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  • » 06/05/2011, 00.00

    CAMBOGIA

    Giovane cambogiana: studiare i Khmer rossi, per evitare di ripetere il passato



    In una lettera la ragazza sottolinea la storia del Paese non sono solo “il paradiso” dei templi Angkor, ma anche “l’inferno” dei seguaci di Pol Pot. Per molti, invece, la memoria è “dolorosa”, “inutile” o comunque percepita come appartenente “al passato e conclusa”. Denuncia degli attivisti: a rischio i processi del tribunale internazionale Onu.
    Phnom Penh (AsiaNews) – “Sono convinta che se non impariamo dagli errori del passato, gli stessi errori si ripeteranno anche in futuro”. È quanto scrive una ragazza cambogiana, in una lettera pubblicata sul sito on-line di The Phnom Penh Post. La giovane spiega che è necessario studiare “il paradiso” del regno di Angkor quanto “l’inferno” del recente passato, l’ascesa al potere e il genocidio perpetrato da Pol Pot e i suoi seguaci Khmer rossi. Intanto attivisti per i diritti umani e avvocati lanciano l’allarme: il tribunale internazionale Onu che processa i vecchi esponenti del regime – fra cui il vice-premier e “fratello numero 3” Ieng Sary – potrebbe chiudere i battenti prima del tempo e i pubblici ministeri compiono indagini “inaccurate”, per bloccare nuovi procedimenti in futuro.  
     
    La Cambogia porta ancora le ferite della dominazione dei Khmer rossi, che hanno governato il Paese dal 1975 al 1979 seminando morte e distruzione. Il regime ha eliminato quasi due milioni di persone (circa un quarto della popolazione), molti dei quali intellettuali, medici, insegnanti ed esponenti dell’elite culturale. Sociologi e personalità del mondo cattolico hanno più volte raccontato ad AsiaNews la scarsa propensione del popolo cambogiano ad approfondirne la storia e le cause; i cambogiani, ripetevano, guardano “al denaro e all’economia”, non al loro passato. Ora cominciano a emergere i primi segni di un possibile cambiamento.
     
    Nella sua lettera, Kunty Seng conferma che “alcuni miei amici ritengono inutile il tribunale” chiamato a giudicare i massacri dei rivoluzionari maoisti, perché “non consegnerà i vertici Khmer rossi alla giustizia”. Molti bollano il processo come “fasullo” e utile per “giochi politici” e raccontarne la storia “doloroso” o “inutile”, perché “tanto si è conclusa”. Tuttavia la ragazza spiega di pensarla in modo diverso: “bisogna parlare – sottolinea – di quanto è successo durante il regime dei Khmer rossi. I leader della Cambogia hanno commesso gravi errori e i capi del futuro non dovranno ripeterli”.
     
    La giovane aggiunge che fin dall’infanzia le hanno dipinto la Cambogia come “terra dorata”, arricchita dai fasti del “paradiso” rappresentato dall’era di Angkor e impreziosita da templi che sono patrimonio dell’umanità. La scuola, invece, omette di raccontare “l’inferno” vissuto sotto il regime di Pol Pot e “quel poco che so l’ho appreso dai miei genitori”. E aggiunge: “Credo che si debba insegnare alle giovani generazioni quanto di buono ha rappresentato per la Cambogia l’era Angkor, ma anche la terribile storia dei Khmer rossi”
     
    Intanto attivisti e avvocati denunciano il possibile blocco nei procedimenti a carico dei leader Khmer rossi al momento imputati – si tratta di Ieng Sary, Nuon Chea, Khieu Samphan e Ieng Thirith – e di futuri processi contro altri ex seguaci di Pol Pot. I legali sottolineano l’età avanzata degli accusati e ne chiedono la scarcerazione. Essi devono rispondere di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Secondo i pubblici ministeri – formati da giudici cambogiani e internazionali – vi sarebbe un’ulteriore lista (segreta) di persone da processare.
     
    Esponenti di associazioni pro-diritti umani, fra cui gli attivisti di Human Rights Watch, parlano di indagini “inaccurate e incomplete”, svolte con il solo scopo di “mandare in fumo” altri processi in futuro. Ad oggi l’unica condanna è a carico di Kaing Guev Eav, meglio conosciuto come “compagno Duch”, il direttore della famigerata prigione S-21 a Phnom Penh. Egli è il solo ad aver ammesso le proprie colpe, sebbene frutto di “ordini dall’alto”, e per questo deve scontare 35 anni di galera. I suoi legali si sono appellati contro la sentenza.  
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