Il coraggio di Aoun nella (fragile) tregua fra Hezbollah e Israele
Per Netanyahu è un “accordo storico”. La milizia sciita considera la tregua una “vittoria” di Teheran. Avvertimenti (e minacce) contro i ritorni disordinati della popolazione verso i villaggi a sud del Litani occupati da Israele. Il presidente libanese rifiuta di incontrare Netanyahu senza il ritiro delle truppe israeliane. Sforzi sauditi per preservare il Libano sia dall’egemonia iraniana sia da un dominio dello Stato ebraico.
Beirut (AsiaNews) - A Beirut scocca la mezzanotte, che segna il passaggio fra il 16 e il 17 aprile. Una serie di forti esplosioni risuonano nella capitale. I libanesi, risvegliati dal frastuono dei colpi, si precipitano davanti alla televisione. La domande ricorrente è: forse il cessate il fuoco di 10 giorni annunciato a fine giornata dal presidente Usa Donald Trump è morto ancor prima di nascere? In realtà, si tratta di alcuni fragorosi scoppi causati da proiettili traccianti usati come fuochi d’artificio e da lanciarazzi Rpg, che illuminano la periferia sud. Ed è con questa “battaglia simulata” che Hezbollah ha accolto l’entrata in vigore della tregua, provocando almeno un morto e sette arresti da parte delle forze di sicurezza libanesi. Poco prima dell'entrata in vigore, invece, alcuni raid notturni israeliani hanno causato almeno 11 vittime a Tiro.
“Sparate di gioia per festeggiare che cosa, esattamente?” ha esclamato questa mattina il caporedattore del sito di informazione Ici-Beyrouth. Un chiaro riferimento alle devastazioni nel Paese dei cedri, ai morti e ai feriti, nonché agli sfollati costretti dalla guerra filo-iraniana in Libano a rimanere ancora a tempo indeterminato nelle tende.
Una prima vittoria per Joseph Aoun? Senza dubbio, sottolineano esperti ed analisti. Il capo dello Stato ha avuto il coraggio di proporre, in cambio di questa cessazione totale dei combattimenti, l’apertura di negoziati diretti con Israele. E un incontro storico in questa prospettiva, il primo dal 1983, si è tenuto mercoledì 14 aprile a Washington, sotto l’egida del segretario di Stato Marco Rubio, tra gli ambasciatori del Libano e di Israele negli Stati Uniti.
“Quando non sei al tavolo dei negoziati, sei nel menu” ha commentato Salah Machnouk, una delle stelle nascenti della comunità politica sunnita, intervenendo durante una riunione a sostegno del disarmo della capitale. La comunità sunnita, del resto, non ha mancato di celebrare l’evento, e alcuni motociclisti hanno sfilato per le strade di Tripoli all’annuncio della tregua.
Tuttavia, inebriato dalle proprie armi e senza contare né i propri morti né quelli degli innocenti che pagano il prezzo del suo avventurismo, Hezbollah è convinto che il “cessate il fuoco” sia una “vittoria” iraniana. Una convinzione collegata alle insistenze e alle pressioni esercitate da Teheran verso Washington, affinché i cannoni tacciano in Libano come (pre)condizione per proseguire i negoziati [in Pakistan] volti a porre fine alla guerra regionale.
Provocazione mattutina
Quel che è certo è che il cessate il fuoco è stato raggiunto al termine di una giornata iniziata in modo provocatorio con l’annuncio, nella mattinata di ieri, di un incontro previsto nel corso della giornata tra il presidente Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Questa “trappola”, che il capo dello Stato e i suoi collaboratori hanno saputo evitare, era stata tesa dallo stesso presidente Trump: annunciando la tregua di 10 giorni, l’inquilino della Casa Bianca aveva affermato che Beirut e Tel Aviv avrebbero avviato “negoziati diretti” sotto forma di un colloquio telefonico a cui il segretario di Stato avrebbe partecipato in qualità di garante.
Alla fine, dopo un “ottimo colloquio” con il solo Marco Rubio, il presidente Aoun aveva ricevuto una telefonata dallo stesso Trump. Pochi istanti dopo, il presidente americano pubblicava queste righe su Truth Social: “Ho appena avuto delle conversazioni con il molto rispettato presidente del Libano Joseph Aoun e il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu. Questi due leader hanno concordato che, per raggiungere la pace tra i loro due paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di dieci giorni a partire dalle 17:00, ora di Washington, ovvero alle 21:00 GMT (mezzanotte in Libano)”.
In seguito, Donald Trump ha annunciato che avrebbe “invitato” i due leader alla Casa Bianca, senza specificare una data. Tuttavia, secondo alcune fonti istituzionali di AsiaNews a Beirut anche questa offerta verrà respinta, poiché il capo dello Stato rifiuta qualsiasi ipotesi di incontro con Netanyahu finché il territorio libanese rimarrà occupato. “Un incontro del genere potrebbe eventualmente coronare tale ritiro, ma non lo precederebbe certamente” si vocifera negli ambienti governativi.
