08/01/2019, 12.42
INDIA
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L’India in sciopero: 200 milioni di lavoratori contro il premier Modi

Lo sciopero nazionale è indetto da dieci sigle sindacali che lamentano il caro-prezzi e l’elevata disoccupazione. Chiusi negozi, ospedali, banche e scuole; trasporti bloccati; assaltati alcuni autobus. Una donna di 57 anni è morta in Karnataka. La manifestazione sarà determinante per le elezioni generali di maggio.

New Delhi (AsiaNews) – L’India si ferma oggi e domani. Almeno 200 milioni di lavoratori del settore pubblico, dei servizi, delle comunicazioni e dell’agricoltura stanno incrociando le braccia in tutto il Paese e aderiscono allo sciopero generale convocato da dieci sigle sindacali. Le organizzazioni si oppongono alla nuova norma in tema di lavoro approvata dal governo il due gennaio scorso, che favorirebbe lo sfruttamento dei dipendenti e annienterebbe i diritti dei sindacati. L’iniziativa è di fatto un sondaggio sul gradimento del premier Narendra Modi e rappresenta l’occasione per milioni di lavoratori di protestare contro il caro-prezzi e la dilagante disoccupazione.

Ad AsiaNews John Dayal, segretario generale dell’All India Christian Council, afferma che si tratta di una manifestazione eccezionale, “tra le più grandi mai organizzate nel Paese. È stata pianificata in anticipo in ogni dettaglio”. L’aspetto più rilevante, aggiunge, è che essa “si svolge alla vigilia delle elezioni generali che segneranno il destino del primo ministro”.

Diverse città sono bloccate dalle folle di manifestanti e si registrano scontri e devastazioni. Da poco è circolata la notizia della morte di una donna di 57 anni che aderiva allo sciopero a Mundagod, una città nel nord del Karnataka. In Maharashtra più di 5mila lavoratori hanno bloccato l’autostrada Mumbai-Baroda-Jaipur-Delhi. A Pondicherry, sulla costa orientale, alcuni manifestanti hanno lanciato pietre contro un autobus delle linee statali. In Kerala i trasporti su strada e ferrovia sono interrotti. In Orissa rimarranno chiusi per 48 ore negozi, scuole, uffici e mercati. In West Bengal sono stati bruciati fantocci del premier Narendra Modi.

Il “Bharat Bandh” (sciopero nazionale) è un’iniziativa del Central Trade Unions (Ctu), sigla che riunisce le rappresentanze sindacali a livello federale. Esse protestano contro la nuova normativa Trade Unions (Amendment) Bill 2018 che ha modicato il Trade Unions Act del 1926. La legge prevede un riconoscimento obbligatorio per i sindacati, sia a livello centrale che statale. Tuttavia i lavoratori ritengono che la legge accordi al governo un “potere discrezionale” nel riconoscere o meno le sigle sindacali, eliminando di fatto l’attuale contrattazione basata sul consenso congiunto di impiegati, datori di lavoro e governo. I sindacati chiedevano inoltre l’approvazione di un Social Security Act a tutela dei lavoratori e un salario minimo di 24mila rupie (quasi 300 euro) per il settore dei trasporti.

Accanto ai lavatori di banche, assicurazioni, sanità, scuole, trasporti, industrie elettriche e del carbone, sono scesi in piazza anche contadini (con un “gramin hartal”, cioè sciopero del mondo rurale) e studenti. Gli agricoltori da mesi lamentano gravi condizioni delle campagne acuite dai debiti agricoli e dal fenomeno dei suicidi. Tapan Sen, segretario generale di Centre of Indian Trade Unions (Citu), una delle sigle aderenti, critica il governo del premier Modi. “Sta uccidendo la cultura del lavoro – afferma – del settore pubblico, a tutto vantaggio dei grandi contratti con le imprese manifatturiere di attori privati”.

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