19/01/2005, 00.00
ASIA
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L'Asia aspetta con preoccupazione l'aumento dei prezzi del greggio

di Maurizio dOrlando

La scarsa efficienza energetica fa sì che la Cina per ogni centesimo di aumento del petrolio sopporta un incremento dei costi di produzione pari a tre volte quello degli Stati Uniti. Divergono gli interessi di Arabia Saudita e Iran.

Milano (AsiaNews) – E' acuta l'attenzione dei Paesi asiatici per la prevista decisione dell'Opec di tagliare nuovamente la produzione di petrolio, visto che il conseguente aumento dei prezzi avrà pesanti ripercussioni sulla situazione economica del continente. Dopo che a ottobre la stessa Opec, ed in particolar modo l'Arabia Saudita, con un intervento calmieratore aveva permesso una rapida discesa delle quotazioni – in ottobre il WTI è arrivato a toccare i 55 $ al barile alla borsa merci di New York - nelle ultime sei settimane il prezzo del greggio ha ripreso a crescere in maniera sostenuta: attualmente il prezzo del Brent inglese è di circa 45 $ al barile mentre il WTI texano è di 48 $.

La dinamica dei prezzi dell'energia e del petrolio è molto rilevante per lo sviluppo di quasi tutti i Paesi dell'Estremo Oriente. L'Asia, infatti, consuma il 40 % della produzione mondiale di petrolio, che è di 82 milioni di barili giorno (b/g). L'efficienza energetica delle economie asiatiche è inoltre piuttosto bassa. Ad esempio, sebbene gli Stati Uniti consumino circa 480 milioni di tonnellate di petrolio l'anno e la Cina 240 milioni di tonnellate, cioè la metà, gli USA hanno un PIL (Prodotto interno lordo) di circa 8'000 miliardi di dollari mentre quello della Cina è di circa 1'000 miliardi. Di conseguenza la Cina, per ogni dollaro d'aumento del PIL, consuma quattro volte più petrolio degli USA. Il che significa che la Cina, per ogni centesimo d'aumento di prezzo del petrolio, sopporta un incremento dei costi di produzione pari a tre volte quello degli Stati Uniti.

Dal livello dei prezzi petroliferi dipende d'altronde la possibilità di molti Paesi asiatici di ridurre non solo l'inflazione, la disoccupazione e la sottoccupazione, ma soprattutto la quota della popolazione al di sotto la soglia di povertà. L'attenzione è perciò molto acuta in tutta l'Asia per tutto quanto concerne i prezzi petroliferi, anche se in queste ultime settimane gli organi di informazione sono stati distratti dalle terribili conseguenze del maremoto.

In questo periodo, invece, ci sono stati rilevanti problemi di produzione nel Mare del Nord, nel golfo del Messico, in Nigeria. In Iraq, poi, a causa delle note vicende, la produzione è ancora solo la metà di quella precedente la guerra. In questo quadro assume ancora maggiore rilievo è la probabile prossima decisione dell'Opec di ridurre ulteriormente la produzione di un milioni di b/g.

Fulcro di questi recenti sviluppi è ancora una volta il Golfo Persico da cui proviene il grosso degli approvvigionamenti per l'Asia. L'interdipendenza è peraltro reciproca: con il forte sviluppo economico di tutto il continente in questi anni, l'Asia è diventato il maggiore acquirente del petrolio del Golfo. Ad esempio, l'Arabia Saudita, che è il maggior esportatore di greggio al mondo e produce circa 9,5 milioni di b/g, colloca in Asia il 60 % delle proprie esportazioni mentre il 20 % di tutto il consumo petrolifero asiatico proviene dai giacimenti sauditi. I sauditi inoltre, come hanno dimostrato da ultimo ad ottobre, hanno la facoltà di regolare i prezzi internazionali poiché dispongono di una capacità di riserva di produzione addizionale per circa 1,5 / 2 milioni di b/g. Disponendo delle maggiori riserve accertate di petrolio al mondo comprensibilmente i sauditi vogliono preservare nel tempo la dipendenza dal petrolio delle economie industriali. È per questo che vogliono evitare che prezzi permanentemente elevati possano, nel lungo periodo, spingere i Paesi industrializzati verso fonti energetiche sostitutive. Altrettanto noto è però che gli iraniani spingono per mantenere, nel breve periodo, prezzi elevati del greggio. Secondo i dirigenti iraniani, l'Opec dovrebbe stabilire, come livello di prezzo minimo da sostenere, 40 $ al barile ed abbandonare il vecchio intervallo di prezzi di riferimento di 25 / 28 dollari al barile.

Lo scorso mese l'Opec, per interrompere la rapida discesa dei prezzi dopo l'aumento della produzione deciso in ottobre, aveva deciso un taglio della produzione di un milione di b/g. Era una decisione che i mercati petroliferi già conoscevano e che pertanto avevano già scontato nelle quotazioni. A motivare dunque la nuova fiammata dei prezzi è la decisione che dovrà essere ratificata a Vienna il prossimo 30 gennaio, di un ulteriore taglio della produzione Opec per un milione di b/g. Secondo, infatti, quanto dichiarato lo scorso venerdì da Adnan Shihab-Eldin, facente funzione di segretario generale dell'Opec, l'offerta di greggio sui mercati mondiali sarebbe adeguata e dunque l'organizzazione "è pronta a prendere le necessarie decisioni per mantenere la stabilità del mercato". Parole che sono interpretate come un avallo al desiderio degli iraniani di pervenire ad un nuovo taglio produttivo.

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