09/10/2013, 00.00
ISRAELE - PALESTINA
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I costi dell'occupazione israeliana e la "giudaizzazione" di Gerusalemme

L'occupazione dei territori palestinesi appare ormai irreversibile. Il governo e i politici della destra israeliana spingono sempre più ebrei a istallarsi nei territori della Cisgiordania. In un saggio, 20 studiosi spiegano l'impatto negativo di tale approccio da un punto di vista socio-economico e morale. Il concetto di Stato religioso si sta sostituendo a quello di Paese democratico.

Gerusalemme (AsiaNews) - L'occupazione dei territori palestinesi è divenuta una componente centrale nella ristrutturazione dell'identità israeliana. Tuttavia i suoi effetti stanno corrompendo la società, che sempre di più sta abbandonando i valori del rispetto reciproco con culture e religioni diverse per lasciare spazio alla cultura del sospetto e del disprezzo. Sono alcuni contenuti del saggio "The Impacts of Lasting Occupation: Lessons from Israeli Society" (l'impatto dell'ultima occupazione, lezioni dalla società israeliana), realizzato da Daniel Bar-Tal e Izhak Schnell. Il testo verrà presentato per la prima volta in Israele nei prossimi giorni e raccoglie gli articoli di più di 20 ricercatori israeliani. Da anni gli esperti osservano l'evoluzione delle politiche dei governi israeliani dal punto di vista sociologico, educativo, economico, politico, demografico ed etico, ma soprattutto cercano di verificare come l'ideologia del controllo sul territorio ha modificato la società occupante e impoverito quella occupata.  

Marcelo Daskal, già preside della facoltà di lettere e filosofia dell'Universtà di Tel Aviv e fra gli autori del libro, ha previsto che l'occupazione corromperà la società israeliana. "Una società occupante - spiega - è destinata a convertire i valori del rispetto per l'altro in un sospetto cronico. Il sospetto e la diffidenza sono collegate al rifiuto delle persone, alla loro umiliazione e segregazione. Tali cambiamenti frammentano il tessuto morale di una società e la portano al declino. Gli psicologi Charles Greenbaum e Yoel Elitzbur descrivono invece gli effetti dell'occupazione militare. Secondo i due studiosi la maggior parte dei casi di violenza è avvenuta non in scontri diretti, ma in tentativi di vendetta contro i palestinesi.

Un altro aspetto trattato nel testo di Bar-Tal e Schnell è l'impatto socio-economico delle politiche di occupazione. Shir Hiver, economista, divide la sua analisi in tre fasi. La prima va dal 1967 al 1987, periodo in cui l'occupazione era un affare redditizio per gli israeliani. La seconda coincide con il periodo della pima Intifada palestinese (1987-2004) e mostra un'inversione di tendenza, con alti costi in termini di danni ad edifici e spesa militare. Il terzo periodo che va dal 2004 a oggi, è caratterizzato dal fiorire di aziende private specializzate nella produzione di prodotti per la "protezione della patria", esportati in tutto il mondo. Finora il governo non ha mai fornito dati ufficiali sui costi dell'occupazione, ma Hiver stima che dal 2004 al 2008 essi si aggirano intorno ai 107 miliardi di dollari.  

"The Impacts of Lasting Occupation: Lessons from Israeli Society", si conclude analizzando il panorama attuale, caratterizzato da una politica sempre di più nelle mani della destra che fomenta l'occupazione e l'annientamento di ciò "che non è ebraico".

In vista delle prossime elezioni municipali le strade di Gerusalemme si stanno riempiendo di enormi manifesti con la scritta "Giudaizzare" e slogan che denigrano i palestinesi di religione musulmana. I cartelloni sono frutto della campagna anti-islamica e pro-ebrei lanciata dal partito "Kingdom of Jerusalem", guidato da Shmuel Shakdi, attivista di estrema destra, e Aryeh King, principale sostenitore della colonizzazione di Gerusalemme est. Il partito, anche se rappresentante di una minoranza della popolazione, potrà essere fondamentale per le alleanze interne ai candidati della destra israeliana, Nir Barkat e Moshe Leon che per rafforzarsi cercano voti nelle ali più estreme dei partiti sionisti e fra gli ebrei ortodossi.

Secondo un rapporto del ricercatore Halleli Pinson, "Essere cittadini in Israele", il libro di testo obbligatorio per gli studenti che vogliono accedere alla maturità, basa i suoi contenuti in modo esclusivo sulla questione etnico-nazionale. Nel testo la definizione di Israele come Stato ebraico precede quella di Stato democratico. Lo scorso 6 ottobre, l'Israel democracy Index ha diffuso un'indagine statistica in cui afferma che il 29,2% degli ebrei israeliani preferiscono uno stato con un carattere ebraico, rispetto a un ordinamento democratico, nel 2010 erano il 17%. L'indice indica che il 48,9% degli ebrei israeliani è convinto che i cittadini di origine ebraica dovrebbero avere più diritti rispetto ai non-ebrei. (S.C.)

 

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