16/12/2011, 00.00
CINA
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Lufeng, si allargano le proteste di Wukan

Dopo la morte di uno dei leader delle proteste nel Guangdong, un altro villaggio di unisce ai residenti di Wukan che chiedono giustizia per le requisizioni forzate e per i brogli elettorali. Analisti: “Un caso esemplare di giustizia dal basso, campanello d’allarme per il regime”.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) - Gli abitanti del villaggio costiero di Longtou (nella contea di Lufeng, Guangdong) hanno manifestato in questi giorni per chiedere al governo centrale giustizia per la morte di uno dei leader della protesta di Wukan, villaggio rurale che da mesi si oppone alle angherie del governo, alle requisizioni forzate delle terre e ai brogli elettorali.

Le tensioni a Wukan sono scoppiate lo scorso settembre, quando centinaia di abitanti hanno attaccato la sede del municipio e una stazione di polizia dopo la requisizione forzata di diversi ettari di terreno di loro proprietà. In seguito alla promessa di un’inchiesta da parte del governo centrale, le rivolte si erano calmate. Ma le indagini, cui si sono opposti i dirigenti locali, non hanno portato a nulla e le proteste sono riprese con più decisione, alimentate dalla mancanza di risultati e dalla morte in prigione di Xue Jinbo, uno dei leader della rivolta.

Una donna del villaggio, anonima per motivi di sicurezza, racconta: “Oltre 7mila persone si sono riunite ieri per partecipare alla veglia in memoria di Xue. L’autopsia fatta dal governo dice che è morto di attacco cardiaco durante un interrogatorio, ma noi non ci crediamo. Chiediamo al governo provinciale giustizia, perché quello locale non ci ha mai ascoltato”.

Il disordinato sviluppo economico della Cina ha portato a un innalzamento del valore dei terreni (fino al 155% in più, dal 1998). Speculatori edilizi e imprenditori, con l’appoggio e la corruzione dei governi locali, comprano i terreni agricoli o interi quartieri nelle città, senza versare cifre adeguate agli abitanti. Il sequestro di terreni o case è divenuto la causa maggiore dei cosiddetti “incidenti di massa” (scioperi, sit-in, manifestazioni, scontri con la polizia,…).

Il problema è peggiorato dal fatto che i governi locali sono conniventi con gli speculatori e schiacciano i diritti dei residenti. Pechino ha emanato diverse leggi e regolamenti interni al Partito comunista per evitare la diffusione di questo fenomeno, ma senza ottenere risultati di rilievo. L’uso della forza, racconta un residente di Wukan, è inutile: “Non risolveranno i problemi, così. Noi abbiamo bisogno di giustizia”.

Secondo l’Accademia delle scienze sociali di Pechino, negli ultimi 30 anni almeno 50 milioni di contadini hanno perso la loro casa e altri 60 la perderanno nei prossimi due decenni. Il prof. Sun Liping, dell’università Qinghua, ha calcolato che nel 2010 vi sono stati almeno 500 “incidenti di massa” al giorno.

Il caso di Wukan, sottolineano diversi analisti (cinesi e internazionali) è un campanello d’allarme per il regime: i contadini in piazza da mesi non vogliono infatti una rivoluzione politica che Pechino potrebbe stroncare con la forza, ma vogliono soltanto che vengano rispettati i loro diritti.

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