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  • » 11/07/2017, 12.43

    FILIPPINE

    I vescovi filippini: ‘Guerra a Marawi, mai più! Guerra a Marawi, non più!’

    Santosh Digal

    La Conferenza episcopale (Cbcp) sottolinea che gli scontri in corso dal 23 maggio scorso non rappresentano una guerra religiosa. I prelati condannano il terrorismo dei Maute: “Contraddetti i principi fondamentali dell'islam”. Ribadita la necessità di un dialogo interreligioso. Mons. Edwin Angot dela Peña, vescovo di Marawi: “Ricostruire le persone colpite dalla distruzione della loro vita”. Mons. Orlando Quevedo, arcivescovo di Cotabato: “Una provincia autonoma nel sud è una soluzione per la pace”.

    Manila (AsiaNews) – Nel suo ultimo appello per il ritorno alla pace nella città di Marawi, la Conferenza episcopale delle Filippine (Cbcp) esorta i fedeli ad essere più attivi nel dialogo interreligioso. Mons. Edwin Angot dela Peña, vescovo della città, auspica un sostegno psicologico per le vittime del conflitto, mentre secondo l’arcivescovo di Cotabato, mons. Orlando Quevedo, senza una provincia islamica autonoma, lo Stato islamico resterà una minaccia per la pace.

    In un comunicato rilasciato a margine della 115ma Assemblea plenaria della Cbcp, tenutasi a Manila dall’8 al 10 luglio scorso, i vescovi invitano i filippini ad assistere il governo nella ricostruzione della città e nel suo ritorno alla normalità. “Guerra a Marawi, mai più! Guerra a Marawi, non più! – affermano i vescovi nella dichiarazione firmata da mons. Socrates B. Villegas – Chiediamo quindi al più presto il ritorno alla normalità e alla pace, a Marawi e nei suoi dintorni. Ci chiediamo se la legge marziale, e ancor più la sua estensione, porterà mai a questo”.

    La Cbcp sottolinea che gli scontri in corso dal 23 maggio scorso nella città di Marawi non rappresentano una guerra religiosa, citando episodi in cui musulmani e cristiani si sono difesi a vicenda nel momento del bisogno. “Abbiamo sentito e letto storie davvero stupefacenti di come i musulmani abbiano protetto e aiutato i cristiani a scappare da morte quasi certa. Anche ora i cristiani stanno aiutando migliaia di musulmani, fuggiti da Marawi per la loro sicurezza. Questi sono segni indiscutibili che non esiste una guerra religiosa”.

    I vescovi condannano con forza il terrorismo e l’estremismo violento: “In quanto leader religiosi cattolici, condanniamo nei termini più forti possibili, così come gli studiosi islamici di Mindanao, il violento gruppo estremista Maute di Marawi. I suoi leader e membri hanno giurato fedeltà all’Isis. Hanno contraddetto i principi fondamentali dell'islam sequestrando e prendendo in ostaggio, assassinando e uccidendo gli innocenti”.

    Nel loro appello per la pace, i prelati ribadiscono la necessità di un dialogo interreligioso tra le diverse religioni, “affinché le nostre varie fedi non siano sfruttate e abusate per il terrorismo o per l'estremismo violento”. “Insegniamo ai giovani e agli anziani che le nostre fedi sono destinate alla pace. Nessuna religione insegna l'uccisione di persone innocenti, solo perché appartengono ad un'altra religione”.

    Allo stesso tempo, i vescovi hanno invitato i fedeli ad essere attivi nell'amare il prossimo, pregando per la sicurezza dei civili intrappolati e tenuti in ostaggio dai terroristi. Pur ringraziando la generosità dei donatori che hanno risposto alle esigenze degli abitanti di Marawi, la Cbcp ha infine rivolto un appello per maggiori aiuti, soprattutto per gli sfollati che non sono stati assistiti in maniera adeguata.

    A proposito della crisi umanitaria in corso a Mindanao, mons. Edwin Angot dela Peña, vescovo di Marawi, accoglie con favore i piani governativi per ricostruire la città. Tuttavia, egli ritiene sia imperativo che i sopravvissuti vengano assistiti anche da un punto di vista psicologico, in virtù del trauma che stanno vivendo a causa delle violenze. “Non possiamo semplicemente parlare di ricostruire strutture, ma ricostruire le persone colpite dalla distruzione della loro vita”.

    “Sarà più doloroso fare ritorno a Marawi quando non si ha più una casa in cui tornare, dal momento che vi sono solo ceneri e macerie”, afferma mons. dela Peña, la cui residenza è stata bruciata la notte del 23 maggio scorso, mentre la cattedrale è stata dissacrata e infine data alla fiamme tre giorni dopo. Il vescovo si dichiara molto preoccupato anche per la sorte dei cristiani, tra cui il vicario generale di Marawi p. Teresito “Chito” Suganob, rapiti e ancora tenuti in ostaggio dai Maute, affermando l’esistenza del rischio che essi possano divenire “danni collaterali” del conflitto in corso. Gli scontri hanno causato sinora 379 vittime tra i miliziani Maute e Abu Sayyaf, 87 tra le truppe governative e 39 tra i civili. Ad affermarlo è il gen. Resituto Padilla, portavoce delle Forze armate filippine.

    Anche mons. Orlando Quevedo, arcivescovo di Cotabato e unico cardinale dell’isola di Mindanao, esprime la sua preoccupazione per gli ostaggi cristiani, ammettendo l’estrema difficoltà nel negoziare con un gruppo come quello dei Maute, ispirato all’Is e legato ad un’ideologia anti-cristiana. Quest’ideologia, promossa dai gruppi terroristici di nuova formazione nel sud delle Filippine, spaventa i cristiani di Mindanao. Essi vedono minacciata la loro stessa esistenza. Secondo l’arcivescovo di Cotabato, senza una provincia autonoma del Bangsamoro [regione storica del sud, composta da una popolazione in prevalenza musulmana ndr], lo Stato islamico resterà una minaccia per la pace nelle Filippine e nel sud-est asiatico. 

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