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  • » 15/05/2017, 08.34

    IRAN

    Gli ayatollah remano contro la democrazia delle elezioni presidenziali

    Luca Galantini

    Il prossimo 19 maggio l’Iran sceglie il suo presidente. Ma il potere rimane sempre nelle mani dell’ayatollah Khamenei e dei Guardiani della Costituzione. La popolazione e soprattutto i giovani vogliono riforme e aperture verso il mondo.

    Milano (AsiaNews) - Il prossimo 19 maggio più di 50 milioni di iraniani saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, oltre ad un numero limitato di seggi parlamentari vacanti e di importanti consigli comunali.

    Le elezioni presidenziali sono da sempre un banco di prova sull’evoluzione del tasso di democrazia nelle istituzioni politiche iraniane, perché mettono al centro dell’attenzione il nodo cruciale delle frizioni tra le cariche politiche elettive e le cariche religiose che di fatto e di diritto esercitano il potere sovrano in Iran.

    Molti temi dominano il dibattito politico in Iran oggi: la questione dei diritti umani; la condizione della donna e dei dissidenti politici; il desiderio delle generazioni più giovani di liberarsi della soffocante cappa del rigorismo moralista legislativo imposto dal clero sciita; la crisi economica endemica che determina un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 30% nonostante l’Iran sia uno dei principali produttori di petrolio al mondo; il superamento dell’isolamento in politica estera e delle sanzioni economiche internazionali.

    Tutti questi temi ruotano sempre e comunque attorno al rapporto di forza tra il Presidente della Repubblica, che svolge un ruolo simile a quello di un capo di governo in Occidente, e la Guida Suprema religiosa, oggi l’Ayatollah Ali Khamenei, che è in realtà l’effettivo Capo dello Stato della Repubblica islamica iraniana.

    C’è un paradosso irrisolto all’interno del sistema politico dell’Iran degli Ayatollah.

    Infatti l’ordinamento giuridico istituzionale della Repubblica iraniana è l’emblematico esempio della speranza del clero islamico sciita di far convivere democrazia e teocrazia, primato della laicità delle istituzioni e primato della religione sulla politica.

    Il tentativo di realizzare quella che nei primi anni ’80 del secolo scorso venne definita democrazia religiosa, si è in realtà costantemente arenato nel tempio del potere del clero sciita, che ha di fatto “blindato” a livello giuridico l’apparato politico istituzionale iraniano subordinandolo alla propria volontà.

    Da quasi due decenni l’elettorato si esprime nel senso della necessità di un profondo cambiamento in senso progressista e riformatore dell’assetto politico del Paese. Ciò è stato evidente fin dall’elezione e riconferma nel 2001 di Mohamed Khatami, per giungere all’attuale presidente uscente Rohuani, fautore del dialogo con l’Occidente e sostenitore della riforma dei diritti del cittadino, concetto che ad oggi è estraneo al sistema giuridico iraniano.

    Ma da allora le aspettative della società civile sono state ripetutamente frustrate dall’irrigidimento dell’establishment conservatore religioso, che ha nel successore di Khomeini il suo punto di riferimento.

    La competizione elettorale presidenziale è dunque la spia rossa accesa da parecchi anni a significare il profondo malessere che blocca il processo di sviluppo democratico nel grande Paese sciita.

    Esaminiamo brevemente la complessa struttura istituzionale iraniana.

    Un complicato meccanismo costituzionale varato nel 1979, sin dall’avvento al potere del clero islamico sciita, permette alla massima autorità religiosa del Paese di controllare e di fatto “censurare” ogni iniziativa del potere legislativo parlamentare.

    Infatti al vertice del sistema statale iraniano la Costituzione prevede la figura della Guida Suprema religiosa, Velàyat-e Faqìh, - il giurista esperto di diritto islamico –  che di fatto incarna in sé i poteri di applicazione della Costituzione attraverso una serie insindacabile di decisioni.

    In effetti è l’Ayatollah Khamenei che nomina i religiosi membri del Consiglio dei Guardiani della Costituzione, organo che ha il compito di assicurare la legittimità costituzionale delle leggi promosse dal Parlamento. E accade quasi sempre che l’autorità religiosa del Consiglio bocci sistematicamente ogni legge di riforma del parlamento in nome della fedeltà ai principii costituzionali della democrazia religiosa.

    Il potere “preventivo” di controllo, in verità un potere di autentica censura politica, viene esercitato dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione anche attraverso il potere di selezionare, ammettere o scartare i candidati alla Presidenza: da sempre i candidati progressisti o comunque invisi al potere del clero sciita non vengono ammessi alle elezioni.

    Ancora, è sempre la massima autorità religiosa che nomina e di fatto dirige il Consiglio per il Discernimento, organismo giuridico che ha il curioso compito di dirimere le questioni giuridico-istituzionali che non hanno risoluzione secondo i canoni convenzionali tra Consiglio dei Guardiani e Parlamento.

    Gli stessi membri laici del Consiglio dei Guardiani della Costituzione sono nominati dal potere giurisdizionale, ma il problema è che la nomina del vertice del potere giudiziario è riservata ancora al Velàyat-e Faqìh.

    Insomma, il sistema costituzionale è pensato su un modello autocratico a immagine e somiglianza della massima autorità religiosa. Esso è in grado – sebbene non di rado disponga in parlamento di un risicato numero di rappresentanti del popolo – di opporsi ad ogni azione del potere esecutivo e legislativo, manifestazione della volontà popolare, e di bloccare il tentativo di traghettare il Paese verso una forma più sostanziale di democrazia, in cui il rispetto per i valori della tradizione religiosa islamica non si traduca nell’oppressione dei fondamentali diritti di espressione della libertà del cittadino.

    Si deve considerare infine che la “politicizzazione” del clero sciita ha portato quest’ultimo a disporre di enormi serbatoi di potere economico clientelare attraverso la gestione delle fondazioni religiose – bonyad – strumenti di assistenza sociale parastatale che assorbono una percentuale rilevante della forza lavoro iraniana altrimenti disoccupata.

    L’eliminazione dell’ostacolo principale all’evoluzione in senso democratico della società civile iraniana transita quindi necessariamente attraverso la ridefinizione progressiva dei poteri dell’autorità religiosa in materia politica costituzionale. In tal modo si mette però in discussione alla radice l’impianto giuridico del sogno khomeinista della “democrazia religiosa”, basato sulla subordinazione espressa dell’attività politica del Paese al primato dell’indirizzo religioso: una scommessa che appare forse troppo rivoluzionaria ma che è sicuramente sentita dall’opinione pubblica iraniana.

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