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  • » 29/10/2016, 10.28

    IRAQ

    La rinascita di Mosul dopo le distruzioni sistematiche dello Stato islamico



    Analisti, politici e leader religiosi affermano che Daesh non ha annientato l’anima multiculturale della città. Tuttavia, ci vorrà tempo perché essa torni un crocevia di etnie, culture e religioni. L’auspicio che siano i giovani a fare il loro ingresso, per primi, nella Mosul liberata. Dall’ascesa dei jihadisti nell’antica Ninive all’offensiva finale, il racconto di due anni di violenza e terrore.

    Baghdad (AsiaNews) - A distanza di due anni “il tentativo di distruggere” Mosul e “l’identità” della piana di Ninive per mano dello Stato islamico (SI) è “fallita”. Ad affermarlo è il presidente della Commissione sicurezza e difesa della provincia del nord dell’Iraq Mohamad Al Bayati, che guarda al futuro con speranza grazie all’offensiva lanciata dall’esercito irakeno e dalle milizie Peshmerga curde. Personalità politiche, religiose e istituzionali irakene, fra cui il patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako, ricordano il passato “multiculturale” della città, che dovrà tornare a essere “crocevia” di etnie, religioni, culture e dialetti diversi e di usanze variopinte.

    Tuttavia, sulla vittoria finale pesa ancora la resistenza opposta dai jihadisti all’avanzata delle truppe della coalizione, mentre fra la popolazione della città e i profughi in esilio è ancora vivo il ricordo di quel 10 giugno del 2014. Una data storica e drammatica allo stesso tempo in cui Mosul, capoluogo della provincia irachena nord-occidentale di Ninive cadeva in mano a Daesh dopo nemmeno tre giorni di combattimenti contro le forze armate irachene.

    Nelle convulse giornate che hanno portato alla caduta dell’antica Ninive, tre unità dell’Esercito regolare irakeno, ovvero circa 40mila soldati, venivano abbandonati alla loro sorte nel giro di una notte. In seguito alla fuga di comandanti e alti ufficiali, i soldati senza guida si sparpagliavano gettando divise e armi; aiutati dagli abitanti del luogo, indossavano abiti civili.

    Nonostante siano passati oltre due anni e quattro mesi, i militari traditi ricordano ancora con amarezza quell’inspiegabile abbandono di uomini, civili, di un ingente quantitativo di armi e munizioni. E ancora, della Banca di Mosul e del denaro custodito al suo interno. 

    Ai giornalisti dell’emittente televisiva Al Mowsaliya venne vietata la circolazione durante quelle convulse giornate e non hanno potuto documentare questo inspiegabile ritiro del governo irakeno da Mosul. La città è così caduta ostaggio di una ideologia oscurantista, che annunciava il ritorno del Califfato islamico con a capo un terrorista a lungo ospite dei reparti Usa in Iraq a Camp Bucca e divenuto celebre in seguito col nome di Abu Bakr al Baghdadi.

    A distanza di due anni si nota ancora la frustrazione nelle parole di Nur Eddin Kabalan, vice-presidente del consiglio provinciale della provincia di Ninive, il quale definisce inspiegabile la decisione del governo centrale di permettere un simile disastro. Una situazione mai vissuta prima nella millenaria storia del Paese dei due fiumi. L’abbandono di Mosul, afferma, con tutto ciò che rappresenta a livello storico e per l’armonia presente fra le varie componenti etniche e religiose è lo specchio “della errata politica del governo centrale”. A questo si uniscono “i dissidi” fra governo centrale e locale, unito al “risentimento verso la città di Mosul rimasta a lungo un esempio di convivenza” in una nazione dilaniata da divisioni etniche, confessionali e tribali.

    Prima dell’attacco a Mosul era aumentato il malcontento popolare nei confronti del governo centrale a Baghdad, per i crescenti casi di corruzione, l’ingiustizia e l’emarginazione in cui versava la provincia di Ninive. Questo fossato creato fra gli abitanti di Mosul e Baghdad aveva fatto pensare allo Stato islamico (SI) di poter trovare sostegno e popolarità presso gli abitanti di Mosul.

