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» 19/06/2012
TUNISIA - ISLAM
Marzouki ad Oasis: Cristiani, musulmani, ebrei, atei sono tutti fratelli in Tunisia
di Bernardo Cervellera
Il presidente tunisino riafferma che alla base della rivoluzione dei gelsomini nel suo Paese vi è la libertà di coscienza, ossia la possibilità di cambiare religione, o di non averne affatto. La difficile transizione in Egitto, Libia, Siria, penisola araba, Marocco. In questi ultimi è bloccata ogni conversione o battesimo per timore delle conseguenze. Ma la rivoluzione araba ha cambiato la mentalità della gente, con maggior valore dato all'individuo e non alla "umma". L'occidente non ha capito i rivolgimenti in atto.

Tunisi (AsiaNews) - Il "destino" della rivoluzione araba tunisina è di accogliere "musulmani, cristiani, ebrei e atei" come "fratelli", tutti con diritto di piena cittadinanza nel Paese. È la promessa che il presidente tunisino, Moncef Marzouki ha fatto al raduno del Comitato scientifico di Oasis (v. foto) in corso in questi giorni nella capitale. Marzouki, con un passato di prigioniero e di esule a causa del suo attivismo per i diritti umani, è ritornato dalla Francia al tempo della rivoluzione dei gelsomini e lo scorso dicembre è stato eletto a larghissima maggioranza presidente del Paese. Avendo saputo dell'incontro di Oasis ha voluto venire in visita e incontrare i rappresentanti del Comitato, rassicurandoli che la rivoluzione araba non ha come scopo il fanatismo islamico, ma la democrazia e il tentare di integrare diritti religiosi delle comunità coi diritti dell'individuo, salvaguardando "la libertà di coscienza", ossia la possibilità per ognuno di cambiare religione, di appartenere a una fede religiosa o di non appartenervi affatto.

 Verso la libertà di coscienza

 Quanto detto dal presidente tunisino mette in crisi un'opinione (pessimista) molto diffusa in occidente secondo cui la rivoluzione araba sta scivolando in modo inevitabile nella piena islamizzazione del Nord Africa e del Medio oriente. Marzouki ha criticato questo stereotipo (in parte islamofobo, in parte neo-colonialista) che domina nei media occidentali. È pur vero che nei mesi scorsi egli stesso ha difeso una condanna per "offesa al sacro" contro alcuni che hanno diffuso online immagini ritenute offensive verso Maometto. Ma si è anche distaccato criticando una condanna per "blasfemia" contro gli autori e gli attori (le voci) del film di animazione "Persepolis", che riporta alcune sequenze in cui Dio viene raffigurato come attore fra gli altri. Per Marzouki questi tentennamenti sono il cammino obbligato verso "l'equilibrio". Da questo punto di vista il sentiero che la Tunisia sta percorrendo non è diverso da quello degli altri Paesi del mondo, dove vi sono spesso conflitti sullo spazio da dare la sacro nella società. Egli ha citato le discussioni che avvengono negli Usa a proposito dell'articolo 1 della costituzione (dove si parla di Dio creatore, che alcuni vorrebbero cancellare); la lotta sull'aborto e sull'omosessualità; le dimostrazioni di cattolici francesi contro uno spettacolo offensivo; le tensioni in Italia sull'esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici.

Fra gli applausi dei presenti, egli ha ribadito che la base per il suo Paese deve essere la libertà di coscienza e che l'appartenenza religiosa non deve interessare lo Stato.

 I problemi sociali di Egitto e Libia

 Negli altri Paesi infiammati dalla rivoluzione araba, vi sono segnali ancora più contraddittori. Primo fra tutti in Egitto, dove è evidente una maggioranza politica costituita da Fratelli musulmani e salafiti, che lotta contro il potere militare ed economico dell'esercito. I diversi testimoni che hanno parlato al convegno - fra i quali p. Rafic Greiche, portavoce della Chiesa cattolica egiziana e p. Jean-Jaques Perennes, domenicano - hanno mostrato che molte delle promesse emerse in piazza Tahrir (piena cittadinanza per cristiani e musulmani; libertà per edificare i luoghi di culto; eliminazione delle discriminazioni) non si sono ancora realizzate. P. Samir Khalil ha fatto notare che in Egitto la gente ha dato un voto islamico soprattutto perché la popolazione (analfabeta al 40%) non ha altri criteri di decisione che la propria appartenenza religiosa. I relatori hanno comunque mostrato che fra gli egiziani vi è ormai insofferenza per le discussioni "religiose" (su proibito e lecito; su aspetti anti-cristiani o contro la morale) e la maggioranza vorrebbe vedere i politici, anche i musulmani, impegnati a risolvere problemi della disoccupazione, della casa, dei trasporti pubblici, del sistema educativo.

