15/05/2015, 00.00
CINA
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La condanna di Gao Yu, un ritorno al passato per il Partito comunista

di Bao Tong
Il grande dissidente cinese Bao Tong, ai domiciliari per essersi opposto alla strage di Tiananmen, commenta la persecuzione giudiziaria contro la giornalista ultrasettantenne: “La corte non ha trovato nulla contro di lei, se non che fa bene il suo lavoro. Da quando il Partito controlla tutto ha paura di rendere pubbliche le proprie ideologie, contrarie ai diritti umani”. Per gentile concessione di Radio Free Asia.

Pechino (AsiaNews/Rfa) – È passato un anno da quando Gao Yu è stata incarcerata. Quando le autorità hanno aperto un’inchiesta su di lei e l’hanno mandata in tribunale, non hanno trovato prove della sua presunta “diffusione di voci infondate”; hanno scoperto soltanto che ha riportato la verità in maniera fedele.

Su queste basi, il tribunale di Pechino non ha potuto fare altro che definirla colpevole di “aver diffuso all’estero dei segreti di Stato”.

Io penso che il tribunale abbia conferito a Gao Yu l’encomio più solenne, e ritengo che lei se lo meriti. Essere leali al lettore e alla verità, riportare i fatti, permettere alla comunità di conoscere la realtà: vi è compito più sacro o meritevole, per un giornalista?

Distorsione del tempo

La messa in stato di accusa e poi la condanna contro un giornalista leale ha aperto gli occhi del mondo al significato di “verità con caratteristiche cinesi”. La gente di solito si ritrova perplessa davanti alle “caratteristiche cinesi”, ma questa decisione rende le cose più semplici.

Per comprendere il caso di Gao Yu, dobbiamo tenere come punto di riferimento la verità sullo “stato di diritto” come promosso dal quarto Plenum del 18mo Congresso del Partito comunista.

Analizziamolo. La Cina ha delle leggi che proibiscono in maniera esplicita ai giornalisti di riportare la verità. Secondo il diritto cinese, il giornalismo investigativo che ha come obiettivo i leader nazionali è proibito. Le sole notizie che i cittadini cinesi possono ricevere, riguardo questo argomento, sono quelle selezionate e controllate dalla leadership.

La Cina può anche essere membro delle Nazioni Unite, ma le quattro libertà fondamentali qui non esistono. Tutti questi fattori fanno parte della verità sulla Cina.

Gli articoli di Gao Yu non parlavano di segreti economici o militari ma del Documento n° 9, emesso dall’Ufficio centrale del Partito comunista centrale nel 2013*.

Questo mi ha fatto sentire come se fossi entrato in una distorsione del tempo.

Sessanta anni fa, quando ero ancora membro del Partito comunista, l’ideologia non era segreta: neanche quando il Partito, allora con sede a Shanghai, era un’organizzazione clandestina.

Trattati come “Il Partito comunista cinese e la Rivoluzione”, “La nuova Democrazia” e “Su un governo unitario” erano diffusi il più possibile, trasmessi alla maggior porzione possibile di popolazione, dato che il Partito temeva che non avessero alcun impatto. Ma ora che il Partito è a capo di tutto si nasconde nell’ombra, nascondendo la sua ideologia.

Forse il Documento n° 9 ha aiutato la comunità internazionale a comprendere troppo la natura del Partito comunista cinese?

*In esso si ordina ai membri del Partito e alle forze dell'ordine di frenare “sette influenze sovversive” presenti nella società, fra cui le richieste di democrazia costituzionale, bollata come “occidentale”, e i “valori universali” quali la libertà di parola e il rispetto dei diritti umani (NdT).

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