    Il Califfato avrebbe potuto secondo molti analisti godere di una popolarità a Mosul se non avesse, come effettivamente ha fatto in seguito, applicato le più ferree e disumane pratiche di un islam takfiri, assai diverso da quello professato nella regione. Fra i primi provvedimenti dello SI, la liberazione di criminali e terroristi dalle carceri, per inglobarli nei ranghi dell’esercito del Califfato. A seguire, la rapina di banche e tesorerie della pubblica amministrazione, compresa la sede della tv Al Mawsoliya, ridotta pure al silenzio. I miliziani hanno quindi sequestrato - solo a Mosul - oltre 500 abitazioni di persone fuggite, assegnandole ai mercenari stranieri di Daesh. Un esproprio favorito anche dalla fuga di cristiani e membri di altre minoranze religiose, espropriate dei loro beni e delle loro risorse (le famigerate case marchiate con la lettera “N”), ridistribuiti ai jihadisti. Accertata l’incapacità degli abitanti di reagire, Daesh ha iniziato ad adottare le leggi punitive - e mai sperimentate prima - basandosi in modo rigoroso ai dettami della sharia.

    I mesi successivi saranno pieni di ingiustizie, violenze, privazioni di diritti di ogni tipo, dispotismo religioso, punizioni crudeli, crimini contro l’umanità che Mosul mai aveva conosciuto prima nella sua storia. Eliminati giornalisti, intellettuali, politici e scrittori rimasti in città. Scomparsi nel nulla molti candidati politici trovati nelle liste elettorali; capi ed agenti della polizia provinciale, nazionale e municipale, eliminati con nuove pratiche di tortura e modalità di esecuzione. Condanne a morte che gli abitanti di Mosul hanno definito “hollywoodiane” ed “estremamente crudeli”.

    Per il deputato del Parlamento irakeno Nayef al Shummari “Mosul e gli abitanti di Ninive sono stati vittime di un genocidio”. Gli innocenti, racconta, hanno subito “ogni sorta di morte, arsi nelle fiamme, annegati nei fiumi, gettati dai tetti, sepolti vivi, schiacciati sotto le ruote dei mezzi pesanti, mutilati e fatti a pezzi... morti atroci”.

    Quel che terrorizzava più di tutto Daesh era l’islam moderato e la molteplicità di religioni, etnie e confessioni; questi sono diventati i suoi nemici numero uno. Da qui la decisione successiva di eliminare gli imam moderati, arrestati o semplicemente eliminati. Segue poi la distruzione delle moschee - oltre 200 rase al suolo - dei mausolei e dei santuari dei profeti (soprattutto la tomba di Giona), e le chiese cristiane, con le peggiori profanazioni dei luoghi di culto cristiani e musulmani del XXI secolo.

    Dopo la distruzione del culto arriva la distruzione dei monumenti millenari dell’antichissima storia di Ninive e Nimrud, statue uniche e scritte ridotte in polvere, mentre altri pezzi preziosi sono trasferiti in Turchia e venduti al mercato nero. All’annientamento dei beni e reperti si affianca il tentativo di genocidio di un popolo, gli yazidi, con gli uomini massacrati e le donne vendute come schiave del sesso dei combattenti, e i bambini rapiti. Una tratta moderna che contribuisce ad attirare combattenti dai vari Paesi arabi e musulmani, attirati da alti stipendi e dalla licenza di uccidere, rubare, stuprare.

    È solo con l’inizio della presa di coscienza dell’occidente circa il pericolo di Daesh che si è poi venuta a formare, seppure in modo timido e spesso contraddittorio, una coalizione internazionale e una forza sul terreno che hanno iniziato a combattere i jihadisti. In un anno e mezzo questa coalizione internazionale non ha ottenuto grandi risultati nella lotta contro Daesh, soprattutto per quanto concerne il prosciugamento dei fondi e delle fonti di sostentamento e dei traffici illeciti di Daesh in opere d’arte e petrolio.

    L’offensiva per la liberazione di Mosul, che ha preso il via il 18 ottobre scorso, ad opera delle forze armate irakene e delle milizie Peshmerga curde intende sradicare dalla città e dalla piana di Ninive ogni traccia della presenza jihadista. Nayef Al Shemmari , deputato di Ninive al Parlamento iracheno, si augura che siano proprio i giovani di Ninive a liberare, insieme all’esercito regolare, la città di Mosul e a fare per primi l’ingresso in città. Questi giovani, avverte devono essere fra i liberatori perché la storia “non perdonerà” chiunque abbia abbandonato la città a se stessa e abbia taciuto dinanzi ai crimini disumani commessi a Ninive.(PB)

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