16/03/2019, 08.53
CINA-ITALIA
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L'Italia è fuori strada sulle nuove Vie della seta cinesi

di Emanuele Scimia

Il governo italiano è pronto ad aderire al progetto delle nuove Vie della seta, ma il presidente della Camera di commercio della Ue in Cina avverte che il successo delle imprese straniere nel mercato cinese non dipende dai memorandum di intesa. Il problema della trasparenza.

 

Roma (AsiaNews) - L'Italia è destinata a diventare il primo Paese del G7, e primo membro fondatore dell’Unione europea, ad appoggiare formalmente la Belt and Road Initiative (Bri) della Cina, una mossa che ha lasciato perplessi gli alleati Usa e le istituzioni della Ue.

Un memorandum di intesa sulla partecipazione italiana alla Bri dovrebbe essere firmato durante la visita in Italia del presidente cinese Xi Jinping, programmata dal 21 al 23 marzo. Accordi simili relativi al megaprogetto di Pechino, che mira a promuovere gli scambi commerciali tra Asia, Europa e Africa, sono già stati firmati da 13 Stati appartenenti alla Ue.

I membri del governo italiano che hanno lavorato al dossier sostengono che il memorandum assicurerà alle aziende del loro Paese un più ampio accesso al vasto mercato cinese.

Mats Harborn, presidente della Camera di commercio della Ue in Cina, dubita ci sia un nesso tra le due cose.

“La firma di questo memorandum di intesa è più una dichiarazione con la quale l’Italia vuole mostrare il suo sostegno alle nuove Vie della seta”, Harborn ha dichiarato ad AsiaNews. “Va ricordato quanto sia competitivo il mercato cinese e il successo commerciale di una azienda straniera in Cina non è deciso da tali accordi”.

Per Harborn è possibile che Pechino possa offrire all'Italia un accesso speciale a determinate licenze o un loro iter di approvazione più spedito, ma farlo sarebbe molto problematico in un momento in cui la sua leadership sta raddoppiando gli sforzi per fornire parità di trattamento alle società straniere.

“Dal momento che la strategia Bri è potenzialmente molto importante per gran parte dell'economia globale, speriamo che la firma dell'Italia significhi un passo avanti verso un crescente coinvolgimento dell'intera Ue”, Harborn ha sottolineato.

A suo avviso, se il memorandum di intesa è correttamente formulato, con la Cina che si impegna a garantire una Bri aperta e inclusiva, basata su norme e standard internazionali, “le possibilità che il progetto diventi sostenibile aumenterebbero considerevolmente”.

Il 15 marzo, nella giornata conclusiva della sua sessione plenaria annuale, il Congresso nazionale del popolo (il parlamento cinese) ha approvato una nuova legge sugli investimenti esteri che dovrebbe garantire reciprocità di trattamento tra le imprese nazionali e quelle straniere.

Si tratta di una questione delicata per la Ue, che dal 2013 è impegnata in negoziati con il gigante asiatico per concludere un accordo sugli investimenti.

“Se la firma italiana di questo memorandum di intesa portasse maggiore trasparenza, nonché maggiori e pari opportunità per le aziende europee che vogliono partecipare ai progetti Bri, sarebbe un passo positivo verso la reciprocità nelle pratiche di approvvigionamento, in particolare per quanto riguarda il settore pubblico”, ha commentato Harborn. “Dopo tutto, le aziende cinesi hanno accesso al mercato degli appalti pubblici dei Paesi Ue, e spesso vincono le relative gare, mentre le società europee non hanno una simile possibilità, sia in Cina sia in altri Stati coinvolti nei progetti Bri”.

Il tema della trasparenza è particolarmente importante quando si parla delle pratiche commerciali e di investimento della Cina, spesso considerate opache e parte di una “diplomazia della trappola del debito” che rende Paesi in via di sviluppo – ma anche Stati Ue in grave difficoltà come la Grecia e il Portogallo – fortemente dipendenti dagli aiuti cinesi.

A tal riguardo, Bonnie Glaser, direttrice del China Power Project al Center for Security and Strategic Studies di Washington, ha osservato che “se l’intero processo è trasparente, e i cinesi non costringono l’Italia a usare manodopera e materiali cinesi, non c’è nulla di sbagliato nella partecipazione italiana alla Bri”.

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