sedere al tavolo delle trattative. 

Le Nazioni Unite sono alla ricerca di un piano di pace che metta la parola fine a cinque anni di conflitto in Siria, che ha causato oltre 250mila morti e 11 milioni di sfollati. Gli analisti giudicano “positiva” la presenza di entrambi i fronti, ma pesa la mancanza di una rappresentanza curda; il timore è che anche questi colloqui non sortiranno risultati tangibili per la popolazione civile.

L’inviato speciale Onu per la Siria Staffan de Mistura sta esercitando pressioni sul fronte governativo, perché il presidente Bashar al-Assad allenti la morsa sulle aree in cui la popolazione civile è ridotta alla fame. Al riguardo, il governo di Damasco ha dato oggi il via libera per l’ingresso di nuovi aiuti in tre città da tempo sotto assedio; una di queste è Madaya, dove almeno 46 persone sono morte di fame dallo scorso dicembre. 

Il fronte delle opposizioni ha accolto con soddisfazione il risultato ottenuto da de Mistura. Del resto fra le varie precondizioni per partecipare ai colloqui i membri dell’Alto comitato dei negoziati (l’opposizione siriana, Hnc) hanno chiesto la fine dell’assedio, la fine dei raid aerei e il rilascio di alcuni prigionieri. 

Mentre la diplomazia internazionale muove (a fatica) le sue pedine in Svizzera, sul terreno si continua a combattere e a morire. Testimoni locali parlano di una intensificazione dei combattimenti ad Aleppo, con le truppe governative impegnate in un assedio alle roccaforti ribelli attorno alla città.  Per gli esperti sarà improbabile che i colloqui potranno sortire effetti, concretizzandosi in un piano di pace o quantomeno un cessate il fuoco, se non si ferma l’escalation di violenze e il dramma della popolazione civile. 

Intanto si aggrava sempre più l’emergenza profughi nella regione. In un’intervista alla Bbc il re giordano Abdullah ha lanciato l’allarme, sottolineando che il proprio Paese è arrivato al “limite del collasso” e non è più in grado di sostenere l’ondata di profughi siriani che, a centinaia di migliaia, hanno varcato il confine in cerca di accoglienza. “Prima o poi - ha detto - la diga è destinata a scoppiare” e la comunità internazionale “deve fare di più” per aiutare Amman in quest’opera di accoglienza. 

Secondo fonti delle Nazioni Unite, in Giordania vi sono almeno 635mila rifugiati; per Amman la cifra è ancora superiore e pari a 1,4 milioni, circa il 20% del totale.

Scuole, ospedali, il mercato del lavoro in Giordania sono al collasso. I governi europei chiedono al governo di creare occasioni di lavoro e possibilità per i profughi, ma la realtà è complicata e sono necessari investimenti e fondi per garantire non solo accoglienza ai profughi, ma opportunità di lavoro agli stessi cittadini giordani. Solo l’15 dei rifugiati siriani nel Paese ha un permesso di lavoro e la situazione è destinata a peggiorare.

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