A differenza della Tunisia, la rivoluzione in Egitto non ha fatto molti passi e si trova in una situazione di stallo, essendo dominata dalla lotta di potere fra l'esercito e i Fratelli musulmani.

Lo stesso si può dire per la Libia che, dopo Gheddafi, si trova ancora in un discreto caos. Le promesse di libertà da parte del Consiglio nazionale di transizione non sono ancora riuscite a garantire piena sicurezza alla popolazione e tranquillità alle comunità cristiane, costituite da gruppi di lavoratori stranieri, spesso sfruttati e senza garanzie sindacali.

 La penisola arabica e il Marocco

 La situazione più dolorosa è quella della penisola arabica dove la rivoluzione è stata arrestata con la violenza o con la distribuzione di denaro alla popolazione (Arabia saudita) e con il controllo "discreto, ma efficace" dei servizi segreti che bloccano sul nascere ogni dimostrazione (Emirati). La situazione dei cristiani - tutti stranieri provenienti da India, Filippine, Sri Lanka, Indonesia,... - è nota: in Arabia saudita essi non hanno diritto nemmeno alla libertà di culto. Negli Emirati hanno possibilità di celebrare la messa, ma è proibita qualunque espressione in pubblico della fede cristiana. Per timore di vedersi strappare anche questo brandello di diritto, le comunità non osano nemmeno battezzare chi, fra i musulmani, chiede con insistenza di appartenere alla Chiesa cattolica.

Una situazione simile avviene in Marocco, dove la rivoluzione araba è stata bloccata dal tentativo di riforme assunto dal re Mohammed VI. La nuova costituzione garantisce ai cristiani libertà di culto, ma nulla di più tanto che anche qui è impensabile battezzare  qualche musulmano che voglia farsi cristiano. In compenso, nelle parole del vescovo di Rabat, mons. Vincent Landel, i cattolici cercano di essere vicini ad ogni slancio dei giovani, delle donne, degli uomini che nella società cercano "pace, giustizia riconciliazione".

All'incontro di Oasis quest'anno non è giunto nessun rappresentante della Siria, forse a causa della tesa situazione politica e umanitaria. Mons. Philippe Brizard, già direttore dell'Oeuvre d'Orient, ha ricordato però come in quel Paese, la rivoluzione è stata sequestrata dai Paesi del Golfo - e dall'occidente - che vogliono strappare la Siria dall'influenza iraniana (e sciita), rendendo la regione una scacchiera dove si gioca una "lotta di influenza delle grandi potenze".

 Alcune caratteristiche comuni

 La "rivoluzione dei gelsomini" si trova a diversi stadi e con diversi (o nulli) risultati nei vari Paesi in cui si è comunicata. Nonostante ciò, è possibile tracciare alcuni tratti comuni. Olivier Roy, professore all'Università europea di Firenze, ha cercato di elencarne alcune, mostrando il loro carattere stabile, da cui "non è possibile tornare indietro".

  • 1) Anzitutto le rivolte arabe mostrano la fine della politica del leader carismatico, salvatore della patria;
  • 2) Esse segnano la fine delle ideologie islamiste e pan-arabiste;
  • 3) Pur essendovi frange islamiche, le richieste di giustizia, lavoro, di buona economia la fanno finita con lo slogan "l'islam è la soluzione di tutto";
  • 4) Vi è un certo patriottismo nazionale (non nazionalistico) e un indietreggiamento della retorica della umma (l'unità della comunità musulmana mondiale);
  • 5) La causa palestinese è diminuita e quasi scomparsa dagli slogan;
  • 6) La democrazia è affermata come "possibile";
  • 7) Si assiste a una secolarizzazione delle società islamiche e ad una maggior presa di coscienza dell'individuo (il salafismo è la reazione stizzita a questa riscoperta).

Anche Olivier Roy sottolinea che l'occidente non ha capito la rivoluzione araba e non l'aveva "prevista", anche se  era davvero facilmente prevedibile, dati i sussulti che si manifestavano nella società (giovani più istruiti, ma senza lavoro; donne più istruite, ma senza diritti; desiderio di giustizia contro la corruzione; ecc...).

P. Samir Khalil ha fatto notare che da parte del mondo arabo vi è pure un rifiuto dell'occidente, considerato come irreligioso e immorale, con una laicità spesso definita "atea". Per p. Samir,  il futuro di questi Paesi sta nell'offrire un modello di società in cui siano sottolineati i valori di uguaglianza (di sesso, razza, condizioni, religione); di solidarietà fra tutti i cittadini; aperto al contributo di tutte le culture; capace di garantire la tolleranza e il mutuo rispetto delle differenze.


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Dossier


by Giulio Aleni / (a cura di) Gianni Criveller
pp. 176
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