18/01/2014, 00.00
MYANMAR
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Monaci buddisti birmani chiedono limiti a matrimoni misti e ai diritti civili dei Rohingya

di Francis Khoo Thwe
Continua la raccolta firme per sostenere una legge popolare da presentare in Parlamento. Essa pone vincoli alle unioni fra donne buddiste e uomini di altre religioni, che devono avere l'approvazione. A questo si unisce il proposito di negare il diritto di voto e di formare partici politici alla minoranza musulmana.

Yangon (AsiaNews) - Continua la campagna di raccolta firme lanciata da un gruppo di monaci buddisti, a sostegno di una legge di iniziativa popolare da presentare in Parlamento che ponga forti vincoli ai matrimoni misti, in particolare alle unioni di donne buddiste con uomini di altre fedi. In questi giorni a Mandalay si è tenuta una conferenza, alla quale hanno partecipato migliaia di religiosi i quali hanno - al contempo - riproposto una norma volta a restringere i diritti della minoranza etnica musulmana Rohingya, stanziata nello Stato di Rakhine nell'ovest del Myanmar. Secondo la bozza, essi vedranno ridotto di molto lo spazio di manovra per la formazione di partiti politici e nella partecipazione al voto rispetto al resto degli abitanti Paese.

All'incontro tenuto al monastero di A Tu Ma Shi hanno partecipato oltre 10mila monaci, i quali hanno rilanciato la bozza di legge avanzata lo scorso anno e puntano a depositarla in Parlamento grazie al contributo dei deputati del Fronte nazionale democratico (Ndf). Se approvata, la norma prevede che le donne birmane di fede buddista dovranno chiedere il permesso ai genitori, e ai funzionari di governo locali, il permesso per sposare un uomo di fede diversa. E un non buddista deve prima convertirsi, per poter poi convolare a nozze.

Per gli esponenti del Ndf la Legge sui matrimoni del 1954 non è sufficiente a proteggere donne e bambini dal rischio di essere convertii ad altra religione o nazionalità. La proposta di riforma si inserisce nel quadro delle tensioni confessionali, sfociate in alcun casi in vere e proprie violenze di piazza, fra la maggioranza buddista e la minoranza musulmana. Gli scontri sono divampati nel 2012  e si sono concentrati nello Stato occidentale di Rakhine, dove vive la minoranza musulmana Rohingya, causando almeno 200 morti e migliaia di sfollati.

I vertici del movimento buddista sottolineano che finora sono state raccolte tre milioni di firme in tutto il Myanmar, ma l'obiettivo è di aggiungerne un altro milione prima di presentare la proposta alla Camera. Nel corso della riunione i vertici buddisti hanno anche dato vita a un'associazione denominata Upper Myanmar Organization for the Protection of Nation and Religion (Umopnr), che ha l'obiettivo di tutelare "uomini e donne" da unioni miste, ritenute dannose. Essi lanciano anche un monito ai media, ricordando che rappresenta "il quarto pilastro dello Stato democratico" e per questo devono fare attenzione a documentare in modo "accurato e appropriato" secondo i "principi etici", senza "danneggiare gli interessi della nazione o della ragione".

Nel contesto dell'incontro, la leadership buddista ha proposto anche un'altra norma che vuole negare il diritto di voto e la possibilità di dar vita a movimenti politici a persone che dispongono della sola carta di identità temporanea. Un cavillo legale che ha un obiettivo chiaro: impedire ai Rohingya di partecipare alle elezioni, come è avvenuto nel 2010. I monaci chiedono infine di riferirsi agli 800mila circa membri della minoranza musulmana stanziata nello Stato di Rakhine col nome di "Bengali", ribattendo così sulla loro (presunta) natura di "immigrati irregolari" del vicino Bangladesh, e di conseguenza privi di alcun diritto di cittadinanza.

 

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