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  • » 27/06/2017, 13.50

    LIBANO – PORTOGALLO

    Libano: la Chiesa consacra Paese e Medio oriente alla Madonna di Fatima

    Fady Noun

    Il lungo programma di preghiera per la pace. Il viaggio non è per i “deboli di cuore” che si accontentano della “salvezza in saldo”. Senza conversione del cuore, il pellegrinaggio non basta. Penitenza e misericordia vanno mano in mano. Bisogna essere sempre pronti a rispondere alle richieste della Vergine.

    Fatima (AsiaNews) – Fermo suor Gloria Maalouf nel corridoio d'ingresso di Casa do Nostra Senora do Carmo (Casa della Madonna del Monte Carmelo), un hotel vicino al Santuario di Fatima. Appartiene alla Congregazione delle Ancelle del Cuore Immacolato di Maria. Non saprò mai come una ragazza di Zghorta sia finita in Portogallo, ma il suo aiuto sembra inestimabile per gli organizzatori. In fretta, mi ricorda il programma della veglia di preghiera di questo sabato, prima parte di questa "Giornata del Libano a Fatima", organizzata in occasione del centenario delle apparizioni: il rosario, la fiaccolata e l’esposizione del Santissimo Sacramento e un momento d’adorazione ... fino alle 3 del mattino. "Se no, la pace non verrà!" esclama lei, dandomi le spalle per recarsi alla Cappella delle apparizioni, dove avrà inizio la veglia.

    Ammutolito, rifletto. “Fino alle tre del mattino, nonostante io abbia appena passato una notte in bianco… Se no, la pace non verrà!”. È un’affermazione estrema, ma con probabilità ha ragione. “Penitenza! Penitenza! Penitenza!”, aveva gridato l’Angelo dell’apparizione, nel 1917, indicando il mondo nella forma di un globo e, se uno crede al Terzo segreto, disegnando con delle figure l’attentato al papa (13 maggio 1981).

    Anche la Vergine si è spinta all’estremo. “Solo i violenti prendono d’assalto il Regno”, dice da qualche parte il Vangelo. Ai deboli di cuore le insipide tisane consolatorie… se siamo venuti a Fatima con quelle impossibili ore di volo, non è per fare i bambini viziati a cui si dà un cucchiaio sul quale si è già soffiato. La tiepidezza, le mezze misure, la mollezza, la classe media della santità, la salvezza in saldo ...

    La seconda guerra mondiale, l’orrore del comunismo, annunciati nel 1917 da Maria “se non l’avessimo ascoltata”, furono altrettanto “estremi”. Se è su queste punizioni che dobbiamo misurare la gravità della colpa, essa dovette essere immensa: secondo Soljenitsyn, nell’URSS 66 milioni di morti hanno provato il goulag. Altrettanto accadde nella guerra scatenata dall’ideologia nazista che aveva persino programmato l’eliminazione di una razza. “Il nazismo è un umanismo” ha osato dire il professore di filosofia citato dal filosofo Martin Steffens (Rien que l’amour, Salvator editore). Ancora un’affermazione “estrema” che la Vergine Maria deve apprezzare. Tutti gli umanismi atei portano all’orrore; proprio di questo si trattava, quando Adolph Hitler e Joseph Stalin coronarono, ciascuno nel suo ruolo, il secolo dell’utopia della Ragione, in mezzo a pire di anime viventi consegnate ai moloch della megalomania dell’uomo senza dio, all’ebbrezza folle della brama di potere di Nietzsche.

    Nessun pellegrinaggio senza conversione

    Mons. Paul Rouhana, vescovo maronita di Sarba, venuto a Fatima al fianco del patriarca maronita Bechara Rai per rinnovare l’atto di consacrazione del Libano, è anch’egli estremo a modo suo. “Possiamo andare a Fatima, a Lourdes o ad Harissa per delle ragioni egoiste – ha affermato mentre entrava nella basilica della Trinità dove la messa è stata celebrata – Se ci rechiamo ai santuari per la nostra gratificazione personale, per ricevere grazie di consolazione, è già qualcosa, ma è insufficiente. Per essere davvero accettata, la visita deve essere accompagnata da una conversione del cuore all’amore di Dio e del prossimo. L’amore di cui parla san Paolo nelle lettere ai Corinzi. È al cuore delle relazioni fra gli esseri umani. È un intero programma di conversione, di pazienza, di perdono, di padronanza di sé. È il contrario della durezza del cuore. È necessario legare la fede popolare alle virtù teologali della fede, della speranza e della carità, perché essa porti dei frutti”.

    Questa è la sfida davanti la quale si sono trovate le migliaia di fedeli venute dal Libano e da tutti i Paesi di emigrazione, per rispondere all’appello della commissione per la consacrazione del Libano. Di certo, la grazia non manca ad un pellegrinaggio reso possibile da un lavoro d’organizzazione sollecito diretto da una donna eccezionale, Suzie Hage.

