16/04/2012, 00.00
VATICANO
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I 50 anni del Concilio Vaticano II: un dono di Dio, non compreso da conservatori e progressisti

di Piero Gheddo
Un testimone diretto del Concilio sottolinea l'opera positiva dell'assise ecumenica nel potenziare la missione della Chiesa nel mondo. Le interpretazioni tradizionaliste e progressiste, emerse da subito, non intaccano il suo valore e la sua importanza per oggi.

Milano (AsiaNews) -  Il Concilio Vaticano II compie quest'anni 50 anni. La prima sessione si è aperta l'11 ottobre 1962. In occasione di questo anniversario, proprio a partire dall'ottobre prossimo, Benedetto XVI ha lanciato l'idea dell'Anno della Fede, in cui ricomprendere il cuore della fede della Chiesa cattolica, spesso svilito, parcellizzato o ignorato dal mondo, ma anche dai cristiani. Il Vaticano II ha avuto un'importanza capitale nel rimettere in gioco la fede nella società contemporanea, anche se diverse - e opposte interpretazioni - rischiano di azzoppare la sua eredità e il suo valore. In questo anno AsiaNews presenterà diverse testimonianze sul significato del Concilio. E iniziamo presentando qui un breve scritto di p. Piero Gheddo.

 Ci sono amici che leggono i Blog e poi mi scrivono una Mail al mio indirizzo: gheddo.piero@pime.org.  Da Torino Claudio Dalla Costa: "Caro padre Piero, leggo sempre con piacere i suoi Blog e in modo particolare ciò che scrive su padre Clemente Vismara, una figura davvero stupenda. Lei dovrebbe scrivere un articolo sull'importanza del Concilio Vaticano II e sui suoi cambiamenti benefici rispetto a tante realtà preconciliari. Troppe persone con una visione integralista della fede cercano di mettere in cattiva luce questo Concilio, andando contro il Magistero degli ultimi cinque Papi. E' un periodo di grande confusione nella Chiesa e lo scontro tra progressisti e conservatori rischia di mettere in secondo piano l'importanza di un evento che ha segnato la storia della Chiesa contemporanea. Grazie e cordiali saluti".

Ho vissuto il Vaticano II a Roma come redattore dell'Osservatore Romano per il Concilio e corrispondente del quotidiano "L'Italia" (oggi "Avvenire") ed ero anche "perito" per il Decreto sulle missioni (Ad Gentes), nominato da Giovanni XXIII nel  febbraio1962! Difficile, caro Claudio, in una o due paginette fare un discorso esauriente. Il Concilio era, per noi giovani preti (sono sacerdote dal 1953), il tempo dell'entusiasmo per la fede e la missione universale. La Chiesa stava ringiovanendo, i 1800 vescovi da ogni parte del mondo davano un'immagine viva della varietà e vivacità del gregge di Cristo, le discussioni e i testi dei decreti (il primo quello sulla Liturgia) manifestavano la tendenza ad orientare tutta la vita cristiana all'adempimento del mandato di Cristo: "Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo ad ogni creatura".

Al termine della prima sessione del Concilio (ottobre-dicembre 1962) scrivevo su "Le Missioni Cattoliche" (oggi "Mondo e Missione") che continuavo a dirigere: "Il Concilio ha già manifestato chiaramente quali sono le sue finalità, le mete a cui tutti i lavori tendono: il rinnovamento pastorale per la ricristianizzazione del mondo cristiano, il riavvicinamento ai Fratelli separati in vista dell'Unione e una chiara apertura data a tutti i problemi, per estendere il Regno di Cristo a tutti i popoli e le nazioni della terra" (Le M.C., gennaio 1963, pag. 5).

Altri aspetti del Concilio mi confermavano nella lettura ottimistica del cammino che la Chiesa stava compiendo, almeno dal mio punto di vista di membro del Pime, istituto missionario ad gentes:

-         La "scoperta" del dialogo con le religioni, non più nemiche di Cristo, ma preparazione a Cristo.

-         La conferma dell'intuizione di Pio XII con la "Fidei Donum" (1957): tutta la Chiesa è missionaria e corresponsabile della missione alle genti (diocesi, parrocchie, istituti religiosi, associazioni laicali, ecc.). 

-         La promozione del clero indigeno e la missionarietà delle Chiese locali delle missioni, che hanno ancora bisogno dei missionari, ma sono a loro volta protagoniste della missione alle genti.

-         La "diversità nell'unità" che caratterizza la crescita delle giovani Chiese (n. 22 dell'Ad gentes), cioè la "inculturazione della fede" nelle varie culture e storie religiose dei popoli: "La vita cristiana sarà commisurata al genio e all'indole di ciascuna civiltà".

-         L'esaltazione della "vocazione speciale missionaria" specifica ad gentes (nn. 23, 24) e altri aspetti del decreto.

  Dopo il Concilio è iniziata la confusione delle voci, ma non a causa del Concilio, che è stato e  rimane una meravigliosa epopea dello Spirito Santo, ma perché varie correnti di pensiero ne hanno distorto i testi e la volontà dei padri conciliari in una direzione o di ritorno al passato o di supposto "progressismo". Ricordo bene che, dopo la fine del Concilio, quando ancora non era iniziata la sua applicazione, c'era già chi si augurava un Vaticano III per la riforma della Chiesa e chi scriveva che "ci vorranno cinquant'anni per rimediare ai danni del Vaticano II".

      Non giudichiamo le singole persone, ma bisogna dire i Papi del post Concilio hanno spesso e fortemente sostenuto che la Chiesa, per evangelizzare, dev'essere unita nell'applicare quelle norme. Tre conclusioni:

1)    I "conservatori" che sognano un ritorno al passato dimostrano di non aver fiducia nello Spirito Santo e nella divinità e santità della Chiesa; non degli uomini di Chiesa che siamo tutti noi, peccatori, ma dell'istituzione Chiesa che viene da Dio e gode dell'assistenza dello Spirito Santo. E' così bello fidarsi di Dio! E non capiscono che la Chiesa è istituzione incarnata nella storia, che segue la storia e si adatta al mutare dei tempi, non può rimanere ferma o tornare indietro. La Chiesa cammina con i tempi perché oggi deve accogliere gli uomini del nostro tempo, non di secoli addietro.

2)    I supposti "progressisti" non capiscono che la Chiesa evolve secondo i tempi rimanendo  unita. Il criterio che ci mantiene uniti è l'obbedienza alla Chiesa, guidata dal Papa e dai vescovi uniti a Pietro, con l'assistenza dello Spirito Santo. C'è chi dice che segue la sua coscienza. D'accordo, ma la coscienza illuminata dalla fede, altrimenti siamo alla frammentazione estrema delle Chiese e sette che vengono dalla Riforma: "Solo lo Bibbia e la propria coscienza" porta a questo.

3)    La riforma della Chiesa la fanno soprattutto i santi. Quanto più  noi uomini peccatori ci avviciniamo al modello di Cristo, tanto più diamo un contributo notevole alla riforma della Chiesa, che "semper reformanda est", ma secondo l'opera dello Spirito Santo, non secondo i nostri gusti.                                                      

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