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» 11/04/2011
VATICANO - CINA
Incontro della Commissione vaticana per la Chiesa in Cina. Le attese e il realismo
di Bernardo Cervellera
Da oggi al 13 aprile si raduna la Commissione voluta da Benedetto XVI. A tema la situazione delle comunità cattoliche cinesi dopo lo schiaffo di Pechino con l’ordinazione illecita di Chengde e l’assemblea patriottica di alcuni mesi fa. I sogni infranti dei rapporti diplomatici; l’urgenza di sostenere le comunità cristiane ufficiali e sotterranee. Potenziare il lavoro delle Chiese-ponte di Taiwan, Hong Kong, Macao e Singapore.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Da oggi fino al 13 aprile, si raduna in Vaticano la Commissione per la Chiesa in Cina. Voluta da Benedetto XVI nel 2007, dopo l’uscita della sua Lettera, essa raccoglie le preoccupazioni della Chiesa verso le comunità cinesi e allo stesso tempo cerca di guidare la vita dei fedeli nella difficile situazione di persecuzione. Allo stesso tempo, la Commissione studia i modi in cui far maturare i rapporti diplomatici con Pechino.
Nelle precedenti riunioni annuali i temi trattati sono stati la Lettera del Papa, la formazione di seminaristi, suore e sacerdoti. La riunione di oggi, secondo la Sala stampa vaticana, ha per tema “la situazione pastorale delle circoscrizioni ecclesiastiche in Cina, con particolare riferimento alle sfide che la Chiesa incontra nell'incarnare il Vangelo nelle attuali condizioni sociali e culturali”.
 
Dietro il laconico annuncio, vi è un dramma doloroso, su cui i membri della stessa Commissione sono per ora divisi. Il dramma è lo schiaffo di Pechino con l’ordinazione illecita del vescovo di Chengde (v. foto e 20/11/2010 Chengde: otto vescovi uniti al papa partecipano all’ordinazione illecita) e l’Assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi (09/12/2010 L’Assemblea patriottica cinese vota la sua leadership. Un grave danno per la Chiesa), del novembre e dicembre scorsi: nonostante le molte prediche sulla distensione fra Cina e Santa Sede e nonostante il cieco ottimismo di varie personalità vaticane, la Cina ha di fatto decretato che permetterà elezioni episcopali solo se i candidati sono quelli scelti da Pechino e vuole usare i vescovi a suo piacimento, a sostegno della sua politica, escludendo ogni minimo spazio alla libertà religiosa richiesta dal papa nella sua Lettera (cfr. n. 4: “[La Chiesa] non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può è non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia”).
 
I gesti violenti di Pechino hanno anche sbaragliato i tentativi di riconciliazione fra comunità ufficiali e sotterranee, che con tanta pazienza Giovanni Paolo II e Benedetto XVI stavano ricucendo. A tutt’oggi, il presidente del Consiglio dei vescovi ufficiali (non riconosciuto dal Vaticano perché manca dei vescovi sotterranei) è un vescovo illecito, Ma Yinglin. Il presidente dell’Associazione patriottica (organismo non in linea con la dottrina cattolica, perché vuole edificare una Chiesa indipendente dal papa) è un vescovo approvato dal pontefice, mons. Fang Xinyao. Questo mette diversi dei 65 vescovi ufficiali in situazione di quasi-scisma e frena i 38 vescovi sotterranei a manifestare l’unità e la riconciliazione con loro, tanto desiderata dal papa.
 
In Vaticano c’è chi vorrebbe una decisione canonica sull’atteggiamento di alcuni vescovi ufficiali (in particolare mons. Fang Xinyao), parlando di “scomunica”, ma anche spiegando che tale “scomunica” è una decisione disciplinare non definitiva. Essa serve per ripensare sul proprio operato e per far maturare e amare il legame col papa, più della tranquillità e del benessere che garantisce la sottomissione al Partito.
 
