16/01/2009, 00.00
TURCHIA
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La Settimana per l’unità in Turchia, dove i cristiani sono davvero vicini

di Mavi Zambak
Sia ad Istanbul che ad Ankara le differenti comunità sono abituate a gesti concreti di solidarietà e comunione. Nella capitale, inoltre, nell’unica chiesa parrocchiale, gestita dai gesuiti, l’ecumenismo è davvero vita di tutti i giorni.
Istanbul (AsiaNews) – Non è certo una scelta casuale quella di iniziare la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani alla Aya Triada Kilisesi di Kadikoy, ovvero alla chiesa greco-ortodossa della Santa Trinità di Calcedonia. Calcedonia, l’attuale Kadikoy, è un rinomato quartiere residenziale sulla sponda asiatica di Istanbul che si affaccia sul mar di Marmara, proprio di fronte alla gloriosa Santa Sofia, un tempo basilica, poi moschea, ora – per volontà del governo turco – museo.
E così, proprio nel Paese dove si svolsero i primi Concili, nel luogo dove si ebbero le prime spaccature nella Chiesa, da tempo si cerca di riunire i frammenti dispersi di ciò che rimane della millenaria vivace comunità cristiana.
 
I cristiani presenti, di ogni rito e confessione - una netta minoranza, visto che sono solo lo 0,2 % dei 70 milioni di abitanti della Turchia - dall’abbraccio di Antenagora e Paolo VI avvenuto nel 1965 proprio in questa megalopoli, hanno aperto le porte delle loro chiese e attraverso mille gesti concreti di solidarietà e comunione, hanno intrapreso l’ormai irrinunciabile cammino dell’ecumenismo.
 
E così, rappresentando simbolicamente quello che sia ai vertici che tra la gente comune si vive ogni giorno gomito a gomito, per tutta la settimana, da domani, sabato 18, a sabato 24, ogni sera si raduneranno a pregare insieme, in una delle ancora numerose antiche chiese disseminate tra i palazzi della moderna Istanbul. Dopo la chiesa greco ortodossa sarà la volta della chiesa tedesca e il giorno dopo di quella evangelica. Sosteranno poi nella Chiesa cattolica di Santa Maria Draperis, dove da alcuni anni i frati minori hanno istituito la “Fraternità Internazionale per il dialogo ecumenico e interreligioso”, uno dei più significativi centri a livello internazionale per la promozione del dialogo.
 
Mercoledì sarà la volta della chiesa protestante americana Emmanuel, il giorno dopo di quella armena apostolica, poi di quella siriano ortodossa, per concludere infine alla chiesa armeno cattolica.
 
“Ogni anno – ci dice padre Ruben Tierrablanca Gonzales, responsabile della Fraternità dei frati minori – questa settimana è vissuta ad Istanbul con grande interesse. Una commissione ecumenica distribuisce gli otto giorni nelle diverse chiese e ogni giorno è come se si svolgesse un pellegrinaggio nelle differente comunità cristiane che ospitano con gioia gli altri fratelli”. E partecipando a queste liturgie di rito latino, siriaco, armeno, greco o caldeo, in lingua turca, aramaica, greca, araba, inglese, francese o tedesca, si respira forte la “comunione dei santi”, la Chiesa “una, santa, universale e apostolica”, una Chiesa, costituita da un piccolo e variegato gruppuscolo di cristiani che si riuniscono per essere segno di unità e di speranza nel mondo.
 
Tutt’altra cosa ad Ankara, dove, tra i suoi sei milioni di abitanti sono solo 250 le famiglie cristiane – in prevalenza armene – e unico è l’edificio usato come chiesa. Nel cuore più antico di Ankara, nel cuore di questa moderna capitale voluta da Ataturk nel 1923, ai piedi della cittadella e appena di fronte al museo delle Civiltà Anatoliche, nascosto tra edifici ormai fatiscenti, usati come magazzini per la vendita all’ingrosso, si può scorgere una palazzina di color rosa salmone, con i blasoni della repubblica francese, riconoscibile per lo sventolare di un tricolore blu-bianco-rosso sul tetto. E’ questa l’unica chiesa parrocchiale presente ad Ankara: la chiesa cattolica di Santa Teresa. In realtà, qui nel 1905 si trovava il Collegio di San Clemente, fondato e diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Nel 1916, però, l’edificio fu completamente distrutto da un incendio, così come tutto il quartiere armeno circostante e a testimonianza dell’esistenza di questo Collegio rimane solo un muro portante e il nome della strada: “Kardesler sokak”, “via dei Fratelli”. Sulle sue rovine, nel 1928 fu costruito da parte della Francia, che ne reclamò il terreno, un nuovo edificio, usato come cancelleria dell’ambasciata e come residenza del console francese, prima che diventasse una scuola francese nel 1962.
 
Con questo escamotage la proprietà fu salvata e il secondo piano, dapprima usato come salone da ballo dell’ambasciata, ben presto venne trasformato nella “cappella dell’ambasciata francese”, servita da un cappellano francese. Completamente restaurata nel 2002, ora è la parrocchia, gestita dai gesuiti, luogo di culto riconosciuto dal governo turco, per tutti i cristiani in Ankara. Ed è qui che, benché siano di ben sei riti diversi, si riuniscono ogni domenica insieme per celebrare l’Eucaristia sotto la guida del parroco, padre Patrice Julienne de Pommarol. E qui l’ecumenismo è davvero vita di tutti i giorni. Da buon gesuita francese, per non far torto a nessuno, ha istituito un consiglio pastorale che tenesse conto di ogni comunità confessionale presente: dodici, dunque, i membri del consiglio: sei uomini e sei donne, uno e una per ogni gruppo (armeno ortodosso, armeno cattolico, greco ortodosso, siro ortodosso, siro cattolico, latino cattolico).
 
Per loro la settimana di preghiera dell’unità dei cristiani, dunque, non sarà un evento eccezionale con iniziative particolari, ma un invocare lo Spirito Santo perché quello che già loro stanno vivendo diventi sempre più realtà in ogni parte del mondo e così si avveri quello che Gesù tanto desiderò. “Siate una cosa sola perché il mondo creda”.
 
Ed è questo che gli eredi della comunità dei Galati, cercano di far proprio, ricordando le parole a loro indirizzate dal focoso Paolo delle Genti: “Voi fratelli siete stati chiamati a libertà. Mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri”.
 
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