31/08/2010, 00.00
ISRAELE - VATICANO
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La visita di Peres al Papa in un momento di dialogo “serio” tra Roma e Gerusalemme

di Arieh Cohen
Difficilmente l’incontro avrà incidenza particolare su elementi pratici, dato che il presidente di Israele è figura quasi simbolica, ma esso avverrà mentre a Washington si tenta di avviare negoziati diretti tra lo Stato ebraico e i palestinesi. Avanza la ricerca di accordi tra Israele e Santa Sede.
AsiaNews (Tel Aviv) - Giovedì prossimo il presidente dello Stato di Israele sarà ricevuto in udienza a Castelgandolfo dal Sommo Pontefice, Benedetto XVI. In anticipo su quell’appuntamento, l’ottuogenario Capo di Stato ha dichiarato, in un’intervista alla RAI (Gr1): "Le relazioni tra Vaticano e Stato Ebraico sono le migliori dai tempi di Gesù Cristo, mai così buone in duemila anni di storia", e ha sottolineato poi: "L'attuale papa vuole avere un dialogo sincero con noi e anche noi con il Vaticano".
 
Difficile prevedere che la visita di Peres al Papa (nella foto, un precedente incontro, nel 2007) abbia un’incidenza particolare su elementi pratici di questi rapporti, che nella sostanza si svolgono in ben altre sedi. Il presidente dello Stato, in Israele è una figura quasi solo simbolica, mentre il potere esecutivo spetta al Consiglio dei ministri. Più probabile che il viaggio del presidente Peres sia legato al compito ch’egli si è dato da tempo, di curare l’immagine internazionale di Israele, dato il diffuso scetticismo riguardo alle intenzioni del governo presieduto da Benyamin Netanyahu. Il premier Netanyahu infatti proprio il 2 settembre si dovrà trovare a Washington per l’avviamento dei negoziati di pace tra Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), presieduta da Mahmoud Abbas, “Abu Mazen”, convocati dal presidenti degli Stati Uniti, Barack Obama.
 
Quanto comunque ai rapporti bilaterali con la Chiesa cattolica (o come si dice impropriamente nell’intervista, “il Vaticano”), questi si trovano in una fase di particolare rilevanza. E’ dal 29 luglio del 1992 che la Santa Sede e Israele sono impegnati in un negoziato mirato a concludere una serie di trattati di stampo “concordatario” per dare alla Chiesa cattolica in Israele sicurezza legale e fiscale. Due di questi trattati sono già stati firmati e ratificati anni fa: l’ “Accordo fondamentale” (30 dicembre 1993), una specie di “Carta dei diritti” della Chiesa nello Stato ebraico, e l’ “Accordo sulla personalità giuridica” (10 novembre 1997), che riconosce agli effetti civili la personalità giuridica della Chiesa e degli enti ecclesiastici. Nessuno dei due però è stato accolto nella legislazione israeliana, il che per ora limita la loro utilità.
 
Dall’11 marzo 1999 le Parti stanno negoziando un terzo accordo, quello che dovrà confermare lo statuto fiscale della Chiesa in Israele, specie le storiche esenzioni fiscali, essenziali perché la Chiesa possa continuare ad esercitare le sue funzioni di rappresentanza in Terra Santa della Chiesa universale come pure di cura pastorale dei fedeli del luogo. Questo terzo accordo dovrà pure mettere in salvo le proprietà, i beni immobili, della Chiesa in Israele, soprattutto per quanto riguarda i Luoghi Santi, e provvedere in più alla restituzione di qualcuno di essi, per esempio della chiesa-santuario in Cesarea marittima, espropriata e rasa al suolo negli anni ’50. La prossima riunione “plenaria” dei negoziatori, che insieme costituiscono la “Commissione bilaterale permanente di lavoro tra la Santa Sede e lo Stato di Israele”, è prevista per il 6 dicembre prossimo, e nel frattempo, dicono fonti ben informate, il lavoro prosegue serrato. Gli Stati Uniti, Francia, Italia e altre nazioni seguono da vicino, seppur discretamente, l’evolversi delle trattative, coerentemente con il sostegno loro, e dei loro cittadini cattolici, alla presenza e all’opera della Chiesa in Terra Santa.
 
Fatto poi questo accordo (non è dato a sapere quando), o anche prima e in parallelo alle trattative che lo riguardano, l “agenda” prevede diversi altri accordi non meno importanti. Negli anni, tre argomenti in particolare sono stati pubblicamente sottolineati. Innanzitutto un accordo che garantisca e disciplini in modo stabile il rilascio dalla parte dello Stato di Israele di visti di ingresso e permessi di residenza al personale ecclesiastico proveniente d’altrove. Qui la politica dello Stato è stata altalenante, ma l’orientamento generale è stato piuttosto restrittivo.
 
Soprattutto però pesa l’incertezza normativa, la mancanza di criteri ufficialmente pubblicati.
 
Poi vi è un argomento della più grande importanza pastorale, una normativa che garantisca l’assistenza spirituale ai fedeli in condizioni di mobilità limitata, specie i carcerati, i militari e i degenti nei nosocomi. L’Intesa al riguardo tra il governo italiano e l’Unione delle Comunità ebraiche in Italia viene spesso citata come un modello cui ispirarsi, vista l’analogia tra la piccola minoranza ebraica in Italia e la piccola minoranza cristiana in Israele. Il terzo argomento cui si è spesso accennato pubblicamente negli anni sarebbe una revisione del modo di presentare Cristo, il cristianesimo e la Chiesa nel sistema scolastico israeliano. Così ci si potrebbe assicurare che ci sia effettivamente la reciprocità rispetto all’immane sforzo compiuto dalla Chiesa cattolica negli ultimi decenni per una corretta, anzi amichevole, presentazione dell’ebraismo e degli ebrei nell’educazione cattolica.
 
C’è dunque ancora un pezzo di cammino da fare perché il “dialogo” cui accenna il presidente Peres raggiunga pienamente la meta, ma l’ottimismo prospettico del Presidente di Israele sembra promettere bene, e comunque entrambe le parti vi stanno lavorando, e sembra che stiano compiendo sempre dei progressi.
 
Dice ad AsiaNews il giurista francescano, padre David-Maria A. Jaeger, esperto dei rapporti Chiesa-Stato in Israele: “Particolarmente negli ultimi anni, pare che i negoziati, che costituiscono effettivamente questo ‘dialogo’ – cui accenna il Presidente Peres - tra lo Stato di Israele e la Chiesa Cattolica, proseguano con grande impegno e serietà, com’è davanti agli occhi di tutti, grazie ai successivi ‘Comunicati congiunti’ diramati di volta in volta dalla Commissione bilaterale. Pur senza ignorare i problemi in diversi settori dei rapporti quotidiani Chiesa-Stato, l’ottimismo è d’obbligo e già in sé ha un influsso decisamente benefico”. E aggiunge pure: “In definitiva, l’ottimismo ostinato dota il vissuto quotidiano di un orizzonte escatologico.
 
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