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  • » 20/01/2017, 11.32

    MALAYSIA - MYANMAR

    Kuala Lumpur, nazioni musulmane contro il Myanmar: basta violenze contro i Rohingya



    La “sessione straordinaria” dell’Oic centrata sulle persecuzioni verso la minoranza musulmana in Myanmar. Najib Razak chiede che i colpevoli siano “consegnati alla giustizia”. Ministro del Bangladesh: risolvere la questione riguardante la cittadinanza. 

     

    Kuala Lumpur (AsiaNews/Agenzie) - Governi regionali, organizzazione islamiche internazionali e attivisti pro diritti umani lanciano un nuovo appello al governo del Myanmar, perché metta fine alla tragedia dei musulmani Rohingya. Il Primo ministro della Malaysia Najib Razak si è rivolto ai vertici di Naypyidaw, invocando la fine di tutte le discriminazioni e gli attacchi; ai Paesi a maggioranza musulmana, aggiunge poi il premier, il compito di agire per arginare questa “tragedia umanitaria” di enormi proporzioni. 

    “Le uccisioni devono finire” ha sottolineato Najib, durante un incontro dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) richiesto da Kuala Lumpur per discutere proprio dell’emergenza Rohingya. “Le persecuzioni di concittadini, uomini e donne - ha aggiunto - per il semplice motivo che sono musulmani, deve finire”. 

    “Ci rivolgiamo al governo del Myanmar - ha concluso Najib - perché metta immediatamente fine a tutte le azioni discriminatorie e agli attacchi contro i Rohingya. E che i colpevoli siano consegnati alla giustizia”. 

    Da tempo sono aumentate in modo esponenziale le violenze fra il Tatmadaw (esercito governativo) e quello che i soldati definiscono “un gruppo militante di musulmani Rohingya” nello Stato Rakhine. I Rohingya sono una minoranza musulmana - di poco più di un milione di persone - originaria del Bangladesh, alla quale il Myanmar non riconosce la cittadinanza e i cui membri abitano in campi profughi sparsi in più parti del Paese.

    Dall’inizio di ottobre, il bilancio è di almeno 90 persone uccise e circa 34mila sfollati con il governo birmano che avrebbe cercato di cancellare i numerosi casi di abusi emersi. Il Tatmadaw continua a passare di villaggio in villaggio ripulendo il territorio dai ribelli. La popolazione Rohingya denuncia esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, stupri, case date alle fiamme nel contesto di una campagna ribattezzata dal governo “operazione di pulizia”, volta a colpire quanti avrebbero sferrato attacchi contro i militari birmani.

    Il governo di Naypyidaw, guidato dalla Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, nega l’accusa di genocidio pur impedendo l’accesso all’area a giornalisti indipendenti e operatori umanitari.

    Per affrontare la crisi Rohingya, ieri in Malaysia si sono riuniti per una “sessione straordinaria” i ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Organizzazione della cooperazione islamica. L’Oic rappresenta 57 Stati a maggioranza musulmana, con un popolazione complessiva di 1,6 miliardi di persone. Essa agisce come “voce collettiva” in un mondo musulmano spesso diviso e frastagliato. 

    I ministri dell’Oic chiedono il libero accesso allo Stato Rakhine per avviare una inchiesta indipendente per fare chiarezza sulle accuse di pulizia etnica contro la minoranza. 

    L’incontro si è tenuto nella capitale della Malaysia ed è durato un giorno. Nella risoluzione approvata al termine della riunione, i rappresentanti hanno chiesto al segretario generale Oic Yousef al-Othaimeen di trattare col governo birmano la formazione di una delegazione che abbia accesso all’area. In aggiunta, Naypyidaw deve garantire il via libera all’ingresso di aiuti umanitari. L’organizzazione si dice inoltre pronta a lavorare con Nazioni Unite e Asean [l’associazione che riunisce 10 Paesi del Sud-est asiatico] per promuovere un dialogo interreligioso nel Myanmar a maggioranza buddista. 

    Il ministro degli Esteri del Bangladesh Shahriar Alam ha infine chiesto il rimpatrio in Myanmar e il riconoscimento della cittadinanza dei profughi Rohingya che hanno cercato riparo oltreconfine. Secondo i dati diffusi dal governo di Dhaka, almeno 65mila persone hanno varcato la frontiera per sfuggire alla repressione dell’esercito birmano. Di questi, circa 33mila vivono nei campi profughi e altri 300mila sono al di fuori di questi centri, in condizioni di estrema precarietà. 

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