Vi è anche chi vuol passare sopra agli ultimi episodi, senza prendere alcuna decisione, rimanendo fiduciosi nel dialogo con il regime e incolpando le frange più maoiste per le ultime prese di posizione contro la Chiesa. In realtà, in tutta la Cina si registra un inasprimento della repressione contro cattolici, cristiani protestanti e attivisti per i diritti umani (spesso fedeli protestanti), per il terrore che succeda anche a Pechino una “rivoluzione dei gelsomini”. Persecuzione e controllo vengono dunque da tutta la leadership e non da una parte sola.
 
Cristiani ufficiali e sotterranei in Cina fanno sapere ad AsiaNews che il Vaticano “non deve farsi ricattare sui rapporti diplomatici”. Secondo loro le autorità vaticane, nel desiderio di stabilire i tanto desiderati rapporti, sono pronti a “svendere” qualunque cosa al potere cinese. “Alla Cina non interessano per ora questi rapporti diplomatici – ha detto un fedele dell’Hebei – e perciò è meglio che la Santa Sede si impegni a rafforzare l’unità e la fede delle comunità ufficiali e sotterranee”.
 
Cattolici sotterranei fanno notare che da anni il Vaticano sembra aver messo tra parentesi i fedeli sotterranei: molte sedi vacanti non sono rimpiazzate e ai seminaristi si chiede di entrare nei seminari ufficiali. Invece, essi dicono, proprio per rafforzare la fede di tutta la Chiesa in Cina, la Santa Sede dovrebbe andare avanti per conto suo, senza considerare l’opinione del governo, e in nome del bene pastorale dei fedeli, ordinare vescovi e far ordinare sacerdoti anche nelle comunità non ufficiali. Forse le comunità cattoliche potrebbero imparare dalle comunità protestanti sotterranee che ormai, di fronte alle violenze del regime, manifestano in pubblico per rivendicare la libertà religiosa. Alcuni di essi vengono arrestati, ma intanto esse manifestano al mondo che l’unico loro desiderio è di vedere attuata la libertà religiosa che la costituzione cinese predica (senza applicarla).
 
Per rafforzare poi il rapporto fra la Chiesa in Cina e la Chiesa universale è importante valorizzare il grande impegno delle cosiddette Chiese-ponte: quella di Taiwan, di Hong Kong, Macao e Singapore. Attraverso visite, rapporti, aiuti economici, invio di insegnanti e personale religioso esse possono confortare e far maturare la vita delle comunità cinesi, soffocate dal controllo o dagli arresti.
 
Nei giorni scorsi, due avvenimenti hanno riaffermato l’urgenza di una linea chiara nella Commissione vaticana. Un articolo del Financial Times (8/4/2011) ha pubblicato la notizia di un incontro avvenuto in Borgogna fra alti rappresentanti cinesi dell’esercito (Pla) e personalità vaticane che lavorano sul dossier Cina. L’articolo sembra suggerire che l’incontro fosse in funzione di una riapertura dei canali diplomatici fra Santa Sede e Pechino. In realtà, secondo informazioni di fonte vaticana giunte ad AsiaNews, il raduno nel castello della Borgogna aveva altre finalità e l’incontro fra le personalità vaticane (mons. Ettore Balestrero e mons. Gianfranco Rota Graziosi) e qualche generale del Pla è stato in qualche modo indiretto, come pure senza frutto.
 
Il 6 aprile scorso, invece, il card. Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong e battagliero difensore della libertà religiosa in Cina, ha incontrato il presidente della Camera dei rappresentanti Usa, il repubblicano John Boehner. Questi ha espresso il suo “inequivocabile sostegno” all’impegno del porporato per la Chiesa e la libertà religiosa di tutti i popoli”. Boehner ha definito la Chiesa cattolica “un faro di speranza per un cambiamento positivo e per la libertà in Cina”.
 
La speranza è che dal lavoro di questi giorni della Commissione vaticana emerga una visione lucida e realista dei rapporti fra Stato e Chiesa in Cina, che non tradisca il sacrificio e l’attesa di quanti sono fedeli al papa in quel Paese.

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