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  • » 29/05/2017, 11.52

    FILIPPINE

    Mindanao, l’esercito avanza e controlla gran parte di Marawi



    Solo alcune piccole aree della città rimangono sotto il dominio dei jihadisti. Ieri i primi attacchi aerei delle forze armate filippine. Circa 2.200 abitanti sono intrappolati nei combattimenti. Sale dunque a 97 il numero delle vittime. Ancora sconosciute le condizioni di p. “Chito” e altri 13 ostaggi. Il presidente Duterte impone la legge marziale tra i timori di una svolta autoritarista.

    Marawi (AsiaNews/Agenzie) – Le forze armate filippine dichiarano di essere ora in controllo della maggior parte della città di Marawi, città islamica nell’isola di Mindanao che ospita circa 200mila persone, dove militanti armati legati allo Stato islamico hanno lanciato un sanguinoso assedio quasi una settimana fa. Il 23 maggio essi hanno anche incendiato la cattedrale cattolica e rapito alcune persone.

    Ernesto Abella, portavoce presidenziale, ha dichiarato oggi che solo alcune piccole aree della città rimangono sotto il dominio di un numero imprecisato di guerriglieri Maute e jihadisti di Abu Sayyaf. I combattimenti a Marawi si sono intensificati, dal momento che i militanti attuano una resistenza inaspettata, sfidando i militari che hanno schierato elicotteri d'attacco, veicoli corazzati e un gran numero di soldati.

    I vertici militari hanno disposto ieri i primi attacchi aerei per respingere i terroristi, mentre centinaia di civili hanno agitato drappi bianchi dalle proprie abitazioni per segnalare la loro presenza all’aviazione filippina. La Regione autonoma del Mindanao musulmano ha riferito che, a partire da sabato, 42.142 persone sono fuggite dalle loro case. Circa 30.600 persone si trovano nei centri di evacuazione, mentre altre 11.500 hanno trovato rifugio dai parenti fuori Marawi. Circa 2.200 abitanti sono invece segnalati in città, intrappolati nei combattimenti.

    Nel frattempo, i soldati hanno proseguito le operazioni porta a porta per stanare i jihadisti e le autorità hanno comunicato ieri il ritrovamento di 19 cadaveri nelle strade della città. Tra questi vi erano i corpi di otto civili, comprese tre donne e un bambino, giustiziati dai terroristi. Dall’inizio delle ostilità, sale a 97 il numero delle vittime. Hanno perso la vita 19 civili, 13 soldati, quattro poliziotti e 61 membri del gruppo Maute e Abu Sayyaf. Tra questi ultimi, sei combattenti sono stranieri, soprattutto indonesiani e malaysiani.

    Le violenze a Marawi sono scoppiate lo scorso 23 maggio, quando l’esercito filippino ha tentato la cattura di Isnilon Hapilon, leader islamico estremista. Attaccati dalle forze governative, Hapilon e più di una dozzina dei suoi uomini hanno trovato il sostegno dei guerriglieri Maute e in circa 50 sono riusciti ad entrare nella città. Hapilon è riuscito a scappare e i combattenti a lui fedeli hanno occupato alcune parti di Marawi, bruciando edifici, tra cui la cattedrale di Our Lady Help of Christians, e facendo 14 ostaggi, compreso un prete, p. Teresito “Chito” Suganob. Le loro condizioni sono al momento sconosciute.

    Nei giorni scorsi si è diffusa la notizia, non confermata, della liberazione del sacerdote. Una fonte di AsiaNews a Mindanao dichiara: “Le notizie da Marawi sono molto confuse, ma la liberazione di p. Chito, conosciuto e rispettato dai musulmani locali, è credibile.  Per quanto riguarda i tre impiegati della chiesa e i 10 fedeli, l’intenzione dei guerriglieri è quella di usarli come scudi umani e avere un maggior margine di trattativa con il governo”.

    Hapilon, comandante dei guerriglieri di Abu Sayaaf, nel 2014 è stato nominato emiro dallo Stato islamico, quando ha giurato fedeltà ad al Baghdadi. I Maute sono uno dei nuovi gruppi armati filippini di stampo islamista che hanno sposato l’ideologia del califfato siglando con altri gruppi nel sud delle Filippine un’alleanza, della quale si ritiene Hapilon sia il leader e promotore.

    Le violenze hanno spinto il presidente Rodrigo Duterte a dichiarare la legge marziale per 60 giorni nel sud del Paese, dove da decenni è in corso una ribellione della minoranza musulmana, che rappresenta circa il 20% della popolazione filippina. Nei mesi scorsi il presidente aveva paventato la possibilità di imporre il provvedimento qualora i ribelli avessero tentato azioni violente.

    L’amministrazione Duterte, da un lato cerca di condurre dei colloqui di pace con i ribelli islamici, dall’altro ha dato mandato all’esercito di distruggere la rete dei gruppi armati minori, legati allo Stato islamico. Di fronte alla decisione di Duterte, i gruppi di attivisti per i diritti civili e l’opposizione esprimono i propri timori che i poteri derivanti dalla legge marziale possano condurre il Paese verso una deriva autoritaristica.

    Tuttavia, un’altra fonte di AsiaNews afferma: “I critici ritengono che queste violenze siano solo un pretesto, ma la maggioranza della popolazione sostiene la presa di posizione di Duterte. Nell’ultimo anno l’isola di Mandanao è diventata un luogo di addestramento per gli islamisti, filippini e stranieri, e gli abitanti sono molto spaventati. Crescono infatti gli episodi di intolleranza nei confronti dei cristiani, anche se il governo non ne parla”.

    Ad aumentare le paure sono però le dichiarazioni del presidente, che lo scorso 28 ha affermato che ignorerà il parere della Corte Suprema e del Congresso, qualora non venisse accordato il prolungamento del periodo di legge marziale. “Fino a quando le forze armate non dicono che le Filippine sono al sicuro, questa legge marziale continuerà. Non voglio ascoltare altri. I giudici della Corte Suprema, i congressisti, non sono qui”, ha detto Duterte in un discorso ai soldati.

    La Costituzione del 1987 impone limiti alla legge marziale per impedire una ripetizione degli abusi effettuati sotto il regime del dittatore Ferdinand Marcos, deposto nel 1986 dalla rivoluzione di Edsa People Power. La Costituzione richiede che il Congresso approvi la dichiarazione della legge marziale e limita la regola militare a 60 giorni. Se il presidente vuole estendere la durata della legge marziale, deve nuovamente ottenere l'approvazione del Congresso.

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