03/08/2018, 13.04
CINA
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Google si piega alla censura di Pechino

Aumentano le voci di un motore di ricerca “dedicato” al mercato cinese, in grado di censurare in automatico i risultati “scomodi” per il Partito comunista. Dipendenti del colosso hi-tech confermano: “Rabbia per quando deciso dai vertici”. L’appello degli attivisti: “Non mettete il mercato davanti ai diritti umani, o la Cina avrà vinto”.

Pechino (AsiaNews) – Il colosso informatico Google starebbe sviluppando un motore di ricerca “dedicato” al mercato cinese, in grado di auto-censurare le ricerche scomode per il Partito comunista. È quanto sostiene il magazine “The Intercept”. Le voci sono state confermate da alcuni dipendenti del notissimo sito, che parlano di “rabbia fra gli sviluppatori” per quanto deciso dai vertici. Un informatico si sarebbe addirittura licenziato per “non avere nulla a che fare” con il progetto.

Il progetto si chiama “Dragonfly” ed è in grado di bloccare ogni ricerca online su temi come diritti umani e religione. È presumibile che entrino nella censura automatica anche altre questioni sensibili per il Partito comunista come Tibet, Xinjiang, Liu Xiaobo o Dalai Lama. Il “Securities Daily”, organo di stampa di proprietà dello Stato, ha negato l’esistenza di questo nuovo motore.

Tuttavia diverse fonti interne a Google, interpellate dalle maggiori agenzie di stampa internazionali, hanno confermato la lavorazione in corso. L’ufficio stampa del colosso informatico ha rilasciato un breve comunicato al riguardo: “Abbiamo già diverse applicazioni per telefoni cellulari in Cina, come Google Translate e Files Go, e abbiamo investimenti consistenti in compagnie di quella nazione come JD.com. Ma non commentiamo voci riguardo al futuro”.

“Dragonfly” sarebbe partito nella primavera del 2017, dopo un incontro fra l’amministratore delegato di Google Sundar Pichai e un alto funzionario del governo cinese. Lo stesso Pichai aveva parlato del mercato cinese nel 2016: “Google è per tutti. Noi vogliamo essere presenti in Cina, al servizio di utenti cinesi”. Al momento “Big G” ha tre uffici aperti sul territorio e circa 700 dipendenti, nonostante il suo maggior prodotto – il motore di ricerca – non sia utilizzabile nel Paese.

Patrick Poon, ricercatore di Amnesty International, commenta: “Sarà un giorno molto buio quello in cui Google deciderà di accettare l’estrema censura di Pechino per entrare nel loro mercato. Mettendo il mercato davanti ai diritti umani, Google applicherà un precedente agghiacciante. Farà vincere il governo cinese”.

In passato, Google – e in parte anche Microsoft – si erano distinte per l’atteggiamento democratico nei confronti dei governi mondiali. In più occasioni avevano criticato la censura del Partito e difeso i diritti umani di dipendenti e collaboratori in Cina. 

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