07/09/2015, 00.00
ISRAELE

Israele: Sciopero ad oltranza per le scuole cattoliche, è un progetto mirato per colpirci

P. Abdel Massih Fahim, direttore dell’Ufficio delle scuole cristiane, spiega ad AsiaNews la battaglia contro il taglio dei fondi agli istituti cristiani voluto dal governo. Il 29% è una quota insufficiente per coprire le spese. Poche speranze in vista dell’incontro del 9 settembre, dalle autorità nessuna “nuova proposta” su cui dialogare: "Sciopero a oltranza sino al riconoscimento dei diritti".

Gerusalemme (AsiaNews) - “Proseguiremo con lo sciopero a oltranza, fino a che non verranno riconosciuti i nostri diritti. Siamo di fronte a un progetto mirato a colpire le scuole cattoliche, ma la nostra missione continuerà; abbiamo già affrontato altre crisi in passato, anche questa prima o poi passerà”. È quanto racconta ad AsiaNews p. Abdel Massih Fahim, sacerdote francescano e direttore dell’Ufficio delle scuole cristiane della Custodia di Terra Santa, in prima linea nella battaglia lanciata dagli istituti cattolici contro il governo israeliano. Il prossimo 9 settembre è in programma un nuovo incontro fra rappresentanti della Chiesa e autorità governative: “Speriamo sia fruttuoso - aggiunge - perché non vorremmo lanciare una ‘intifada’ per difendere il nostro diritto all’istruzione”. 

Da alcuni giorni le scuole cristiane in Israele sono in sciopero. Professori e alunni denunciano una doppia discriminazione nei confronti delle istituzioni cristiane: il governo ha ridotto le sovvenzioni che ormai coprono solo il 29% delle spese; allo stesso tempo, il governo pone un limite alle rette che le scuole possono ricevere dalle famiglie. In questo modo, diverse scuole non riescono più a far fronte alle spese annuali e rischiano di chiudere.

La discriminazione è un dato di fatto evidente, se si paragona a quanto avviene con le scuole ebraiche ultra-ortodosse, che vengono sovvenzionate in toto dal governo e non subiscono ispezioni dal ministero dell’Educazione, sebbene esse non siano in regola col curriculum degli studi. Il tema delle scuole è stato uno dei punti chiave al centro dell’incontro della scorsa settimana fra papa Francesco e il presidente Reuven Rivlin, alla sua prima volta in Vaticano. 

In Israele vi sono ad oggi 47 scuole cristiane, che garantiscono istruzione a oltre 33mila bambini, il 60% dei quali cristiani e circa il 40% musulmani, e una piccola rappresentanza ebraica. Anche i maestri e il personale non docente non è solo cristiano, poiché vi sono anche insegnanti (su un totale di 3mila) musulmani ed ebrei. Fino a qualche anno fa i fondi governativi coprivano il 65% delle rette, ma sono stati ridotti fino al 34% per poi scendere oggi al 29%, una cifra considerata insufficiente per coprire i costi. 

“Per ora non vi sono sostanziali novità” spiega p. Abdel, “abbiamo parlato col ministero dell’Istruzione ma non vi sono stati risultati concreti. Abbiamo chiesto loro di formulare una proposta concreta in vista della riunione di dopodomani, ma finora non è emerso nulla di nuovo”. Di certo vi è che “33mila studenti sono ancora a casa”, prosegue il francescano, “a dispetto degli annunci dell’esecutivo che, il primo giorno di scuola, ha detto che tutti gli alunni del Paese erano regolarmente in classe”. 

Da qualche anno il governo tratta le nostre scuole “in maniera differente”, accusa p. Abdel, “negando sempre più i nostri diritti. Ci siamo rivolti ai vari ministri dell’Istruzione, alcuni dei quali non ci hanno nemmeno ascoltato”. Ora, con lo sciopero, “iniziano a prestare attenzione, anche se ad oggi non è emersa alcuna soluzione”. “Vogliono cambiare lo status delle scuole - prosegue il sacerdote - da istituti cattolici a scuole ufficiali, dove la Chiesa non può più scegliere il direttore, i maestri, e disporre a loro piacimento dell’edificio”. 

“Vogliamo difendere il nostro stile di insegnamento” conclude il direttore dell’Ufficio delle scuole cristiane della Custodia di Terra Santa, “perché esso fornisce un risultato ottimo a livello di qualità a tutto il Paese. Se riconoscete questo ruolo, garantiteci il nostro diritto a essere trattati non con un regime preferenziale, ma secondo quanto stabilisce la legge. Anche se siamo una minoranza, abbiamo i nostri diritti e li vogliamo difendere”. 

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