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  • » 30/05/2009, 00.00

    IRAN

    Impiccati 3 uomini per l’attacco alla moschea di Zahedan. Sospetti sugli Usa



    I 3 condannati a morte erano stati arrestati giorni prima dell’attentato per aver introdotto esplosivo in Iran. L’esecuzione è avvenuta a pochi passi dalla moschea. Ahmadinejad frena le tensioni fra sunniti e sciiti e accusa “complotti stranieri”. Khamenei punta il dito contro gli Stati Uniti. Accuse anche ad Israele. Le condoglianze di Ban Ki-moon

    Teheran (AsiaNews/Agenzie) –Tre uomini sono stati impiccati a Zahedan per aver organizzato l’attacco alla moschea che ha causato 25 morti e il ferimento di 125 persone. Allo stesso tempo crescono fra i leder iraniani le accuse agli Stati Uniti per aver orchestrato l’attentato. L’esplosione – un attacco suicida - è avvenuto il 28 maggio scorso, durante la preghiera della sera, presso la moschea Amir al-Momenin. L’impiccagione è stata eseguita stamane alle 6, a pochi passi dalla stessa moschea. Secondo l’agenzia statale Irna, i tre hanno confessato di “aver introdotto in modo illegale degli esplosivi in Iran, dandoli alla persona responsabile dell’esplosione”. I tre condannati erano stati arrestati giorni prima dell’attentato. “Sono stati condannati perché sono ‘mohareb’ (nemici di Dio) e ‘corrotti della terra’, impegnati contro la sicurezza nazionale”, ha detto Ebrahim Hamidiwas, portavoce della corte provinciale.

    Il gruppo sunnita radicale Jundullah (“soldati di Dio”) ha rivendicato l’attacco. Già nel febbraio 2007 essi hanno ucciso 13 pasdaran (guardiani della rivoluzione), l’esercito parallelo alle dipendenze di Ahmadinejad e degli ayatollah.

    L’attentato alla moschea avviene a poche settimane dalle elezioni presidenziali. Ieri l’ufficio elettorale di Ahmadinejad a Zahedan  è stato attaccato da tre uomini armati di coltello, che penetrati nella sede, hanno spaventato alcuni presenti e strappato manifesti. Zahedan è una città a maggioranza sunnita, ma il Paese è a maggioranza sciita. La moschea Amir al-Momenin è usata dalla comunità sciita. Gli attacchi sembrano voler mettere Ahmadinejad in cattiva luce nei confronti della popolazione sunnita. Egli è pure malvisto dal mondo arabo circostante, anch’esso sunnita nella quasi totalità.

    Per evitare tensioni che potrebbero ledere alla sua candidatura, il presidente iraniano ha subito espresso condoglianze per le vittime e ha messo in guardia la popolazione dal farsi prendere da una lotta fra sciiti e sunniti. “Sunniti e sciiti – ha detto Ahmadinejad – sono fratelli e senza dubbio, con la loro vigilanza, capiranno e neutralizzeranno i complotti”. Secondo il presidente i “complotti” provengono dagli “stranieri”, in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna.

    L’accusa è stata fatta anche da Jalal Sayah, vice-governatore della provincia di Sistan-Baluchistan (in cui si trova Zahedan). “Secondo le informazioni ottenute – egli ha detto – essi [gli attentatori] sono stati assoldati dall’America e dagli agenti dell’arroganza”. Stesse accuse sono state espresse dal supremo ayatollah, Ali Khamenei, che ha parlato di “superpotenze espansioniste”. Anche Hossein Mussavi, altro candidato alle elezioni presidenziali, sospetta dell’influenza di “forze straniere”.

    Gli Stati Uniti hanno negato di essere coinvolti nell’attentato.

    La retorica contro gli stranieri sembra essere utilizzata nella campagna elettorale. Lo scorso aprile membri dell’intelligence iraniana hanno arrestato un gruppo che essi dicono essere legato ad Israele, che pianificava attentati esplosivi prima delle elezioni.

    La fretta con cui oggi è avvenuta l’esecuzione e il coro delle accuse contro gli Usa sono comunque segno di una tensione crescente all’interno del Paese, sempre più isolato dalla comunità internazionale per il suo programma nucleare che si teme abbia risvolti militari e non civili. Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu ha condannato l’attacco alla moschea e ha espresso condoglianze e solidarietà ai familiari delle vittime.

     

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