26/10/2011, 00.00
SIRIA
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La Lega Araba in Siria: "mission impossible"

di JPG
I delegati sono giunti oggi a Damasco per trovare un’intesa fra governo e opposizione. I media di Stato hanno ignorato l’evento. Continuano gli scontri fra forze dell’ordine e manifestanti. Fra essi anche diversi soldati contrari al regime. Previsto dal 7 al 9 novembre la prima riunione annuale dei vescovi cattolici siriani.
Damasco (AsiaNews) – I delegati della Lega Araba, giunti oggi a Damasco, devono trovare un’intesa tra governo e opposizione. Lo scopo è creare “una conferenza di dialogo nazionale” che dovrebbe riunirsi ai primi di novembre. La missione è presieduta da Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani, Primo ministro del Qatar, dai ministri degli Esteri di Algeria, Egitto, Oman e Sudan, e da Nabil El-Arabi, segretario generale della Lega Araba. Ma il tutto sembra proprio una "missione impossibile".

Decisa lo scorso 16 ottobre, la missione è stata criticata in un primo tempo dal governo siriano e dai media di Stato. Le autorità hanno espresso riserve su due punti: la presidenza affidata al Qatar, primo Paese arabo ad aver richiamato il suo ambasciatore da Damasco, e il Cairo, sede della Lega, come luogo della conferenza, sottolineando la possibilità di un incontro solo in Siria. I media di Stato hanno accusato la Lega di voler “destabilizzare” la patria siriana.

La scorsa settimana il governo ha accettato l’iniziativa della Lega Araba, ma i media del regime l’hanno ignorata. Essi hanno pure evitato di diffondere i severi avvertimenti fatti da due grandi amici del regime: Russia e Iran. Per oggi, televisione e stampa siriane hanno invece annunciato la visita di Wu Sike, inviato del governo cinese, tacendo però sulle critiche al regime fatte da Pechino. Ieri la portavoce del ministero cinese degli Esteri ha dichiarato che il governo siriano “dovrebbe mettere in pratica le sue promesse di riforma e rispondere alle ragionevoli domande del popolo, senza più violenze e spargimento di sangue”.

Va detto che anche l’opposizione siriana ha criticato la missione della Lega, definendola senza oggetto. Secondo i suoi portavoce, “nessuno ha il diritto di dialogare con questo regime, le cui mani sono macchiate con il sangue di siriani innocenti”. Oggi, nella piazza degli Omayyadi di Damasco è stata organizzata una nuova grande manifestazione (la terza nella capitale) per appoggiare il presidente Assad e l’”unità nazionale” . Con ogni probabilità la tv di Stato dirà che hanno partecipato più di un milione di persone.

Intanto, Robert Ford, ambasciatore degli Stati Uniti, ha lasciato Damasco per motivi di sicurezza. Secondo fonti statunitensi avrebbe ricevuto minacce di morte. Lo scorso 27 gennaio, il diplomatico ha presentato le sue credenziali a Bashar Al-Assad, dopo una lunga sede vacante dell’ambasciata, ma da marzo appoggia in modo esplicito le manifestazioni contro il regime. Ciò ha irritato il governo si è sempre frenato per non dichiararlo “persona non gradita”.

Nel Paese, sono sempre più violenti gli scontri fra forze dell’ordine e manifestanti, che vedono fra le loro file anche diversi militari contrari al regime. Da tempo le vittime non sono più solo civili e membri dell’opposizione (più di 3 mila morti secondo fonti Onu), ma anche soldati, i cui funerali vengono mostrati ogni giorno dalla tv di Stato.

Dal 7 al 9 novembre, si terrà presso l’arcivescovado siro–cattolico di Damasco, la prima riunione annuale dell’Assemblea della gerarchia cattolica siriana. L’incontro si doveva tenere ad aprile, ma è stato cancellato. La riunione avrà come tema “la situazione in Siria e le Chiese cattoliche” e sarà presieduta dal patriarca greco-melkita Gregorio III. Finora quasi tutti i vescovi cattolici e ortodossi hanno sempre espresso appoggio al presidente Assad. A tutt’oggi, Gregorio III è l’unico – pur con qualche sfumatura - ad aver auspicato che il regime ponga attenzione alle richieste dei giovani siriani. I leader della Chiesa subiscono le critiche di una minoranza dei fedeli. In ogni caso, gran parte dei cristiani siriani, pur favorevoli alle riforme democratiche, non si fidano dell’opposizione e temono una dominazione islamista in caso di caduta del regime.
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