09/06/2020, 12.26
CINA-VATICANO
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Mons. Pietro Lin Jiashan è arcivescovo (ufficiale) di Fuzhou

di Ruowan Cheng

Dal 2016 il vescovo era riconosciuto dalla Santa Sede, ma non dal governo. In passato nella diocesi vi sono state forti divisioni. C’è il rischio di una nuova più forte spaccatura. Il vescovo avrebbe “tradito” i sacerdoti della comunità non ufficiale. Una divisione ancora maggiore.

Fuzhou (AsiaNews) – Mons. Pietro Lin Jiashan, 86 anni, si è installato stamane come arcivescovo di Fuzhou, riconosciuto dal governo. Mons. Lin era riconosciuto dalla Santa Sede come vescovo di Fuzhou fin dal 2016, dopo una contrastata situazione di divisione della diocesi.

La cerimonia di oggi è stata presieduta dal vescovo di Xiamen, mons. Giuseppe Cai Bingrui, capo dell’Associazione patriottica provinciale. Nella grande chiesa di Fanchuanpu, dedicata al Santo Rosario a Fuzhou vi erano in tutto 80 persone e vi hanno partecipato 50 sacerdoti. Ufficialmente il motivo è che a causa della pandemia, non era possibile accomodare molti invitati, per evitare assembramenti. Ma qualche fedele e sacerdote suggeriscono che ciò è avvenuto per evitare contrasti e tensioni. Almeno 50 sacerdoti hanno preferito non partecipare al rito di insediamento.

Mons. Lin aveva sempre fatto parte della Chiesa non ufficiale, e negli anni ’80 aveva subito anche una condanna a 10 anni di lavoro forzato. Da diversi anni –secondo alcuni fedeli dagli inizi degli anni 2000 – egli aveva desiderio di ufficializzare la sua situazione con il governo, ma era frenato dalla maggioranza dei suoi sacerdoti. L’arcidiocesi, forse la più ricca e numerosa della Cina, ha circa 300mila fedeli, 120 sacerdoti, oltre 500 suore.

Il riconoscimento governativo di mons. Lin Jiashan potrà facilitare i rapporti fra la Chiesa e lo Stato, ma rischia di aprire ancora di più la ferita fra ufficiali e sotterranei. Nel recente passato, la comunità dei sacerdoti era divisa in due gruppi, uno con circa 20 sacerdoti, che sosteneva mons Lin Jiashan; un’altra con circa 60 sacerdoti, che sosteneva p. Lin Yuntuan.

Per cercare di salvare l’unità della diocesi, nel 2007 il Vaticano ha dimesso mons. Lin ed ha affidato la cura ad un amministratore apostolico, p. Vincenzo Huang di Mindong, che è morto nel 2016. In quell’anno, con forti pressioni sulla S. Sede, il vescovo Lin ha cercato di farsi riconoscere dal papa come arcivescovo ordinario di Fuzhou, anche se la Santa Sede nel 2013 aveva voluto nominare amministratore apostolico p. Lin Yuntuan. Questi è stato presente alla cerimonia di istallazione di oggi.

Secondo alcuni osservatori, la Santa Sede, nel desiderio di appianare i rapporti con la Cina, dopo l’Accordo sino-vaticano, ha ora accettato che mons. Lin Jiashan sia l’arcivescovo ufficiale di Fuzhou. Alcuni collaboratori attuali del vescovo sono felici di questo passo perché sperano di avanzare in carriera. Ma tutto ciò sta creando ancora maggiore divisione.

Lo scorso giugno, mons. Lin Jiashan ha diffuso una lettera ai fedeli esortando sacerdoti e fedeli “perché siano uniti nello spirito sul cammino della riconciliazione, tolleranza e accettazione reciproca e unità in Cristo, evitando sospetti, attacchi e divisioni”.

Nella lettera, l’arcivescovo afferma che “un piccolo numero di sacerdoti che non ha firmato la registrazione governativa, essi sono anche [considerati] preti di questa diocesi”.

Dal varo dei Nuovi regolamenti sulle attività religiose, il governo esige per ogni sacerdote l’adesione alla “Chiesa indipendente”, l’amore alla patria, la sottomissione alla politica del Partito comunista. Dopo la firma dell’Accordo sino-vaticano la pressione sui sacerdoti è stata ancora maggiore.

Diversi sacerdoti che non hanno voluto firmare l’adesione alla Chiesa indipendente, accusano il vescovo di averli “traditi”: anzitutto perché i preti che non hanno firmato non sono “un piccolo numero”; in secondo luogo il governo sta cacciando questi sacerdoti e non permette loro di esercitare alcuna funzione.

Un sacerdote cinese di una diocesi vicina ha commentato: “Forse sta ritornando la divisione nella diocesi, come anni fa. E tutto per una questione di potere”.

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