23/01/2017, 12.03
INDIA
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La Chiesa indiana ricorda il missionario Graham Staines, bruciato vivo dai radicali indù

di Santosh Digal

Il pastore australiano lavorava per i malati di lebbra in Orissa. È stato ucciso nel 1999 insieme ai due figli piccoli. La Corte suprema “non ha capito l’ideologia omicida dell’Hindutva”. Nascoste le vere responsabilità politiche della morte. Il premier Modi aveva parlato di “cospirazione internazionale”.

Balasore (AsiaNews) – Oggi la Chiesa indiana ricorda l’omicidio del missionario australiano Graham Staines, ucciso dai radicali indù nel 1999 insieme ai due figli più piccoli. Ad AsiaNews John Dayal, attivista cattolico e giornalista, afferma: “Commemoriamo la morte del missionario che lavorava per i malati di lebbra in Orissa. Quello è stato il momento in cui i Paesi occidentali hanno scoperto per la prima volta le sofferenze inflitte ai cristiani dell’India dai gruppi estremisti che sostengono l’Hindutva, riuniti sotto il Sangh Parivar [l’organizzazione-ombrello che raccoglie molte associazioni paramilitari indù, ndr]”.

Nella notte tra il 22 e il 23 gennaio del 1999 estremisti indù hanno bruciato vivi il pastore Staines e i figli Philip e Timothy (9 e 7 anni), mentre dormivano nella loro station wagon nel villaggio Manoharpur (distretto di Keonjhar, nell’Orissa). Nel 2006 la vedova Gladys è tornata a vivere nello Stato indiano, insieme alla figlia superstite Esther, per continuare l’impegno del marito in favore dei lebbrosi.

Il brutale omicidio del missionario australiano è stato preludio delle violenze contro i cristiani dell’Orissa scatenate nel 2008 dai fondamentalisti indù. John Dayal riferisce che in quel periodo “il Sangh ha colpito i cristiani ancora una volta, soprattutto nel distretto di Kandhamal”. Le violenze si sono protratte per quattro mesi e al termine il bilancio è stato drammatico: quasi 100 i morti, uccisi per essersi rifiutati di abiurare e per i quali si vuole iniziare la causa di canonizzazione; 6.500 case distrutte; circa 395 chiese e luoghi di culto danneggiati o demoliti; più di 56mila persone costrette alla fuga.

L’attivista cattolico lamenta “che i tribunali non hanno compreso fino in fondo l’ideologia omicida del Sangh. La Corte suprema dell’India, che alla fine ha condannato all’ergastolo Dara Singh [il principale colpevole, mentre ha rilasciato altri 11 complici, ndr], aveva detto che con l’assassinio si voleva ‘dare una lezione’ al missionario. In seguito le forti proteste dei cristiani hanno costretto il Tribunale supremo a rivedere la sentenza e a cancellare quelle parole profondamente offensive”.

È una tragedia, continua, che “il Sangh continui a intimidire, e di fatto a terrorizzare, la comunità cristiana, il clero e i missionari che lavorano delle foreste e nelle aree tribali, tra i dalit e le comunità emarginate al di fuori dei centri urbani”. “La polizia invece – denuncia – continua a non agire e spesso si rende complice di questo stato di illegalità”.

Secondo Jugal Kishore Ranjit, un altro attivista, “lo Stato è responsabile dell’omicidio del rev. Staines, perché non ha protetto la sua vita. La sua uccisione e quella dei suoi due figli innocenti è un atroce atto di barbarie, perpetrato dai fondamentalisti indù che non credono nella vita umana e nella Costituzione indiana. Guidato dagli insegnamenti di Gesù, Graham Staines ha dedicato l’intera vita per il bene delle comunità tribali oppresse”. “Il cristianesimo – aggiunge – viene travisato da queste forze fondamentaliste, che non credono nell’uguaglianza e nella libertà. Dicono solo che si tratta di proselitismo religioso”.

P. Ajaya Kumar Singh, direttore dell’Odisha Forum for Social Action, riferisce che i massimi leader statali di quel periodo, George Fernandes, MM Joshi e l’attuale chief minister dell’Orissa, “hanno definito l’omicidio come una cospirazione internazionale, mentre è stato attuato ad opera dei gruppi che sostengono l’ideologia dell’Hindutva, affiliati all’attuale governo centrale dell’Unione”. Il sacerdote attivista ricorda inoltre che Narendra Modi, primo ministro dell’India, “ha parlato di piano criminale internazionale, invece che condannare gli elementi associati al proprio partito. A questo punto il lavoro della commissione d’inchiesta incaricata di scoprire la verità è diventato un futile esercizio”.

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