08/04/2014, 00.00
FILIPPINE - CINA - STATI UNITI
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Mar Cinese meridionale, vescovo di Manila: L'atteggiamento Usa peggiora la situazione

Mons. Broderick Pabillo, ausiliare della capitale, interviene nelle dispute territoriali e attacca gli Stati Uniti che si “immischiano” nella controversia. Il prelato auspica un dialogo aperto e schietto fra Cina e Filippine, per giungere a un accordo che scongiuri l’uso della violenza. Intanto anche l’Indonesia rafforza gli apparati militari in chiave anti-cinese.

Manila (AsiaNews/Cbcp) - Le dispute territoriali fra Manila e Pechino nel mar Cinese meridionale posso essere risolte attraverso un dialogo aperto e schietto fra le parti coinvolte, non mediante un coinvolgimento diretto di potenze straniere come gli Stati Uniti. È quanto ha affermato il vescovo ausiliare di Manila mons. Broderick Pabillo, secondo cui il sostegno di Washington alle Filippine contribuisce a "peggiorare" le contrapposizioni fra i due Paesi. E solo un paziente lavoro diplomatico, aggiunge il prelato, potrebbe risolvere in maniera definitiva l'annosa questione, "sempre che gli Usa non si immischino".

Il prelato è intervenuto a margine dell'assemblea pastorale generale mensile dell'arcidiocesi di Manila, che si è tenuta nei giorni scorsi all'Auditorium card. Sin, presso la Paco Catholic School nella capitale. Per mons. Pabillo la presenza di Washington - alleato delle Filippine nella regione Asia-Pacifico - è avvertita come una minaccia dalla Cina e alimenta l'aggressività di Manila, che persiste in maniera sempre più forte con le proprie richieste.

Per questo egli auspica un allontanamento degli Stati Uniti, che faciliterebbe un accordo "fra le due nazioni senza ricorrere alle minacce o alla violenza". Manila "non deve confidare" nell'aiuto americano, avverte il prelato, in questo modo Pechino "non si sentirebbe più minacciata". I due Paesi devono infine "studiare le rispettive rivendicazioni" e "seguire quanto le leggi internazionali stabiliscono in materia di confini", partendo prima di tutto dalle norme sui mari e coinvolgendo le altre nazioni Asean (l'associazione che riunisce 10 Stati del Sud-est asiatico). 

Ad acuire il fronte di scontro, la decisione del governo filippino di presentare un'istanza - depositata il 30 marzo scorso - al tribunale delle Nazioni Unite, in cui illustra i propri diritti e definisce "illegale" e "irrazionale" la cosiddetta "lingua di bue" usata da Pechino per marcare il territorio. La denuncia è inserita all'interno di un faldone di oltre 4mila pagine e contenente più di 40 mappe nautiche. Le autorità di Manila si basano sulle direttive tracciate dalla Convenzione Onu sui mari (Unclos), secondo cui la Cina non può oltrepassare le 200 miglia di Zona economica esclusiva (Eez) e interferire nei propri diritti legittimi. Il governo cinese rilancia il principio delle trattative bilaterali per dirimere la questione e ricorda la propria posizione di forza e di predominanza nella regione Asia-Pacifico.

Analisti ed esperti di politica internazionale indicano nel mar Cinese meridionale e nelle tensioni territoriali uno dei fronti più caldi, in vista di un possibile conflitto di larga scala. Un passo falso di uno degli attori coinvolti, rischia di far precipitare la situazione e il margine di movimento (ed errore) è assai breve. Intanto in questi giorni il governo indonesiano ha rafforzato la propria presenza militare, in particolare dell'aviazione, nella zona; a dispetto delle smentite di rito, secondo le quali non vi sarebbe alcuna crisi all'orizzonte, Jakarta appare preoccupata dalle mire di Pechino su un'area al largo delle isole Riau. 

Nel Mar cinese orientale la Cina lotta da tempo col Giappone per la sovranità sulle isole Senkaku/Diaoyu; con le Filippine lotta per le Scarborough Shoal. Nel Mar Cinese meridionale Pechino si vuole arrogare la sovranità delle Spratly e delle isole Paracel, oggetto di rivendicazioni territoriali dei governi di Vietnam, Brunei, Filippine, Malaysia e Taiwan. L'egemonia riveste un carattere strategico per il commercio e lo sfruttamento di petrolio e gas naturale nel fondo marino, in un'area strategica per il passaggio dei due terzi dei commerci marittimi mondiali. Le isole, quasi disabitate, sono assai ricche di risorse - petrolio e gas naturali - e materie prime. La controversia interessa a vario titolo anche India, Australia e Stati Uniti, con interessi contrapposti e alleanze incrociate che fanno della regione Asia-Pacifico uno dei punti più caldi a livello geopolitico.

 

 

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