    Il patriarca lo ha confermato domenica mattina quando, intervistato da un giornalista portoghese nella sobria Casa do Carmo dove risiede, ha osservato: “Vede come ieri, dopo il rosario e durante la fiaccolata, quando siamo giunti distrutti sul luogo abbiamo dimenticato la nostra fatica!”. “È stato necessario battersi per ottenere che qualche ‘Ave’ fosse pronunciato in arabo e armeno, e allo stesso modo la liturgia maronita, e le chiese orientali in generale, sembrano qualcosa di nuovo a Fatima”, ha commentato Maryse Slaiby, strettamente legata ai preparativi. George Assadourian, vicario patriarcale degli armeni cattolici, ha partecipato al viaggio, come pure il patriarca dei sirio-cattolici Younan, e una trentina di preti. Ma lo sforzo è valso la pena! Sabato sera, i cuori erano gonfi di speranza. I pellegrini stranieri che hanno partecipato a questa veglia di preghiera a cielo aperto, sono rimasti incantati dai canti orientali. La fiaccolata è stata magica, così come i canti polifonici – in particolare un Salve Regina preparato dal tenore Gaby Farah, una rivelazione di questo pellegrinaggio.

    Coronamento

    Il coronamento della Giornata del Libano a Fatima, cioè la meglio detta messa di consacrazione, si è tenuta domenica nella grande basilica della Santa Trinità, per onorare la preghiera insegnata dall’Angelo della Pace ai tre bambini di Fatima: “Santissima Trinità, Padre e Figlio e Spirito Santo, io Ti adoro profondamente e Ti offro il Preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di nostro Signore Gesù Cristo, presente in tutti i Tabernacoli del mondo […]”.

    Durante la sua omelia, il patriarca Rai ha chiesto l’intercessione della Vergine “per la pace nella regione e la stabilità del Libano”. “Possa il nostro Paese perseguire la sua missione e continuare a essere un modello di convivenza fra culture e religioni diverse, in particolare fra i cristiani e i musulmani […] lontani da qualsiasi tentativo di escludere o di mantenere il potere […] Questa è una delle prime esigenze della globalizzazione positiva”.

    Nonostante la liturgia maronita risuonasse per la prima volta nella basilica, durante il rito si è pregato meno della sera della veglia. Va detto che la contemplazione era meno facile in quella sala immensa di legno chiaro e ben illuminato, su quelle gradinate disposte in modo anonimo, piuttosto che sotto la voluta del cielo stellato. Inoltre, fra la folla dei fedeli, si esprimevano sensibilità religiose diverse. In particolare, vi era una notevole presenza di fedeli appartenenti a una corrente tradizionalista, molti dei quali portavano una sopravveste a due veli legata al collo, sopra i loro vestiti, su dorso del quale era impresso il viso di santa Véronique Juliani. Ella era una mistica del XVII secolo famosa per le sue visioni degli inferi.

    Per certo, il rito religioso è andato alla perfezione: la processione delle offerte, le intenzioni ben pronunciate, la fiaccola offerta al santuario dallo scultore Raffi Yedalian, la liturgia animata in modo ammirevole dal coro voluto proprio da Gaby Farah. Eppure, la preghiera meditativa della veglia è mancata e la folla si è dispersa, senza fraternizzare, dopo la preghiera di consacrazione, letta a voce alta.

    Grazia e Misericordia

    È a questa corrente tradizionalista a cui sabato sera il patriarca ha ricordato che “il messaggio di Fatima è un messaggio di pace che termina con due parole: Grazia e Misericordia”? Ciò è molto probabile, quando si conosce il carisma del patriarca che si destreggia con i contrari, per badare a tutto il gregge e non perdere nessuno. Dobbiamo questa celebre massima a papa Benedetto XVI: “Non ci sono santi senza passato, né peccatori senza futuro”. Penitenza e misericordia vanno mano nella mano. Certo, l’uomo non chiede abbastanza a sé stesso, e la Madre di Dio non parla alla leggera. Ella aveva visto dove stava andando la storia. Si, è necessario credere che le sofferenze del XX secolo si sarebbero potute evitare, se l’avessimo ascoltata. La storia è malleabile e risponde in maniera misteriosa alle attitudini interne di conversione. Quando c’è un’apparizione di Nostra Signora ed ella ci chiede qualcosa, è necessario essere pronti a rispondere. Questa è la grande lezione che si può trarre, dopo tutte le altre, dalle apparizioni da Fatima.

    Ma san Paolo dice che l’amore “tutto crede” e trionfa sugli ostacoli. La storia è aperta e il patriarca lo ha ricordato: il messaggio di Fatima non è solo un appello alla penitenza, ma anche alla speranza. Non è solo un giudizio, ma una promessa. “Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà!”, ha detto Colei la cui bocca non ha pronunciato che la verità. Noi non sappiamo come, ma è ciò che accadrà.

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