Poco dopo, il Dipartimento di Stato americano ha indicato che il periodo iniziale del cessate il fuoco potrebbe essere “prolungato” di comune accordo tra le due parti, in caso di “progressi nei negoziati”. È stato inoltre precisato che lo Stato ebraico manterrà il diritto di adottare, in qualsiasi momento, “tutte le misure necessarie” per garantire “la propria legittima difesa contro attacchi pianificati, imminenti o in corso”.
Netanyahu: “Accordo storico”
Il primo ministro israeliano Netanyahu ha affermato da parte sua: “Abbiamo l’opportunità di concludere un accordo storico con il Libano”. “Ho accettato - ha aggiunto - un cessate il fuoco temporaneo di dieci giorni con il Libano. La nostra richiesta principale è che Hezbollah venga smantellato”. Il premier ha tuttavia tenuto a precisare che il suo esercito rimarrà in Libano “in un’ampia zona di sicurezza di 10 chilometri che si estende fino al confine siriano”. Secondo fonti israeliane, la decisione di Netanyahu ha suscitato l’ira di alcuni dei suoi ministri.
Le fonti di AsiaNews spiegano che gli israeliani “insistono” sulla creazione di una “zona cuscinetto e sul mantenimento delle loro posizioni a sud del Litani”, nonché “sull’isolamento” di tale zona; un isolamento evidenziato dalla distruzione, avvenuta il 15 aprile scorso, del ponte di Qasmiyé, ultimo collegamento stradale convenzionale e percorribile tra il sud e il nord del Litani. Inoltre, la controparte israeliana rifiuta con forza il ritorno degli abitanti nelle zone occupate, dove alcuni villaggi ed edifici essenziali sono stati rasi al suolo, e intendono imporre un controllo rigoroso per impedire a Hezbollah di dispiegare di nuovo le proprie forze in tali aree.
Di conseguenza, nell’immediato, l’esercito, il presidente della Camera ed Hezbollah hanno pubblicato comunicati in cui esortano gli abitanti dei villaggi situati a sud del Litani, e nel raggio d’azione delle forze israeliane, a non avvicinarsi. Ciononostante già ieri mattina il traffico stradale verso Saida e i villaggi situati a nord del Litani era particolarmente intenso, con auto che trasportavano mobili e materassi, o semplicemente bandiere gialle sventolate dai finestrini.
Fatto insolito, un convoglio che trasportava il patriarca maronita e il nunzio apostolico a Qrayé, un villaggio maronita della regione di Saïda, e poi a Jezzine, è rimasto bloccato nel traffico sull’autostrada del Sud. Questa visita pastorale era già prevista prima del cessate il fuoco, precisano gli ambienti interessati. In un comunicato il partito filo-Teheran ha annunciato che rispetterà il cessate il fuoco a condizione che Israele interrompa completamente le ostilità, compresi gli omicidi mirati contro i suoi membri. Hezbollah ha quindi aggiunto che il cessate il fuoco non deve consentire libertà di movimento all’esercito israeliano e che la sua presenza sul territorio libanese darebbe al Libano e al suo popolo “il diritto di resistere”.
Questione libanese e Iran
In sostanza, gli sforzi statunitensi che hanno portato a una tregua sono legati alla volontà di separare la questione libanese dall’Iran, in un quadro negoziale generale ancora difficile tra Washington e Teheran. Le divergenze riguardano, in particolare, il destino dell’uranio altamente arricchito, che l’Iran si rifiuta di esportare, la prosecuzione stessa dell’arricchimento, nonché la questione dei beni congelati e del sostegno agli “alleati” regionali, dall’Iraq allo Yemen. In questo contesto, si apprende che l’Arabia Saudita ha intensificato i contatti con le diverse forze politiche, tra cui il presidente del Parlamento Nabih Berry, al fine di preservare la stabilità interna in Libano. Questi sforzi hanno aperto la strada a una visita del suo consigliere, il deputato Ali Hassan Khalil, a Riyadh. Questa visita è stata preceduta da quelle dei deputati Waël Bou Faour (Partito Socialista Progressista) e Melhem Riachi (Forze Libanesi).
Parallelamente, si sono tenuti due colloqui telefonici tra il ministro saudita degli Esteri Faisal bin Farhan e il suo omologo iraniano Abbas Araghchi. L’Arabia Saudita sta cercando, a quanto pare, di evitare che il Libano cada interamente sotto l’influenza iraniana, rifiutando al contempo che passi sotto il dominio israeliano. L’obiettivo sarebbe quello di raggiungere un compromesso con la Repubblica islamica, in particolare sulla questione del monopolio delle armi nelle mani dello Stato libanese, nell’ambito di un piano globale, in cambio della piena applicazione dell’accordo di Taif. Esso prevede, fra gli altri, la creazione di un Senato ed elezioni politiche senza quote confessionali, disposizioni alle quali i partiti rappresentativi dell’elettorato cristiano sono ostili.
13/03/2026 12:07
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