09/03/2004, 00.00
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Israele – Santa Sede: senza frutti apparenti 10 anni di rapporti diplomatici

P. David Jaeger: Dieci anni fa la Chiesa ha fatto un passo coraggioso. Adesso Israele deve avere il coraggio di ritornare al tavolo delle trattative

Gerusalemme (AsiaNews) –  Domani ricorrono 10 anni dall'entrata in vigore dell' "Accordo fondamentale tra la Santa Sede e lo Stato di Israele". Grazie a tale accordo, la Santa Sede ha accettato la domanda israeliana di poter allacciare rapporti diplomatici. Ma tali rapporti  erano solo il primo passo di una serie di concordati che avrebbero assicurato la libertà e i diritti della Chiesa in territorio israeliano. E invece a 10 anni da quello storico accordo, nella chiesa di Israele vi è delusione, sconcerto e crescente preoccupazione.

In effetti, lo stato  di Israele non ha mai trasformato l'Accordo fondamentale in legge, e perciò i tribunali israeliani dichiarano di non conoscerlo. Allo stesso modo, l'unico altro accordo raggiunto finora, sul riconoscimento civile delle persone giuridiche ecclesiastiche (nel 1997), non è stato tradotto in legge dello Stato.

Ma il fatto più grave è che il 28 agosto 2003, Israele ha ritirato del tutto la propria delegazione ai negoziati con la Santa Sede, mentre erano in corso i negoziati per raggiungere l'importantissimo - accordo sulla salvaguardia delle proprietà ecclesiastiche e sulle esenzioni fiscali. Tale accordo era previsto proprio per il 10mo anniversario dell'Accordo fondamentale. Nel luglio scorso il ministro degli esteri israeliano, Silvan Shalom, ne aveva preannunciato la firma "entro tre mesi". Ma da allora lo Stato di Israele si rifiuta di ritornare al tavolo del negoziato, nonostante l'esplicito impegno preso proprio con l'Accordo fondamentale di dieci anni prima.

Intanto, in mancanza di norme che regolino il rapporto con lo Stato, per la Chiesa  crescono sempre più le difficoltà. In assenza del riconoscimento statale delle tradizionali esenzioni fiscali, le istituzioni cattoliche – ad esempio l'ospedale S. Giuseppe di Gerusalemme, ma anche altre - si trovano trascinate davanti ai tribunali. Senza questi accordi, membri del personale ecclesiastico si vedono negati visti di ingresso e di soggiorno.

L'ansia per il futuro è aggravata dal rigoroso silenzio mantenuto dal Governo circa le motivazioni della rottura, e la coincidenza di questa con l'aggravarsi di diversi problemi quotidiani. Tra questi c'è anche l'invasione militare di alcuni conventi a Gerusalemme per costruirvi pezzi del "Muro di separazione" (o "barriera di sicurezza" come preferisce il Governo).

Al  padre francescano David-Maria A. Jaeger, massimo esperto giuridico in materia degli accordi Santa Sede-Israele, AsiaNews ha chiesto un parere: "Occorre che lo stato capisca l'assoluto obbligo giuridico che ha di ritornare al tavolo del negoziato. L'impegno di farlo è inserito in un solenne trattato internazionale firmato e ratificato dallo Stato di Israele. Diversamente lo Stato rischierebbe di essere dichiarato inadempiente.  Del resto, le regole nei rapporti Chiesa-stato interessano lo stato non meno che la Chiesa: se lo stato vuole che si rispettino le regole, non deve mostrarsi inadempiente: Israele non può prolungare ancora molto il suo assentarsi dai negoziati. La Chiesa Cattolica ha fatto un passo storico coraggioso e lungimirante nell'accettare di normalizzare i suoi rapporti ufficiali con lo Stato di Israele. In cambio aveva ricevuto la promessa di normalizzare la posizione giuridica della Chiesa nel territorio dello Stato. Non credo che i nostri interlocutori vogliano far fallire questa storica impresa comune. I negoziati stessi sono sempre stati portati avanti in un clima di reciproca fiducia e buona volontà. E qualora il Governo ne accetti la ripresa, prevedo che possano continuare a produrre frutti."

Sui motivi che hanno portato alla rottura, p. Jaeger li definisce "inspiegabili". E sottolinea che esponenti dell'ebraismo della diaspora sollecitano il governo a ripensarci e a riprendere i negoziati. "Per me, conclude p. Jaeger, il 10mo anniversario dell'entrata in vigore dell'Accordo fondamentale è un ricordo delle grandi speranze che ci furono e un invito a rinnovarle. Ma certo questo anniversario non avrà per nulla un carattere di festa".

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