16/09/2008, 00.00
INDONESIA
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In Indonesia scoppia la guerra sulla legge anti-pornografia

di Mathias Hariyadi
Il fronte politico del Paese è diviso fra chi vorrebbe l’attuazione della legge per “moralizzare” i costumi e quanti denunciano la distruzione di “una società pluralista” e l’introduzione della sharia. A rischio anche l’industria del turismo, penalizzata da una stretta osservanza dei precetti islamici.

Jakarta (AsiaNews) – Una intrusione nella vita privata dei cittadini e una aperta violazione della libertà di espressione, della pluralità dei costumi e delle tradizioni del Paese, che mira solo a trasformare l’Indonesia in una colonia araba in cui vige la legge della Sharia. Ha sollevato una vera e propria protesta popolare la legge contro la pornografia – meglio nota come Undang-undang Pornografi, Uu App e al vaglio del congresso – che in caso di attuazione annienterebbe “le diverse espressioni e culture” come denunciano attivisti per i diritti umani, esponenti della società civile, gruppi di donne e figure di spicco della cultura e dell’arte.

L’Indonesia ha una tradizione decennale caratterizzata da multiculturalità, vanta oltre 40 gruppi etnici e 200 dialetti locali diversi, è arricchita da forme di cultura e pratiche religiose disparate. L’introduzione di una rigida norma sulla pornografia, che nelle intenzioni vorrebbe proteggere i giovani da spettacoli immorali e comportamenti lascivi, rischia di trasformarsi in una censura completa delle differenti anime del Paese. Essa porterebbe inoltre gravi danni all’industria del turismo, in particolare a Bali e nelle altre località in cui si concentra la gran parte dell’afflusso di visitatori internazionali, attratti dalle spiagge e dai locali notturni. Persino un bikini, nel caso in cui la legge fosse approvata, violerebbe le rigide norme e diverrebbe passibile di punizione.

L’Indonesia è la nazione musulmana più popolosa al mondo, in passato ha fatto registrare episodi di tensione e violenze a sfondo confessionale ed è stata teatro di attacchi teroristici islamici mortali, su tutti quello del 2002 nell’isola di Bali. Essa vanta però tradizioni culturali molto diverse fra loro, che verrebbero annichilite da una rigida osservanza dei precetti islamici, trasformando il Paese sul modello proposto dall’Arabia Saudita, in cui le libertà di base vengono negate in nome della “moralità” e del rispetto “dell’Islam”.

Attori, artisti, pittori, insieme ad attivisti per i diritti umani e gruppi femminili chiedono che la legge sulla pornografia venga respinta. Essi invitano i deputati a prendere provvedimenti contro la diffusione di materiale pornografico fra cui dvd, spettacoli televisivi e riviste per adulti e denunciano il tentativo di “ingerenza del governo nella sfera privata dei cittadini”. “Non importiamo lo spirito arabo nella pluralista Indonesia”, avverte Gunawan Muhammad, musulmano praticante, il quale ricorda come in Arabia Saudita le donne devono indossare “il velo e coprirsi da capo a piedi” in nome di una generica difesa della loro integrità da “abusi e violenze”. “Cosa succederebbe – si domanda Gunawan Muhammad – nelle 17mila isole che compongono il nostro Paese, ciascuna con la propria specificità culturale e una particolare tradizione religiosa?”. “Sarebbe assurdo – continua – chiedere a una donna della Papua di coprirsi il petto o indossare il reggiseno”. E poi non vi sarebbero certe espressioni artistiche e letterarie che andrebbero incontro alla censura, come il nudo che nulla a che vedere con la pornografia.

Il mondo politico indonesiano resta profondamente diviso sull’approvazione della controversa legge: da una parte il fronte nazionalista, partiti di ispirazione cristiana, il Golkar e i democratici ne osteggiano l’introduzione; ne chiedono a gran voce l’approvazione i gruppi musulmani e il Prosperous Justice Party (Pks), di animo tradizionalista e conservatore, che da tempo ha lanciato una “campagna di moralizzazione dei costumi”. In una intervista a un media locale Mahfud Siddiq, leader del Pks, aveva definito l’introduzione della legge contro la pornografia un “dono” in occasione del Ramadan per dare “più rigore morale” al Paese.  

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