02/10/2012, 00.00
IRAN
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La crisi del rial iraniano: in un giorno ha perso quasi il 17% contro il dollaro

Il governo tenta di correre ai ripari con la creazione di un centro, finanziato con parte dei ricavi petroliferi, che offre un cambio del 2% inferiore al mercato. Ma le riserve valutarie dalla fine dell'anno scorso sono scese da 106 a 50-70 miliardi di dollari. E l'inflazione è al 25% annuo.

Teheran (AsiaNews /Agenzie) - In un solo giorno la moneta iraniana, il rial, ha perso quasi il 17% nei confronti del dollaro. Le quotazioni di mercato nero parlano di un cambio che domenica era a circa 29.600, lunedì a 34.500. Fonti ufficiali riducono di un po' le cifre - da 29.700 di domenica a 32.800 di lunedì - ma la sostanza non cambia e mostra una caduta drammatica: in una settimana, il rial ha perso contro il dollaro un quarto del suo valore.

La crisi del rial, peraltro, è indicate dagli Stati Uniti come un indicatore del "successo" delle sanzioni imposte dall'Occidente contro la prosecuzione di un programma nucleare che, secondo il governo, ha solo scopi pacifici. Coloro che sono di parere opposto trovano conferme nell'ultimo rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, che ha riferito del divieto imposto ai suoi ispettori di visitare un sito sospettato di lavorare a scopi militari.

Per cercare di fronteggiare la caduta della sua valuta, Teheran ha creato un centro per lo scambio di valute estere. Inaugurato il 24 settembre. Esso, secondo il governatore della Banca centrale, Mahmoud Bahmani, citato dalla semiufficiale Fars, ha una forte dotazione di valuta straniera per la quale "il cambio scenderà", perché il centro farà "diminuire la pressione del mercato". In concreto, esso offrirà un cambio del 2% inferiore a quello del mercato nero.

Per rifornire di valuta il centro, ha spiegato Bahmani il governo ha in programma di usare il 14,5% delle sue entrate petrolifere e i ricavi del settore petrolchimico.

Ma se anche il nuovo centro riuscisse a combattere la caduta del rial sul mercato interno, resta aperto il problema della capacità del Paese di rifornirsi di valuta estera. Pure in assenza di dati ufficiali, le riserve iraniane alla fine dell'anno scorso erano valutate in circa 106 miliardi di dollari, sufficienti, secondo il Fondo monetario internazionale, a garantire le importazioni per circa 13 mesi.  Ora sono ritenute scese a 50-70 miliardi.

Il tutto in un Paese con un'inflazione valutata intorno al 25% annuo, che sta mettendo in ginocchio la popolazione.

 Zohreh, una casalinga di mezza età residente nella zona est di Teheran , racconta che "i prezzi del cibo e di altri beni di prima necessità crescono di giorno in giorno". "Nove mesi fa - spiega - con 120mila rial riuscivo a comprare verdura, frutta e altro cibo, ora per la stessa quantità devo spendere più di 300mila rial".

Hassan Hakimian, docente di origine iraniana e direttore del dipartimento di studi sul Medio oriente all'Istituto di studi orientali e africani di Londra, sostiene che l'economia iraniana è in difficoltà, ma non è di fronte a una catastrofe: "Chi parla di un crollo generale del Paese, come il ministro delle Finanze israeliano, si basa sull'emotività del momento e non su dati economici precisi". Secondo l'economista il crollo di oggi mostra la difficoltà del governo nel gestire la crisi e le esportazioni petrolifere, ma ciò non significa che il Paese sia a livelli di "terzo mondo". "Le enormi difficoltà incontrate in questi mesi - spiega - possono portare nel peggiore dei casi a un'iperinflazione simile a quella dello Zimbawe. Ma come spesso accade nei governi autoritari il sistema economico riesce a sopravvivere anche in momenti così difficili". Hakimian afferma che "questi sono tempi duri per la popolazione iraniana, che devono affrontare la peggiore crisi economica dalla guerra con l'Iraq". A preoccupare lo studioso è l''atteggiamento di Stati Uniti e Unione Europea, che hanno "gioito" di fronte al crollo del rial, giustificando nuove sanzioni contro il regime. Tale mossa colpirà soprattutto la popolazione più che i suoi leader. Egli critica la logica utilizzata da Usa e Ue che considerano come un grande risultato diplomatico il collasso di un'economia. 

 

 

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