01/07/2016, 08.58
ISRAELE - PALESTINA - ONU
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Israele "deve fermare gli insediamenti per rilanciare il cammino di pace"

Lo chiede il Quartetto Onu, secondo il quale gli insediamenti sono uno dei “trend negativi” da modificare. A questo si aggiungono le violenze, gli inviti alla rivolta e la mancanza di controllo sulla Striscia di Gaza da parte dell’Autorità palestinese. Nel rapporto del gruppo una serie di passi “ragionevoli” per rilanciare la pace. Assalitore palestinese uccide a coltellate una 13enne israeliana a Kiryat Arba. 

Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) - Israele deve assumere provvedimenti urgenti per fermare l’espansione degli insediamenti nei Territori palestinesi. È quanto ha affermato un alto rappresentante delle Nazioni Unite, commentando i risultati emersi dal rapporto - atteso a lungo - del quartetto per il Medio oriente. In una nota al Consiglio di sicurezza l’inviato speciale Onu Nickolay Mladenov ha affermato che gli edifici israeliani in costruzione in Cisgiordania sono uno dei “trend negativi” che vanno modificati in tutta fretta se si vuole mantenere vivo il piano di pace. 

Violenze, inviti alla rivolta e la mancanza di controllo da parte dell’Autorità palestinese sulla Striscia di Gaza, da tempo nelle mani di Hamas, sono per Mladenov ulteriori fattori che “mettono in grave pericolo le speranze di pace”. 

Il rapporto elaborato dal Quartetto - composto da Nazioni Unite, Stati Uniti, Unione europea e Russia - ha l’obiettivo di promuovere la pace e il dialogo in Medio oriente e i negoziati fra Israele e Palestina. Esso viene pubblicato oggi, dopo mesi di rinvii. Dietro i continui slittamenti, l’annosa questione relativa agli insediamenti. 

Le note e le raccomandazioni contenute all’interno del rapporto saranno il punto iniziale per la ripresa del processo di pace fra i due fronti, in fase di stallo dall’aprile 2014, quando si è bloccata l’iniziativa promossa dagli Stati Uniti. 

Mladenov ha aggiunto che il rapporto delinea una “serie ragionevole di passi” che può compiere Israele; dall’altro, esso contiene direttive rivolte ai palestinesi con l’obiettivo di avviare un “percorso navigabile” che conduca a “una pace globale con storiche implicazioni per l’intera regione”. 

L’inviato Onu ha chiesto al Consiglio di sicurezza di sostenere le raccomandazioni contenute nel rapporto, affinché esso possa diventare una road-map accettata dalla comunità internazionale e sulla quale fondare i futuri passi in direzione della pace fra Israele e Palestina.

Tuttavia, a dispetto degli sforzi della diplomazia non si fermano le violenze sul campo. Ieri un assalitore palestinese ha accoltellato e ucciso una ragazzina di soli 13 anni mentre si trovava nel letto di casa, situata a Kiryat Arba, un insediamento ebraico in Cisgiordania. La vittima, Hallel Yaffa Ariel, aveva la doppia cittadinanza israeliana e statunitense ed è stata colpita nel sonno. 

Sul luogo dell’attacco sono intervenute le forze di sicurezza israeliane che hanno ucciso l’assalitore, il 19enne Mohammed Tarayreh, del vicino villaggio di Bani Naim; nello scontro un agente ha riportato lievi ferite. 

Commentando l’attacco, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu parla di “omicidio raccapricciante” che testimonia la “disumanità dei terroristi”. 

Dall’ottobre scorso, dopo una serie di provocazioni di ebrei ultra-ortodossi che sono andati a pregare sulla Spianata delle moschee, si sono moltiplicati incidenti e scontri in Israele e nei territori palestinesi, nel contesto della cosiddetta “intifada dei coltelli”. Finora sono stati uccisi almeno 209 palestinesi, 32 israeliani, due americani, un sudanese e un eritreo.

La maggior parte dei palestinesi è stata uccisa mentre tentava di accoltellare o colpire con armi o con l’auto passanti o soldati. Altri sono stati uccisi nel corso di manifestazioni o scontri con i militari. A fronte di questa escalation di violenze, culminata nell’attacco a Tel Aviv dell’8 giugno scorso, il premier israeliano ha deciso di rafforzare la politica delle demolizioni delle case di assalitori palestinesi. Una misura che, secondo le voci critiche, rappresenta una “punizione collettiva” la quale finisce per esasperare la tensione.

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