19/09/2014, 00.00
RUSSIA - UCRAINA
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La sfida dell'inverno nel conflitto russo-ucraino

di Vladimir Rozanskij
Le sanzioni europee e degli Stati Uniti e le contro-sanzioni russe portano danni all'economia degli uni e degli altri. La penuria di gas in Ucraina e nelle zone filo-russe metterà alla prova i sussulti ideologici. I segni della fine della globalizzazione, con la crescita dei localismi, il rischio di tramonto per l'occidente, i fondamentalismi religiosi.

Mosca (AsiaNews) - Dopo un'estate anomala e climaticamente tormentata, un nuovo fattore sta per abbattersi sul complicato confronto russo-ucraino: il freddo che inizierà tra poco. Tra sanzioni e contro-sanzioni, in attesa di capire chi verrà maggiormente colpito dal punto di vista economico e politico, la popolazione di entrambi i Paesi si sta interrogando con preoccupazione sulle strategie per affrontare l'inverno. Se in Ucraina il tempo sarà clemente, per ancora un mese ci si potrà limitare a qualche indumento o coperta di lana, ma prima o poi bisognerà accendere il riscaldamento, e ogni fiamma di ardente patriottismo rischierà di spegnersi, come una candela consunta. Del resto, anche la famosa Rivoluzione d'Ottobre iniziò a febbraio con i moti di piazza, si trastullò d'estate con il Governo Provvisorio, e si consumò con le prime nevicate, nell'assalto al Palazzo d'Inverno.

Di certo i primi a congelare saranno i "separatisti" delle zone occupate, e la popolazione in esse dislocata. A nulla potranno le carovane di "aiuti umanitari" provenienti da Mosca, e tantomeno i mezzi pesanti e le truppe che li seguono in scia. Tutto il resto dell'Ucraina - a prescindere dagli esiti degli scontri a Lugansk e Donetsk - sa bene che il gas per i caloriferi arriverà con il contagocce - nella migliore delle ipotesi per qualche ora al giorno - e bisognerà stabilire orari ferrei per l'entrata e l'uscita da casa. Nella stessa Russia si stanno già sigillando le finestre contro gli spifferi, sperando di trattenere fino a primavera quel poco di tepore lasciato da un'estate ingrata. E tutto questo nella speranza che la "guerra delle sanzioni" non vada oltre i limiti attuali, per evitare di dover razionare anche i generi di prima necessità. Anche l'Europa occidentale a sua volta teme, pur con meno apprensione, di vedersi ridotte le risorse energetiche, in tempi tutt'altro che facili per le famiglie di tutto il continente.

Insomma, la vera crisi deve ancora iniziare. I combattimenti nei territori orientali dell'Ucraina possono alla fine risolversi con forme più o meno permanenti di compromesso, ma nessuno si illude che tutto possa tornare come prima. Il vero effetto del conflitto, drammatico ed evidente, è la fine delle speranze di integrazione tra l'Oriente e l'Occidente, dell'Europa e del mondo. Gli economisti di tutti i Paesi, a parte le facili Cassandre che pronosticano scenari apocalittici, sono caduti da tempo nel più assoluto smarrimento: il mercato globale, il salvifico libero scambio, in nome del quale è nata la rivoluzione del Majdan, è di fatto bloccato e impotente, e non si vedono facili sbocchi. La Russia è tentata dall'isolamento politico, puntando tutto sul proprio orgoglio e la propria elefantiasi, organizzando un programma autarchico nella produzione di beni per il consumo interno, e aprendo in Asia i propri sbocchi commerciali. L'Europa a trazione tedesca si barcamena, tra il timore delle perdite dovute alle contro-sanzioni russe e le blande promesse americane di compensazione energetica, condizionate a un maggiore impegno militare dei renitenti europei, divenuti la razza meno bellicosa del pianeta. Gli Stati Uniti sono scossi dalla continua perdita di prestigio e controllo geopolitico, e l'indeciso Obama è sempre più pressato dai "falchi" interni ed esterni al suo partito e all'intero establishment, compresi gli ultra-liberali dei Tea Parties, che vogliono un'America indipendente da qualunque condizionamento militare ed economico. Le tigri asiatiche attendono pazientemente i cadaveri sulla riva del fiume, in attesa del loro momento. Tutti parlano del futuro dominio cinese, ma potrebbe anch'esso rivelarsi una chimera.

Il punto è che la globalizzazione, trionfo finale del capitalismo storico su ogni forma di socialismo, porta in sé una clamorosa contraddizione. Il capitale ha bisogno del conflitto, della concorrenza e della contrapposizione. Il conflitto non è più quello hegeliano e marxiano, tra padroni e servi, perché nel terzo millennio tutti sono ormai padroni di qualcosa, e servi di tutto. Si scontrano interessi compositi e complessi, spesso trasversali. La concorrenza non si basa più sull'intraprendenza e la pubblicità, ma sulla continua de-localizzazione e ristrutturazione, creando agglomerati di forze economiche spesso conniventi, più  che impegnate a superarsi.

Le contrapposizioni ideologiche e geografiche hanno lasciato il posto al riflusso nel più retrivo localismo, che sembra addirittura riportare al Medioevo: chi si ricorda a quando risale l'esistenza di una Scozia indipendente, o della Catalogna o della stessa Ucraina, per limitarci all'Europa? Non certo le popolazioni che insorgono o si appassionano a una causa forse mai esistita, come la Padania dell'Italia settentrionale o la Novorossija putiniana. Le contrapposizioni diventano folclore e nostalgia, come il Califfato di Al-Baghdadi che rievoca i tempi del Saladino, il nazionalismo magiaro di Viktor Orban, emulo ungherese di Putin, o la politica neo-ottomana del Sultano Erdogan. Ai sogni di restaurazione spesso si accompagnano ispirazioni religiose alquanto distorte: l'Islam del terrore e l'Ortodossia omofoba sono spesso affiancate da integralismi cattolici, evangelici, induisti e buddisti, capaci di allearsi proprio all'interno delle reciproche guerre di conquista, contro la modernità e contro le istituzioni. Lo stesso Putin ha ammiratori in America e in Europa, dove molti lo considerano il nuovo Costantino, unica diga al degrado morale dell'Occidente, o il nuovo Alessandro Magno, lanciato alla conquista dell'Asia per salvare la Grecia.

Gli attentati delle Torri Gemelle sono ormai un ricordo lontano, ma solo ora si svela il loro significato profetico: non era la tipica guerra dei cattivi contro i buoni, ma l'inizio di una disgregazione globale. La piccola Ucraina, vaso di coccio tra barili di latta, porta al mondo un messaggio ancora più urgente ed esplicito: è arrivato il tempo di scegliere con chi stare, perché tutti insieme non siamo capaci, e da soli non si va da nessuna parte. È l'inizio di un mondo nuovo: certo non del Paradiso in terra, ma non è detto che debba essere per forza un Inferno; purché gli uomini non dimentichino che c'è un Dio che giudica, e che offre a tutti una via di salvezza. Arriveremo, infine, alla primavera.

 

 

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